15 novembre 2012

La sinistra senza volume

di Gaia Manzini*

Una questione di sguardo
 
Febbraio 2000, presidenziali americane. Uno strano individuo - coda di cavallo, giubbotto di pelle e un pass stampa “Rolling Stone” - si aggira con maniacale curiosità dietro le quinte della campagna elettorale del senatore McCain. Non è un giornalista politico, ma lo scrittore David Foster Wallace. L’articolo che scriverà non è certo a favore del senatore repubblicano, ma nemmeno contro di lui. In fondo, non è neanche un articolo sulle elezioni presidenziali, quanto piuttosto il tentativo di cogliere un senso nell’atteggiamento dei cittadini e nelle implicazioni emotive che li portano alla scelta di un individuo affinché li rappresenti. Un articolo che ha l’ambizione di mostrare le cose per quelle che sono. Intento notevole, non c’è che dire, ma che in fondo consiste semplicemente in una presa di distanza obiettiva e implica le tipiche valutazioni e calibrature di ogni questione di sguardo che si rispetti.
 
Il grandangolo di Monti
 
Dalle nostrane peripezie politiche sarà difficile trovare la distanza giusta, ma è anche vero che mai come oggi, con l’arrivo di Monti, è possibile farlo. Monti è stato per l’italiano medio quello che per un fotografo è il grandangolo (visione più ampia, maggiore profondità di campo), contro la macroesposizione di singoli elementi che ha caratterizzato il nostro passato politico.
Il senatore McCain era sceso in campo con uno slogan di questo tenore: VI DIRÒ SEMPRE LA VERITÀ. Talmente pretenzioso (soprattutto se usato in politica) da rischiare l’implosione. La verità è un patto di rispetto con gli elettori, una condivisione di umanità; è aspirare a essere un leader, non un piazzista (mosso solo da interessi personali): ovvero saper ispirare chi ti ascolta, dare una spinta alle sue qualità, al suo cammino. C’è da sorridere, vero? Eppure quelle parole in bocca a McCain non suonavano ridicole. In bocca a un uomo con quel passato militare, quel coraggio e senso dell’onore, erano credibili. Credibili anche per chi non condivideva una parola del suo programma. Davanti a certe figure scatta una specie di cortocircuito per cui i cliché tornano improvvisamente ad avere il sapore dell’infanzia, a significare qualcosa. Si riaccende la fiducia. Già, la fiducia.
 
La vita è adesso
 
Apprendo dai giornali che Matteo Renzi ha cambiato slogan. Da “Matteo Renzi. Adesso!” a “Cambiamo l’Italia. Adesso!” L’auto-eliminazione non è un’ingenuità, penso.
È arrivato al momento giusto. Dopo la pars destruens, ecco che arriva il secondo tempo, quello dei contenuti. Però la sostanza non cambia. Adesso! è una parola semplice, dirompente anche se non originale, un po’ futurista. Nella pièce The Plot is The Revolution, i Motus (un gruppo teatrale d’avanguardia) ospitano sul palco la mitica Judith Malina, fondatrice del Living Theatre, rivoluzionaria nell’animo e nei fatti. La carismatica quasi novantenne, alla domanda quale sia per lei la parola del sovvertimento, il vocabolo da cui nasce e si attualizza la rivoluzione, ha risposto: NOW. Dubito che Matteo Renzi sia mai stato tra gli spettatori, dubito che si sogni come un novello Che Guevara; ma insomma, ecco, conosce la portata performativa della parola. (La conosce, però ignora che l’avesse già usata Franceschini nelle primarie del 2009. Oppure spera che ce ne siamo dimenticati?).
Soprattutto sa muoversi tra le contraddizioni apparentemente imbelli del suo agire. Da un lato Adesso!, dall’altro la camicia bianca, candida, con la quale si ritaglia nelle tinte scure dei suoi palchi. E sulla quale, talvolta, compare il cravattino stretto, un po’ brit pop, un po’ Jude Law, che lo posiziona (o vorrebbe) come volto trendy della politica. Rottamatore uscito direttamente dalle pagine di «Wired».
Nei video sul suo sito si fa riprendere dietro le quinte dei comizi, come un simil Chris Martin prima di entrare sul palco. Si fa riprendere di spalle mentre passa tra la gente. Mai primi piani assoluti. Prima di parlare si slaccia i polsini della camicia, arrotola le maniche, si mette al lavoro.
 
La marina di Renzi
 
Cerco di osservarlo meglio e allora spengo l’audio: non sentire fa emergere tutto il resto con sonora evidenza.
E l’evidenza è che Renzi, più che semplice e giovane, è perfetto. Gesticola poco, è contenuto, non si tocca quasi mai il naso (gesto che, come una citazione collodiana, rivelerebbe l’inveridicità dell’oratore). Con l’audio silenziato appare lampante l’inespressività quasi totale degli occhi, a cui il Renzi ovvia con: 1. un sorriso stupito (come Benigni, quando si trattiene prima di esplodere in mille guizzi; solo che Renzi non esplode mai); 2. il mare in faccia. Ovvero, dei veri e propri movimenti marittimi della fronte: l’incresparsi leggero, poi il distendersi, infine l’alzarsi violento delle onde frontali al centro delle sopracciglia, a minaccia di una mareggiata. Argomenta, si sforza di umanizzare lo sguardo. Forse prepara lo tsunami. Forse annaspa in segreto.
 
Il sopracciglio di Bersani
 
Certo che a confronto di questo giovane pieno di dettagli, sui quali fare congetture e supposizioni, Pier Luigi Bersani lascia senza parole: nel senso che è difficile trovare qualcosa da dire. Non ha un look definito, non uno slogan altrettanto efficace, gesticola in modo icastico come fa la gran parte delle persone, gli piace stare in mezzo alla gente. Incunea il sopracciglio sinistro in modo mefistofelico, sopra occhi sbarrati da padre preoccupato. Ma di tutti questi elementi è difficile fare una narrazione interessante. E il motivo, ecco, è solo uno: a differenza di molti personaggi politici Bersani sembra “reale”. Mi ritrovo sul divano, con l’audio abbassato del tutto, a chiedermi se però questa non-caratterizzazione non sia in fondo qualcosa di positivo. Non aver niente da dire, un punto a favore.
Pare che il cartone animato inglese Peppa Pig sia il più amato dai bambini italiani e da madre posso confermare che è così. È amato dai piccoli nella misura in cui viene seguito anche dai genitori. Peppa vive in un mondo sereno e borghese, fatto di case unifamiliari e gite fuoriporta, dove un po’ di trasgressione è serenamente accettata: una rotolata in una pozzanghera, un grugnito qua e là. Peppa Pig in qualche modo è la rappresentazione ideale della vita che amano gli italiani. Disimpegno, conformismo, qualche sbavatura perdonabile.
In un universo così anestetizzato, in una biodiversità così limitata, era ovvio che Nichi Vendola col suo linguaggio desueto, le note distoniche della voce e i difetti di pronuncia, il look “diverso”, riuscisse a destare attenzione. Quanto un unicorno che faccia il suo ingresso nella Vecchia Fattoria.
 
Il rap di Vendola
 
Vendola è potente: è un puntualizzatore emotivo. L’orecchino esibito, l’anello al pollice, la frangia divisa in ciuffi distinti sono forme della sua puntualizzazione. Così come il linguaggio raffinato che restituisce la complessità del reale. Poi spegni l’audio e la ricerca di precisione diventa una bocca che articola e scandisce sillabe, gesti cadenzati che accompagnano la scansione labiale insieme alla vivacità degli zigomi e ai lampi degli occhi, in una coreografia ritmica. Ritmo. Vendola è come un rap. Non puoi evitare di battere il tempo, di essere coinvolto. Ma rischi, come lui, di auto compiacerti fin troppo delle tue mosse.
A questo punto, ho delle domande che mi si accendono in testa. Quando diciamo che votiamo per chi ci rappresenterà, intendiamo qualcuno che sia la rappresentazione potenziata di quello che pensiamo di essere? E allora, chi siamo? Oppure, invece, vogliamo qualcuno nel quale immedesimarci, come dentro a un perfetto meccanismo narrativo (chi votava Berlusconi aspirava a essere come lui)? E allora, chi vogliamo diventare, e perché?
 
La mosca di Grillo
 
Da ultimo, osservo Beppe Grillo. Grillo che conosciamo bene come comico e di cui abbiamo apprezzato la forza sobillatrice e giullaresca che manda a gambe all’aria il mondo, giacché fa dell’ironia uno strumento di conoscenza. Senz’audio ecco la mimica che conosciamo a memoria: incassa la testa, la scuote come nell’Esorcista, sbarra gli occhi, le mani sembrano artigli. Ma se non lo ascolti, se abbassi l’audio, c’è qualcosa di nuovo: ricorda qualcuno, ma non sai dire chi. Riguardi. Ecco. C’è una parte esilarante nel Mistero Buffo di Dario Fo. Quella dello Zanni, il contadino che non ha niente da mangiare. Che sogna di mangiarsi tutto - il mondo, sé stesso, dio e i suoi cherubini - finché non passa una mosca nel suo campo visivo e lì si riaccende la speranza. Gioia, tripudio. Con zampata felina l’acchiappa. È alle stelle (cinque?), sgrana gli occhi. La tiene stretta tra le dita e prende a gustarla zampina dopo zampina, ala dopo ala, pezzettino per pezzettino. Che sazietà! Che magia! Lo Zanni della Commedia dell’Arte, di tanti piccoli dettagli ha fatto un banchetto luculliano. Alla faccia nostra.
 
*Gaia Manzini è nata a Milano. Oggi vive a Roma, fa la consulente di comunicazione e collabora con «l’Unità». Alcuni suoi racconti sono comparsi su «la Repubblica», il «Magazine» de «Il Sole 24 Ore», «Flair», «Nuovi Argomenti», e nelle raccolte Il lavoro e i giorni (Ediesse, 2008) e Lieve sia la terra (Textus Edizioni, 2011). Nel 2009 ha esordito per Fandango con i racconti Nudo di famiglia. Il suo romanzo La scomparsa di Lauren Armstrong ha partecipato al premio Strega 2012.

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