21 luglio 2010

Fare l’amore secondo gli scrittori. Glossario d’autore

C’è un modo – una terza via – per parlare di sesso senza risultare scurrili o essere scambiati per ginecologi? Da sempre, quando voglio trovare le parole o le espressioni giuste, cerco nella letteratura. In Soffocare di Chuck Palahniuk, per esempio, eiaculazione – una parola che mi è sempre suonata male anche solo per l’allitterazione con Dracula – diventa una più rassicurante carica di «soldatini bianchi» che tanto ricorda l’esercito di Woody Allen in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere.

Non sempre, naturalmente, i libri contengono tutte le soluzioni, ma qualche volta si può chiedere direttamente agli scrittori. È quello che ho fatto coinvolgendoli in un gioco linguistico e letterario. Ho chiesto loro di inventare una parola (con relativa spiegazione) per dire quello che in italiano non possiamo dire se non con l’algido coito o facendo ricorso al repertorio infinito del gergo (chiavare, trombare, ecc.). Ci sarebbe ovviamente, col giusto grado di temperatura, l’espressione fare (al)l’amore che tuttavia non è una parola secca, come nel caso del portoghese transar. Non che questo in generale rappresenti un problema, semplicemente volevo creare un paletto in più per sollecitare la loro curiosità e sperare che li travolgessero tutti con la loro fantasia o che mi sorprendessero nel modo di aggirarli, smascherando le intenzioni del mio pre-testo.
 
Molti hanno risposto tempestivamente, altri hanno promesso di rispondere, altri non hanno trovato il gioco interessante, altri ancora lo hanno messo in discussione recuperando una parola che già esiste, spiegandomi perché invece va benissimo quella. Il mio ringraziamento va a tutti loro e a tutti quelli che in futuro vorranno contribuire a questo piccolo esperimento letterario in progress. (Francesca Serafini)
 
accordare v. tr.
Verbo che sa di armonia, di complicità. E anche di un dono che arriva da un’entità superiore (Dio, la natura o la felicità della chimica) nell’accezione accordare una grazia. Inoltre si accordano voci e strumenti musicali, e chi non direbbe che nel sesso i corpi suonano una musica tutta loro, speciale? Ma la ragione più nitida viene dalla scomposizione: A-ccor-dare, ovvero dare al cuore una pienezza del sentimento amoroso che solo nel sesso si può percepire. (Carlo D’Amicis)
 
amorare
È un po’ meno vezzeggiante di amoreggiare, mi ricorda amorale ma anche adorare. Così avremmo l'amante, colui che ama, e l’amorante, colui che amora, cioè ti fa l'amore. Come in: «caro, cosa ci è successo? quant'è che non amoriamo, io e te?» o in: «ero lì che amoravo con Giulia, quando in camera è piombata Patrizia». (Ivano Bariani)
 
cazzo
(maschile, singolare: fin troppo maschile, fin troppo singolare): Organo riproduttivo maschile. Il termine ha subito un chiasmo di utilizzo, fra lingua parlata e letteratura. Man mano che nella vita reale è passato a esprimere ogni esclamazione, anche la più futile, in letteratura è quasi scomparso. Persino in quelli che un tempo si definivano Sega Books, la parola è stata soppiantata da sinonimi di genere: pene, verga, membro; spesso, preferibilmente: eretti o turgidi. Col risultato che persino un campo letterario glorioso come quello dei Sega Books è passato a rappresentare il contrario di quel che dovrebbe essere: se magari in partenza hai un minimo di entusiasmo, te lo fanno passare.
Si auspica pertanto una duplice moratoria, della parola nella vita reale e dei suoi sinonimi in letteratura. Di modo che il cazzo torni a valere per ciò che in fondo è sempre valso: un cazzo. (Roberto Alajmo)
 
congodere L'etimologia è talmente trasparente da non richiedere spiegazioni articolate. Suona strano, come ogni neologismo, ma l'uso potrebbe rivelarne una certa grazia sonora: «Ti va di congodere?». Per euritmia, potrebbe anche affermarsi la variante sincopata, con accento sulla seconda sillaba: «Ti va di congòdere?». (Wu Ming 1)
 
erosare
Per l’EROS bisogna saper OSARE: la sfera invisibile e forte che separa un corpo dall’altro deve essere EROSA; sapiente, gentile ma deciso è l’amore di chi entra in un giardino rigoglioso per dare acqua alla sua ROSA. (Giacomo Lopez)
 
erotrascendimento
Fusione corporea, emotiva, mentale e animica di un maschio e una femmina di specie umana, che, mediante abbandono alla pura sensazione inqualificata di sé, attraverso il desiderio e il gioco di tutti i sensi in festa, imitano il farsi di questo universo e raggiungono una piena identità nella pura presenza di essere e di vuota coscienza, che concede infinita beanza. (Giuseppe Genna)
 
fare acqua e zammù
L’anice in siciliano si dice zammù, e quando ne versi qualche goccia nell’acqua sembra sperma. (Ottavio Cappellani)
 
fare l’amore
Per me non ci sono alternative a “fare l’amore”. Ci vorrebbe qualcosa a metà tra volare – anima e corpo, avvinghiati senza fiato – e il groviglio di cose che è fingere, sopportarsi, lasciarsi adoperare, concedere, usare, studiarsi per non deludersi troppo. Farsi compagnia, fare bella figura, godere, chiavare, annoiare. Una recita. Fare come se fosse sempre volare, giocare alla leggerezza, a rincorrere l’infinito. Come se fosse l’uomo a fare l’amore, invece che prenderlo già fatto, così come gli viene. Un gioco da grandi che non si può riprodurre davvero. (Alessandro De Roma)
 
fare (al)l’amore
Mi sarebbe piaciuto proporre una parola nuova di zecca. Che non ho trovato. Ci ho pensato su e ho concluso che se da tempo esiste solo “fare l’amore”, variante “fare all’amore” (mi pare ci fosse un film con Yves Montand e Marylin Monroe intitolato Facciamo all’amore) una ragione ci sarà (Portogallo a parte). E forse è il desiderio inconscio delle popolazioni di usare un verbo che viene dal dialetto per evitare la patente di somma creatività che comporta il “fare l’amore”. Di qui scopare fottere ciulare guzzare (prevalgono le 7 lettere, escludendo trombare). Segnalo una variante ascoltata a Gravedona (Como) molti anni fa: «Bela tosa ven scià ca t'adopéri», laddove il verbo implica l’adoperare, l’usare, come si trattasse di attrezzo domestico. Preciso di non ritenere che i termini esistenti bastino e avanzino, per esempio detesto il verbo scopare perché partendo dal centro Italia ha colonizzato il resto, incluse le zone in cui si praticava dicendo castamente fà andà e più maliziosamente puccià el biscott. La parola unica non ha la precisione un po’ burocratica di “conoscenza carnale”. Mi sembra molto difficile trovare un verbo che valga sia per il penetrare sia per l’essere penetrati. (Gianni Mura)
 
fare luce azzurra
Quello che è chiamato lochél è solitamente un sottano nel centro storico pugliese o un garage dove ragazzi tra i 13-17 anni si riuniscono per giocare, stare insieme, bere, ma soprattutto consacrare quello che è a tutti gli effetti il primo loro gesto di responsabilità. Essere come i “grandi” e permettere di fare le cose da grandi. Bere, fumare una sigaretta in incognito, far girare le prime canne e ovviamente l’alcova dei primi amori. Il codice per manifestare all’esterno l’inagibilità momentanea a causa degli amoreggiamenti in corso era la carta blu attorno alla lampadina che serviva a comunicare all’esterno che u lochél era momentaneamente non accessibile. E infatti da allora a causa dell’effetto che rifletteva il bagliore caldo delle lampadine senza lampadario sulla carta blu nacque la locuzione “fare luce azzurra”. (Mario Desiati)
 
fottamare
Quando si decise di liberare almeno un semantema dallo stato di indecenza e conferirgli un titolo nobiliare, ai provini se ne presentarono quattro: lo squillante Trombare, il piccolo borghese Scopare, il rude e muscoloso Chiavare e il conciliante Fottere. Si optò per quest’ultimo (fu decisivo l’intervento del giudice Eros Della Glossa), così, nel 2009, nacque Fottamare. Gli auguriamo fortuna. (Attilio Del Giudice)
 
inchicare
Il sinonimo mi pare arduo, a Orvieto i bifolchi dicevano inchicare ma anche chicà; stante la chica (ch duro) l’organo sessuale femminil... io preferisco le metafore settecentesche tipo: egli si avventurò nel boschetto di venere... Una volta un buzzurro, non mi ricordo più dove, forse in Nord Africa, mi approcciò, con «tu fumare sigaretto di cazzo?», non è sinonimo ma è una ghiotta metafora. Ci risi tanto. (Rosa Matteucci)
 
lavorare
Ho pensato a lungo alla parola che userei come sinonimo unico per scopare, fare l’amore, fare sesso, chiavare etc etc etc.
Mi è venuto subito in mente lavorare, e alla prova di un paio di settimane di digestione, ancora mi pare ottimo. Lo userei volentieri in un romanzo dove si lavorasse tanto. Lo trovo così poco maschilista e così poco meccanico, finalmente. Contiene anche, ironicamente, il lavoro, la fatica che si fa nel fare sesso, quando si decide di non occuparsi solo di se stessi ma anche dell’altra/o. Il piacere altrui è il prodotto del nostro lavoro. E c’è dentro anche questa idea di artigianato, di cosa fatta con i propri mezzi, di movimento continuo e ripetuto. Guarda, più ne scrivo e più lavorare mi piace. (Piersandro Pallavicini)
 
poescopare
M’illumino d’imene. (Luca Ragagnin)
 
puffare L’amore fa PUFF.
PUFF + fare = puffare.
I puffi erano maestri del puffare.
Quando dicevano «Vado a puffare le bacche», non intendevano dire «vado a raccogliere le bacche» però noi eravamo bambini e allora certe cose sporche non le potevamo sentire. Pensavamo che le bacche fossero bacche e basta e che loro le andassero a puffare. Invece no.
L’amore fa PUFF perché l’amore è ansimante.
Fa PUFF perché appare dal cielo, come la madonna e tutti gli angeli dell’universo e poi scompare, come Mago Merlino durante il duello con Maga Magò.
Fa PUFF perché è il cuore che fa PUFFPUFFPUFF come un treno a vapore.
L’amore è puffoso perché l’amore è un gioco.
Puffare tutti insieme in allegria è una cosa difficile da fare ma auspicabile per tutto il mondo intero proprio. (Melissa Panarello)
 
scopare
Io non credo bisogna usare una parola diversa da quella necessaria – cioè sono già tanto allergico alla sinonimia, figuriamoci all’invenzione di una parola. Secondo me, insomma, scopare non è volgare, è preciso. E se un tempo ci si vergognava di usarlo o si facevano differenze (con gli innamorati non si “scopava”, adesso finalmente si “scopa” anche con loro) ora direi che è diverso e secondo me è il termine più preciso per riuscire a includere anche qualcosa che paradossalmente veniva tenuta fuori: l’eccitazione.
La proposta è: usare scopare anche in tv in qualunque fascia oraria.
Quindi sono contrario all’invenzione di un termine nuovo.
(Francesco Piccolo)
 
Scopare . Scopare va bene. Perché no? Scopare va benissimo. Non vedo cosa ci sia che non vada. Scopare. Va bene con amore e va bene senza, scopare va bene sempre. La soluzione è scopare. (Sandro Veronesi)
 
solaio
Il solaio è il posto dove si tengono le cose segrete. Anche le cose vecchie che non si usano più, ma funzionano benissimo nella funzione di nascondere le cose di cui non si può parlare. Per me “solaio” vuole dire quello che in gergo tecnico inglese corrisponde a “pissing” e a “water sports”. Unendo i due termini anche chi non ne sa nulla dovrebbe intuire. A me la pipì piace molto e anche a Mozart piaceva uguale. (Aldo Nove)
 
sprimacciare
1 (v. intr.) Fare l’amore con l’impaccio della prima volta, e con la stessa frenesia tattile. 2 (v. tr.) Sbatacchiare il partner, la moglie, il fidanzato e simili perché l’amore che li riempie si distribuisca uniformemente al loro interno. (Emiliano Poddi)
 
stampare
A dispetto del carattere percussivo della parola, mi emoziona ricordare che con un gesto di semplice impressione vengano tradotti, in una concretezza che non svapora, fatti emotivi e immateriali. Succede così, in una stamperia o con l’Atto Primo. Anche questo ultimo, infatti, ha una sua meccanica che traduce e riproduce, con regole tipografiche sue, più o meno sofisticate, desideri, intenzioni e anche un po' di futuro. Effetto e causa di emozioni. I siciliani usano persino la locuzione “stampare un bambino” e tutto lascia pensare che, anche nella apparente serialità della parola, sia possibile riprodurre pezzi e idee uniche, non numerabili. Indimenticabili. (Roberto Carvelli)
 
t’aduperi
Voce dialettale lombarda. Letteralmente. “Ti adopero”. Più spesso usata nella locuzione: “Vè scià che t’aduperi”: “Vieni qui che ti adopero”. Benché l’espressione evochi la laboriosa concretezza dei padani, sobria e non priva di una certa lucida programmazione, suggerisce anche, irresistibilmente, l’immagine di prestazioni scrupolose ma uniformi, vigorose ma cupe. Sottintende, sempre e comunque, il concetto di esistenze particolarmente assillate dal problema di non perdere tempo. (Edgardo Franzosini)
 
ti-tubo
È un’espressione polisemica che ha l’ambizione di compendiare più accezioni, anche simultanee. Portando l’accento sulla prima i si esprime quella dubbiosità pudica, quell’esitazione tenera – una cavalleresca forma di rispetto – del maschile verso il femminile, e viceversa («Amore mio, ti amo, dunque tìtubo»); al contempo, la possibilità di staccare la particella pronominale dal verbo consente di annunciare, più o meno aggressivamente, l’intenzionalità dell’azione erotica al suo destinatario («Adesso ti tubo»); più che in filigrana, intanto, si scorge il sottinteso idraulico, il sesso configurato come reticolo complesso di serpentine atte alla veicolazione di fluidi; ed è percepibile, ancora, il legame con il web e in particolare la dimestichezza con la riproducibilità e la condivisione delle immagini, dunque la possibilità di immettere le immagini medesime su apposito canale You Tube («Adesso mi collego, attivo il nostro canale sentimentale e ti-tùbo»); infine, dolcemente e bestialmente, ti-tubo rimanda al gutturale verso eroicomico dei colombi in amore, lo stesso feroce continuo borborigmo di ogni combustione amorosa. (Giorgio Vasta)
 
zummare
Nel senso di avvicinarmi, anche parecchio. E poi c’è dentro quel zum zum festoso di quando ero piccola, almeno io. E lo sfondamento morbido della doppia “m”. Che dire di più? (Mariolina Venezia)

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