Porno-: storia (un) poco oscena di un prefissoide

di Marcello Ravesi* 

Tutto nasce dal greco pornográphosi (πορνογράφος), composto di pórnē (πόρνη) ‘prostituta’ (dal verbo difettivo pérnēmi [πέρνημι] ‘io vendo’, d’origine indoeuropea, dalla cui radice anche il latino pretium) e -gráphos, suffissoide di base greca col significato di ‘scrivere, descrivere, disegnare’ (dal tema di γράφω ‘scrivo’). In senso proprio, dunque, il pornográphos è ‘chi scrive intorno alle prostitute’. Il temine compare sicuramente in un’opera enciclopedica di Ateneo di Naucrati (II-III secolo d.C.), i Deipnosophistai  (pressappocco ‘I dotti a banchetto’), che in forma di conversazione conviviale fra eruditi affronta i temi più diversi, fra i quali, appunto, la prostituzione. In tal senso, la prima opera pornografica stricto sensu della tradizione occidentale sarebbero i precedenti Dialoghi delle cortigiane di Luciano di Samosata (II sec. d.C.). Poi, il termine scompare per secoli; finché non viene dottamente riesumato in epoca moderna da Restif de la Bretonne, che nel 1769 pubblica Le pornographe, libro in cui si discute un progetto di riforma e di regolamentazione statale della prostituzione (il senso, quindi, è tutt’altro che pruriginoso). Da pornographe, i derivati francesi pornographie (1803) e pornographique (1835); voci che, tuttavia, solo negli anni ’40 dell’Ottocento vedranno sancita la loro pertinenza al contenuto osceno di scritti o disegni.
 
La famigliola ottocentesca
 
Dai cultismi francesi derivano gli adattamenti italiani: pornografo (1865) ‘chi scrive, disegna o rappresenta pornografie’, e poi, per estensione, ‘persona che si compiace di letture o spettacoli osceni’; pornografia (1865); pornografico (1880). Altre filiazioni ottocentesche sono il sost. pornografista (1890), doppione sfortunato di pornografo, l’agg. pòrnea (1873), riferibile a una donna ‘che esercita il meretricio’, e il sost. – oggi tornato di stringente attualità – pornocrazia (1877), che sta ad indicare una ‘forma di governo caratterizzato dalla forte influenza esercitata dalle cortigiane, dalle favorite degli uomini di potere’, quindi, per estensione, ‘governo corrotto, che concede favori e privilegi non secondo il merito ma in base a personali preferenze’. Tale cultismo, sempre rifatto su un precedente francese, compare nel 1877 in un articolo di G. Boni su «Il Progressista», ed è riferito alla gestione politica di papa Sergio III (sec. X), il quale «inaugura la pornocrazia, e posto il governo dei fedeli nelle mani di drudi e baldracche, vive impudico e muore da ciacco». Le baldracche in questione sarebbero le nobildonne romane Teodora, «meretrix satis impudentissima», e sua figlia Marozia, «scortum impudens» (le definizioni, rispettivamente, di ‘meretrice svergognata’ e ‘sfacciata puttana’, si leggono nell’Antapodosis dello storiografo Liutprando da Cremona, † 972).
Questa sparuta famiglia lessicale pornografica ottocentesca ha, e avrà a lungo, un carattere marcatamente letterario e una diffusione limitata.
 
Specializzazione novecentesca
 
Prostituzione si trova ancora nell’ottava edizione del Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni del Panzini (1942), dove si specifica che «dal primo significato di ‘trattato intorno la prostituzione’ [...], il vocabolo è passato a indicare qualunque ‘scritto o disegno’ o anche ‘discorso osceno’». La doppia definizione del Panzini dà anche modo di osservare come nel trattamento lessicografico della famigliola sia tenuto in gran conto il valore etimologico legato alla rappresentazione di prostitute. Nel Nòvo dizionario di Policarpo Petrocchi (1887-1891), pornografia sta innanzitutto per ‘scritto intorno alla prostituzione’, e solo secondariamente per ‘prava tendenza e insidiosa a idealizzare l’oscenità; e l’oscenità stessa idealizzata’. Nell’Ottocento, dunque, i dizionari riprendono i due significati di prostituzione: ‘scritto o immagine che riguarda la prostituzione’ e ‘descrizione e rappresentazione di cose oscene’. Il significato si andrà restringendo solo nel corso del Novecento fino a precisarsi in ‘trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, ecc.) di atti sessuali espliciti od osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore’. Pertanto, si può dire che la pornografia, intesa nell’accezione corrente, è un fenomeno relativamente recente.
 
Con la fotografia e il cinematografo
 
Con la seconda metà del XIX secolo – nello stesso momento, si badi, in cui l’europeismo pornografia comincia a diffondersi – viene meno completamente il riferimento religioso, politico e filosofico; e l’unico ruolo socialmente riconosciuto alle rappresentazioni esplicite dell’attività sessuale è quello della titillazione sessuale dei consumatori. La pornografia diventa una prodotto prettamente commerciale, che viene fabbricato per essere venduto: materiale sessualmente esplicito prodotto per il consumo di massa e che mira esclusivamente a indurre uno stato di eccitazione sessuale. È significativo che l’industria pornografica si avvantaggi da sùbito dei nuovi sviluppi della tecnologia: l’apparizione della fotografia (1840), e poi, sullo scorcio del secolo, l’invenzione del cinematografo. La ricaduta editoriale di questo sommovimento è enorme: d’ora in avanti il mercato librario e pubblicistico sarà invaso da prodotti seriali da leggersi rigorosamente con la sola mano sinistra.
 
Poco porno-, fino al Sessintutto
 
Per tutta la prima metà del Novecento, e anche oltre, la famigliola porno- italiana cresce ben poco: dal 1900 al 1970 i vocabolari registrano solo tre lemmi: pornofonia (1912) ‘incisione o registrazione di dischi o cassette di soggetto pornografico’, ma anche ‘discorso a carattere erotico o sconcio’; pornoteca (av. 1950) ‘raccolta di scritti di argomento pornografico od osceno’, sul modello di biblioteca, discoteca, ecc; e, finalmente, pornocinema (1968) ‘locale per la proiezione di film a luci rosse’. Nel frattempo molte cose sono avvenute: in molti stati occidentali, le maglie delle leggi censorie si sono via via allentate, a cominciare dagli anni ’50; c’è stato il Sessantotto, con il portato della  rivoluzione sessuale (il Sessintutto); negli Stati Uniti e in alcuni paesi nord-europei l’industria pornografica – incentrata su riviste patinate e film – ha conosciuto una crescita e una capacità d’espansione senza precedenti. «C’è il boom del porno», recita il titolo di un articolo del «Giornale d’Italia» (7-ix-1972) a firma E. Tortora, fornendo così la prima attestazione italiana del sostantivo maschile invariabile porno ‘pornografia’ (estratto da pornografico), che però funge anche da aggettivo invariabile (una rivista porno). Rispetto a pornografia, il significato del sost. porno è più specializzato, riferendosi proprio alle produzioni oscene a fine di lucro, principalmente cinematografiche (un porno, senz’altro, è un filmato). Comunque, ci piace pronunciarlo mentalmente con una vibrante particolarmente intensa: porrrno, come fosse Porrrtobello.
 
Anni ’70, l’esplosione
 
Con gli anni ’70, il confisso porno-,‘pornografico’ o ‘relativo alla pornografia’, comincia ad acclimarsi, lasciando presagire una miriade di futuri composti. Troviamo pornoshop, pornocanzone, pornospettacolo, pornofumetto, pornoeditore e pornoeditoria, pornorivista, pornostampa, pornologia ‘discorso o scritto di carattere erotico o di contenuto osceno’ (coniazione scherzosa di E. Flaiano), pornofilm e pornostar. Ma questo non è nulla rispetto delle capacità riproduttive che il prefissoide mostra nei decenni successivi. Se si vanno a contare i composti di porno- lemmatizzati nei principali vocabolari italiani (storici, dell’uso e neologici) dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, si scopre che circa il 73% del totale è attestato dopo il 1980 (più in dettaglio: 25% 1980-1990; 28% 1990-2000; 20% 2000-2005). Cifre, si badi, che riguardano solo le voci accolte nei dizionari; perché se tenessimo conto anche delle neoformazioni ancora non consacrate dal crisma della lemmatizzazione – ma che presumibilmente lo saranno –, le percentuali relative agli ultimi anni salirebbero di molto.
 
L’era di Cicciolina, pornodiva
 
Il fenomeno linguistico si spiega principalmente con l’affermarsi in Italia di un’industria del porno autoctona, trainata dal settore cinematografico. Dopo un periodo pionieristico, a cavallo fra anni ’70 e ’80, il cinema porno italiano vive, nei pieni anni Ottanta, una fase incentrata sulla dimensione divistica delle attrici porno. La capostipite della categoria è la pornodiva (1988) Ilona Staller; la stessa che, negli anni ’70, dai microfoni d’una radio privata alludeva all’organo genitale femminile col temine cicciolina, finendo poi per dentificare sé stessa col suo sesso, e per chiamarsi – con geniale sineddoche – Cicciolina. In séguito – con energica sostituzione del surrogato microfonico – si dà alla cinematografia osé e al pornoshow (1987, ‘spettacolo pornografico che si svolge in un locale notturno o in un teatro’). All’attrice d’origine ungherese è riferibile anche la voce pornodeputata (1987), giacché viene eletta nella decima legislatura del Parlamento italiano con le preferenze accordate dai cicciolini del Partito radicale. Dunque, gli edonistici anni Ottanta – oltre che anni di post-moderno e di post-tutto – sono anche anni del pornoromanzo (1981), del pornonastro ‘audiocassetta su cui sono registrati dialoghi osceni’ (1983), del pornovideo (1984), del pornorock (1985), del pornomanager (1987), della pornocassetta (1988), del pornotelefono ‘hot line’(1988) e della pornotelefonata ‘telefonata di contenuto pornografico’ (1989), del pornoclip (1989), del pornoware ‘programma informatico (per lo più un gioco) dal contenuto pornografico’, da porno[graphic] [soft]ware (1989), del pornomessaggio‘messaggio telefonico – ancora vocale – di carattere erotico od osceno’ (1989), del pornofestino (1989). Le gesta della pornoeroina e delpornoeroe (1989) sbigottiscono il pornospettatore (av. 1986). Si precisa un pornoconsumatore (1989) passibile di diventare un pornodipendente (1983), da affidare eventualmente alle amorevoli cure di psichiatri che non mancano di forgiare all’uopo nuove coniazioni. Il nostro prefissoide ha infatti attecchito anche nel linguaggio tecnico-specialistico delle medicine della mente: pornoscopia ‘voyeurismo’ (1985), che si affianca a scopofilia (1942; malgrado l’ingannevole apparenza fonica, lo scopofilo prova piacere esclusivamente, o quasi, alla vista delle nudità o degli atti sessuali altrui, per via del greco skopéō [σκοπέω] ‘osservo’); pornografomania ‘impulso patologico a scrivere cose oscene’ (il disturbo impone l’assidua frequentazione delle pubbliche latrine); pornolagnìa ‘morbosa attrazione erotica per la prostituzione’ (comp. col gr. λαγνεία ‘libidine’); e ancora, ma più recente (2003), pornolalìa ‘tendenza compulsiva all’uso di linguaggio osceno’ e i derivati pornolàlico agg. e pornòlalo agg. e sost.
 
L’aiuto del giornalismo “brillante”
 
Un fattore determinante per l’espansione di neoformazioni costruite con porno- è sicuramente l’affermarsi il Italia – proprio negli anni ’80 – di uno stile giornalistico “brillante”, che si caratterizza per l’uso frequente di metafore, procedimenti di animazione discorsiva, citazioni letterarie, anglicismi e, appunto, neologismi; per la formazione dei quali vengono largamente sfruttati i meccanismi di derivazione mediante suffissoidi e prefissoidi. Poiché la lingua dei giornali è lingua di riuso e mediatrice per eccellenza, ovviamente le invenzioni lessicali dei giornalisti non ci mettono molto a passare nella lingua corrente. In questo circolo virtuoso fra invenzione e uso, si inserisce un ulteriore scatto qualitativo nella fruizione della pornografia: è la fase dell’home video iniziata negli anni ’80 e culminata nel decennio 1990-2000 (anche col supporto del dvd). Niente più costose produzioni su pellicola (per la gioia di chi svolge una porno-attività, 2002), e niente più faticose e imbarazzanti sedute collettive in squallidi cinemini (per la gioia del pornofilo e del pornomane, entrambi del 1995). Trovando rifugio nel privato l’oggetto pornografico diventa più accessibile e domestico, e per ciò stesso più diffuso. Fra i rampolli di questo periodo (tutti attestati negli anni ’90) c’è la pornovedette, la pornoattrice e il pornoattore (e se un giornale dedica loro un articolo si ha il pornoritratto),c’è l’auspicabile pornocarriera della giovane ed esordiente pornostarlet, e c’èil pornofan che fa il tifo per lei; e ancora: pornomassaggio, pornosoft, pornofoto, pornoparty, pornoracconto, pornoeloquio ‘linguaggio osceno’, porno-chic  ‘tendenza della moda estremamente provocante e allo stesso tempo elegante; piccante e sofisticato’ (lo sdoganamento è totale). Spostandoci in avanti di qualche anno (primo quinquennio di questo secolo), troviamo: pornoimpresario, pornotassa ‘tassa sugli utili derivati dalla produzione e dallo sfruttamentto commerciale di materiale pornografico’ (anche pornotax), pornolusso ‘tendenza della moda che enfatizza il lusso, l’immagine e l’ostentazione provocante’, pornobibliofilo, pornivendola ‘donna che si prostituisce’, con sfumatura ironica (comunque un ritorno alle origini).
 
Giocare a Pornopoli
 
Ma, come s’è detto, al di fuori della casa comune del vocabolario è possibile rintracciare numerosi altri neologismi (spesso occasionalismi), anche piuttosto attempati. Nella stampa di settore, per es., ad indicare i vari filoni cinematografici: pornoesotico (1959), pornonazista (1977), porno-comico (1978, poi anche l’agg. porno-comica, e pornocomicità), porno-nazi (1987), porno-thriller (1992), porno-pecoreccio (1999), porno-gulag (2009), ecc. Ma anche nell’àmbito della trattatistica “seria”, ecco pornocapitalismo, pornoliberismo, pornosocialismo, pornoteologia, pornosofia, e su tutti lo smagliante pornotopia (1971), dove tempo e spazio sono interamente occupati dal sesso. Recentissima è la coniazione giornalistica pornopoli, rifatta sull’archetipitica tangentopoli, dopo la quale il fortunato – anche troppo – suffissoide -poli è passato ad indicare qualsiasi tipo di scandalo: mafiopoli, calciopoli, terremotopoli, vallettopoli, berluscopoli, ecc. (esiste anche un gioco da tavola per scambisti: il “Pornopoli”).
 
Turismo sessuale
 
Negli ultimi vent’anni, alcune neoformazioni con porno- sono nate in stretto legame con precise emergenze sociali in fatto di costume e morale. La moda dello squallido turismo sessuale in paesi extraeuropei, in cui la povertà è spesso causa di una diffusa prostituzione, porta con sé pornogruppo ‘gruppo di persone che praticano il turismo sessuale’ (1994), pornoturista (1995) e pornoturismo (1996). Similmente, la maggiore attenzione per i reati sessuali commessi nei confronti dei bambini che si registra dallo scorcio degli anni ’90 in poi implica la coniazione di termini che specificamente fanno riferimento alla pornografia di contenuto pedofilo: pedopornografia e pedopornografico, pornopedofilia e pornopedofilo, pedo-pornofilia e pedo-pornofilo (tutti attestati dal 1998 al 2004).
 
Il malinconico pornonauta del nuovo millennio
 
L’ultima tappa (per ora) di questo processo di divulgazione del porno (e di porno-) è segnata dall’avvento di internet: in virtù della rete telematica chiunque può disporre di materiale pornografico in maniera immediata e del tutto anonima. Ancora una nuova modalità, dunque, che favorisce la domesticizzazione del porno e, attenuando i residui sentimenti di riprovazione nei confronti del genere, ne incentiva la propagazione. Naturalmente, la pornografia informatizzata e telematizzata non può non accrescere la nostra famigliola: dagli scattanti pornofile ‘file video che contiene filmati pornografici’ (1995) e pornoinformatico agg. ‘che ha carattere pornografico ed è diffuso attraverso supporti informatici’ (entrambi del 1995) al malinconico pornonauta ‘chi naviga in Internet alla ricerca di siti pornografici’ (2005).
 
 
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*Marcello Ravesi è stato redattore unico dei 9 volumi (1995-2000) della Storia della Letteratura Italiana, diretta da E. Malato (Roma, Salerno Editrice), e segretario di redazione della rivista «Filologia e Critica» (1997-2000). Per la Storia della Letteratura della Salerno Editrice ha collaborato con Giorgio Stabile alla stesura del capitolo L’autunno del Medioevo (in Dalle origini a Dante, vol. I, 1995), ha contribuito alla stesura della trattazione Discussioni sulla lingua e sulla norma linguistica. Grammatici e lessicografi, inserita nel saggio di Luca Serianni, La lingua italiana dal cosmopolitismo alla coscienza nazionale (in Il Settecento, vol. VI, 1998),ed è stato autore (con Luigi Reina) del capitolo Le letterature dialettali (in Il Novecento, vol. IX , 2000). Ha continuato a dedicarsi alla letteratura dialettale con il contributo Dentro a mmillanta Rome, dedicato alle poesie in romanesco di Mauro Marè (in «il 996. Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli», 2004). Nel 2007 è stato pubblicato, nel volume Iacopone poeta (atti del convegno omonimo [Todi-Stroncone 10-11 sett. 2005]), l’ articolo Metafore del ‘Libro’ nella lauda 27 (Roma, Bulzoni). Sempre nel 2007 è stato pubblicato il saggio Sondaggi sulla lingua del laudario Oliveriano, in La vita e l’opera di Iacopone da Todi. Atti del Convegno di studi (Todi, 3-7 dicembre 2006), a cura di E. Menestò, Spoleto, CISAM, 2007. Insieme con Giuseppe Antonelli ha scritto numerosi contributi per l’Atlante storico della letteratura italiana, a cura di S. Luzzatto e G. Pedullà, Einaudi, Torino, in corso di stampa.

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