17 maggio 2012

Ma non è la lingua dei cachi

di Michele A. Cortelazzo*

L’errore sta spesso all’origine delle innovazioni linguistiche. Bisogna, però, distinguere due tipi fondamentali di “errori”: quelli che consistono nel dar seguito alle tendenze innovative della lingua, anche se queste contrastano con la norma tradizionale; e quelli, invece, che nascono da fraintendimenti, false analogie, processi associativi, che entrano in gioco soprattutto quando si tratta di appropriarsi non del patrimonio ereditario di una lingua, ma di apporti provenienti da altre lingue (siano esse lingue moderne o lingue del passato).
 
Apri bene le tue ore
 
Facciamo subito un esempio, per poi non parlarne più, della prima categoria di “errori”: se noi oggi non diciamo “apri bene le tue ore” ma “apri bene le tue orecchie” è perché l’italiano ha ripreso non il latino classico aure(m), ma il diminutivo, in uso nel latino parlato, per indicare l’orecchia: auricula(m). L’errore, rispetto alla norma, non era sfuggito al maestro autore dell’Appendix Probi, che infatti aveva ammonito: “auris non auricla” (cioè: “si usa auris, non auricla”), ma si trattava di una prescrizione classicheggiante che andava in direzione contraria all’uso corrente, che difatti ha dato luogo al nostro orecchia, continuatore naturale di auricla.
 
La piccola vedetta spagnola
 
Invece: da dove nasce vedetta? Da vedere risponderà la maggior parte dei lettori. No, non è così, o, per meglio dire, è così solo per una modifica della parola originaria, frutto di un’indebita, anche se comprensibile, associazione. La forma originaria della parola era veletta e derivava dallo spagnolo (qui la spiegazione si complica e diventa incerta: può essere, come mi appare più probabile, un derivato dello spagn. vela ‘sentinella’, deverbale da velar ‘vigilare’, oppure un diminutivo di vela per indicare la ‘piccola vela sopra la gabbia’). Veletta risultava opaco; per questo i parlanti, sbagliando, l’hanno raccostato a vedere. Il bello è che vedetta è una parola più trasparente di veletta: l’errore è stato certamente proficuo. Ma sempre di errore si tratta.
Così come da un errore nasce squilibrare, rifatto su equilibrare: la e- iniziale è stata sentita, erroneamente, come un prefisso e la comunità parlante ha creato il suo contrario sostituendo il (presunto) prefisso. Da un errore di analisi nasce anche caco, come singolare di un presunto plurale cachi ‘piccolo albero delle Ebenali’ e, soprattutto, ‘frutto di tale albero’: ma cachi, voce giapponese, è già singolare e dovrebbe dar luogo, quindi, a una voce invariabile. Un errore, per il momento sentito ancora da molti come tale, è l’infinito redarre,costruito per (falsa) analogia sul participio redatto, partendo dall’esempio di trarre e del suo participio tratto.
 
Errori di copisti, errori di scanner
 
Ci sono almeno tre ambiti nei quali possiamo trovare un gran numero di parole che si sono formate in seguito a fraintendimenti: le parole dotte, le locuzioni proverbiali, le espressioni che derivano dal latino della Chiesa.
Parole dotte che si sono tramandate, nella forma che conosciamo oggi, in seguito ad errori di lettura sono molte: per esempio, acne ‘ infezione suppurativa delle ghiandole sebacee’ viene dal gr. akme: la n proviene da un errore di trascrizione in un codice del VI sec. d. C. e ha dato luogo a un lat. acnae, plurale, nella traduzione in latino dei testi contenuti in quel codice, opera del medico tedesco Johannes Hagenbut (del XVI sec.); basalto continua il lat. basaltes: lo si trova in un testo di G. Agricola del 1546 per indicare delle rocce sassoni allora scoperte da poco, ma non è altro che una trascrizione erronea del grecismo pliniano (Naturalis Historia XXXVI 58) basaniten ‘rocce etiopiche dure, nere’; a sua volta binomio è il lat. mediev. binomium, ma i matematici, almeno dal XII sec., avevano in realtà coniato l’espressione binominem ‘che ha due nomi’, calco del greco di Euclide ek dýo onomáton ‘(composto) di due nomi’; collimare è il lat. collineare ‘porre sulla stessa linea’, poi colliniare, con un errore di lettura che accomuna gli antichi copisti ai moderni mezzi informatici (quante volte lo scanner riproduce una m al posto di ni? La stessa cosa è successa ai copisti che hanno frainteso colliniare); tulipano pare essere un travisamento del turco tülbent, che in realtà significa ‘turbante’: chissà se alla base c’è un equivoco o un’immagine creativa dell’interprete che accompagnava il viaggiatore che ha portato in Europa fiore e nome.
Un po’ diversa è la nascita di nappa ‘ornamento, fatto con un mazzetto di fili ritorti di seta o lana all’orlo di un drappo’, che sembra provenire da mappa ‘tovagliolo’, con un processo di dissimilazione, quale può avvenire nella trasmissione orale delle parole: ma anche in questo caso la forma originaria è stata travisata al di là delle normali vie di trasformazione fonetica. Infine, ci si mettono anche i lessicografi: panfilo nel Medioevo significava ‘nave da guerra’; ad attribuirgli, per errore, il valore di ‘nave da diporto’, fu il Guglielmotti, autore, nel 1889, di un Dizionario marino e militare: e fu una manna per i puristi che poi vollero sostituire l’anglicismo yacht.
 
Basco e vacca, cammello e gomena
 
Sul piano dei modi proverbiali, come non pensare al detto “parlare francese come una vacca spagnola” resa italiana del francese “parler français comme une vache espagnole”? È un detto dal vago sapore demenziale e dall’origine opaca, se non si trattasse semplicemente del fraintendimento del ben più trasparente e sensato “parler français comme un basque l’espagnol”, cioè “parlare francese come un basco lo spagnolo” (i Baschi erano ben noti ai Francesi, grazie alla rilevante presenza di servitori baschi a Parigi). O ancora, potrebbe essere un errore a dar senso al detto evangelico “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”: la spiegazione corrente, anche se per nulla pacifica, è che l’immagine iniziale non fosse quella di un cammello (gr. kámelos, ma poi scritto anche kámilos), bensì quella della gomena (kámilos). Bisogna riconoscere che se la spiegazione è questa, il caso e l’errore ci hanno portato a un’immagine ben più pittoresca di quella iniziale, capace di rendere più plasticamente l’adynaton rappresentato dal detto.
 
Mussolini aveva ragione?
 
Passiamo all’ultima grande area di parole diffuse nelle lingue (e nei dialetti) in base ad errori: quella che nasce dal latino della liturgia cattolica passato attraverso la penna o la bocca di semicolti. Come non pensare al busillis, nato da una lettura impropria dell’evangelico in diebus illis ‘in quei giorni’, rianalizzato separando indie da busillis? O il repulisti di fare repulisti ‘consumare tutto, portare via tutto’, tratto dal Salmo 42, 2 “Quia tu es, Deus, fortitudo mea, quare me repulisti?”, dove, però, repulisti non può, ovviamente, significare ‘ripulisti’, ma “rigetti”, dal verbo repelere  (“Poiché tu sei, o Dio, la mia fortezza, perché mi rigetti?”). E potremmo aggiungere, tra i mille esempi, la figura popolare della Donna Bisodia, donna così pia che il suo nome veniva sempre ripetuto nel Pater noster (in realtà “dona nobis hodie”): Gian Luigi Beccaria ci ha offerto molti esempi di questo tipo di deformazioni nel suo Sicuterat.
Infine: mettiamo quanto meno in dubbio il carattere di errore attribuito all’uso da parte di Benito Mussolini, nel 1943, del termine bagnasciuga come ‘linea della sabbia dove l'acqua finisce e comincia la terra’ (“bisogna che, non appena il nemico tenterà di sbarcare, sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga”), in luogo, si dice, di battigia (mentre bagnasciuga sarebbe solo la ‘zona compresa tra la linea di immersione massima e quella di immersione minima d'una nave’). In realtà, nei dialetti (per es. in quelli della Corsica) si trova bagnasciuga nello stesso senso usato da Mussolini. Ne possono scaturire due conclusioni: la prima che Mussolini, in questo caso, aveva ragione; oppure, che il suo errore si è propagato, come spesso accade agli errori, anche nell’uso comune.
 
Testi citati
 
Gian Luigi Beccaria, Sicuterat. Il latino di chi non lo sa. Bibbia e liturgia nell'italiano e nei dialetti, Milano, Garzanti, 2002.
Manlio Cortelazzo, Paolo Zolli, DELI - Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, seconda edizione a cura di Manlio Cortelazzo e Michele A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 1999.
Alberto Zamboni, L’etimologia, Bologna, Zanichelli, 1976.
 
Michele A. Cortelazzo (Padova, 1952), allievo di Gianfranco Folena, è professore ordinario per il settore “Linguistica italiana” all’Università di Padova. Ha insegnato anche nelle università di Saarbrücken, Innsbruck, Rijeka (Fiume),Venezia, Trieste, Ferrara. Il linguaggio amministrativo è stato, negli ultimi anni, uno dei temi della sua ricerca: con Federica Pellegrino ha scritto una Guida alla scrittura istituzionale (Laterza, Roma-Bari 2003) e con Chiara Di Benedetto e Matteo Viale ha coordinato la “traduzione in italiano” del manuale di Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione (Cleup, Padova 2008). Fa parte della REI, Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale, promossa dalla Direzione Generale della Traduzione della Commissione Europea (di cui presiede ora il Comitato di coordinamento), ha fatto parte del gruppo di lavoro interregionale istituito dalla Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali, d’intesa con l’Osservatorio legislativo interregionale (OLI), che ha curato la terza edizione del manuale di redazione dei testi normativi, approvata nel 2008, e fa parte del gruppo di lavoro per la stesura di una norma UNI sulla scrittura tecnica.

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