17 maggio 2012

Malapropismo, quel vocabolo deforme

di Rita Fresu*  

A chi non è scappato un sorriso di fronte a frasi come siamo obesi di lavoro oppure avere il paté d’animo ? Dagli occhiali da miope o da preside di Totò alla lana pierino di Sconsy (al secolo Anna Maria Barbera), la deformazione o la sostituzione intenzionale di vocaboli rappresenta una strategia comica assai efficace, impiegata in tutti i tempi per produrre effetti esilaranti.
Se commessi involontariamente, tali scambi prendono il nome di malapropismi.
Con questo termine si intende un vocabolo deformato sul piano del significante per accostamento paretimologico ad altre parole più note; un simile processo può generare vocaboli alterati inesistenti, come autobilancia per ‘autombulanza’; bimboniera per ‘bomboniera’; comprativa per ‘cooperativa’, oppure vocaboli esistenti, somiglianti nella forma ma con accezioni differenti (detti paronimi), come celebre per ‘celibe’; inciamparsi per ‘incepparsi’; mal caduto per ‘mal caduco’.
 
Un po’ di storia
 
Il termine malapropismo deriva dall’inglese malapropism, che a sua volta risale al nome di Mrs Malaprop (ispirato alla locuzione francese mal à propos ‘a sproposito’), personaggio della commedia The Rivals (‘I Rivali’), rappresentata per la prima volta nel 1775, del drammaturgo irlandese Richard Brinsley Sheridan (1751-1816), le cui battute sono caratterizzate da continue sgrammaticature, consistenti, appunto, in storpiature e scambi di parole.
 
Nell’italiano popolare
 
Il fenomeno del malapropismo ricorre principalmente nell’italiano popolare, ossia la varietà parlata e scritta dagli incolti e dai semicolti che si servono dello strumento linguistico in modo deviante rispetto alla norma corrente. Tale varietà appare caratterizzata dall’incapacità di dominare la dimensione diafasica; ciò ha come conseguenza uno scarso controllo dei registri, specialmente quelli più ricercati. Alla base del malapropismo, infatti, sta l’intento dell’incolto di elevare il registro del proprio enunciato mediante la selezione di vocaboli inconsueti e prestigiosi, o comunque percepiti come tali, che tuttavia non sono completamente acquisiti e che, pertanto, vengono “semplificati” secondo un meccanismo che tende ad assimilare ciò che è ignoto o difficile al familiare.
Per tale motivo a essere deformati sono soprattutto forestierismi – il latino per il passato, le lingue straniere in tempi recenti – e tecnicismi, specialmente nell’italiano odierno nel quale il contatto con i linguaggi settoriali è favorito dall’influsso dei mass media. Così si spiegano, per l’ambito medico, forme come covalicenza per ‘convalescenza’; febbrite per ‘flebite’; micragna per ‘emicrania’, e confusioni di parole straniere, come palché per ‘parquet’ (per accostamento a palco); parula per ‘parure’ e tic per ‘ticket’, fino a vere e proprie polarità lessicali come check-up e ketchup; petit-gris e pedigree.
 
Chi ha un raptus prende tranquillizzanti?
 
La strategia più semplice e comune mediante la quale si producono questo genere di solecismi consiste nella sostituzione di una forma con un’altra esistente e somigliante, per esempio basista per ‘vasistas’; avere un raptus per ‘avere un lapsus’; fare il make-up dei dati per ‘fare il back-up dei dati’; istigare la gelosia per ‘instillare la gelosia’; talvolta lo scambio appare favorito anche dalla soggiacente spinta di un’altra lingua, come derogatorio per ‘denigratorio’ (sotto cui si intravede l’inglese derogatory ‘dispregiativo’); in altri casi la défaillance è di tipo grafo-fonetico, come proseguo per ‘prosieguo’ (in cui è evidente l’attrazione di seguire).
Possono tuttavia entrare in gioco anche altri meccanismi che a livello di formazione delle parole realizzano, in senso più lato, una sorta di malapropismi: scambi di prefissi (affettivo per ‘effettivo’) e, più frequentemente, di suffissi (adottamento per ‘adozione’; discrezionalità per ‘discrezione’; ostilazioni per ‘ostilità’; comprensibile per ‘comprensivo’; sollecitudine per ‘sollecitazione’), oppure l’aggiunta o il cumulo di morfemi (indispiacente per ‘dispiaciuto’; spensierato per ‘pensieroso’; strafila per ‘trafila’; tranquillizzanti per ‘tranquillanti’), o, ancora, incroci, come incastronato, generato dalla sovrapposizione di incastrato e incastonato.
Talvolta la forma errata deriva da una falsa segmentazione e ricomposizione di vocaboli o frasi; notissima è, in proposito, quella alla base del fantasioso personaggio popolare donna Bis(s)odia, generato dalla risegmentazione della sequenza (panem nostrum quotidianum) da nobis hodie della preghiera del Pater noster, con successiva risemantizzazione (spesso ironica e dissacratoria).
 
Quando sbagliare è un’arte
 
Per il loro elevato potenziale caratterizzante, i malapropismi ricorrono nelle parodie dell’italiano popolare (si pensi a serie come aureola per ‘arietta’; stentorea per ‘stentata’; infestato per ‘in festa’; guerre intestinali per ‘guerre intestine’, pronunciate dal pittore ligure protagonista di Falso monetario nell’Idioma gentile del 1905 di Edmondo De Amicis), e più in generale, come detto, nei testi comici e satirici: basterà ricordare la celeberrima gag della scrittura a quattro mani della lettera in Totò, Peppino e la... malafemmina, film diretto da Camillo Mastrocinque nel 1956, in cui la prorompente vis comica deriva dall’accumulo di tratti semicolti, tra cui appunto spiccano i fraintendimenti lessicali (come laura per ‘laurea’ e parente per ‘parentesi’). E ancora di Totò sono adire alle vie letali; ai postumi l’ardua sentenza; impiegati sparastatali; malcostume mezzo gaudio; lettera omonima.
Utilizzati per fini stilistici ed espressivi tali scambi, dunque, assumono il valore di una vera e propria figura retorica di parola (per variazione di forma), la paronomasia (dal gr. paronomasìa ‘alterazione di un nome’). Tale espediente abbonda nei testi teatrali, dalla commedia dell’arte all’opera buffa o semiseria sette-ottocentesca (spesseggia, ad esempio, nei libretti di Gioacchino Rossini), fino all’avanspettacolo, ma può movimentare in varia misura, e con differenti obiettivi, anche testi letterari e paraletterari (come le argute invenzioni elencate nel Prontuario d’italiese del 1967 di Ennio Flaiano: Saluti dalle pernici del Monte Bianco; si sono tutti alcolizzati contro di me; le zucchine mi piacciono trafelate; lo discuteremo in separata sedia; ha un completo di inferiorità), fino ad arrivare a costituire sofisticati giochi verbali del linguaggio pubblicitario (basterà rievocare, ad esempio, lo slogan di una nota compagnia aerea in voga qualche anno fa Vi voliamo bene) e a formulare ammiccamenti parodicamente allusivi (forse un po’ in calo negli ultimi anni) nella titolazione giornalistica (Il piacere è tutto mostro,«Panorama», 17 gennaio 1988).
 
Riferimenti bibliografici
 
E. Banfi, Il linguaggio comico: tra pragmatica e strategie linguistiche, in Id. (a cura di), Sei lezioni sul linguaggio comico, Trento, Università degli Studi, Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche, 1995, pp. 17-69.
G. L. Beccaria, Sicuterat. Il latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell’italiano e nei dialetti, nuova ed. ampliata, Milano, Garzanti, 20012.
M. Cortelazzo, Avviamento critico allo studio della dialettologia italiana, vol. III, Lineamenti di italiano popolare, Pisa, Pacini, 1976 [1972].
P. D’Achille, L’italiano dei semicolti, in L. Serianni e P. Trifone (a cura di), Storia della lingua italiana [vol. I I luoghi della codificazione; vol. II Scritto e parlato; vol. III Le altre lingue], Torino, Einaudi, vol. II, pp. 41-79.
P. D’Achille, L’italiano popolare, in Enciclopedia dell’Italiano (EncIt), diretta da Raffaele Simone, con la collaborazione di Gaetano Berruto e Paolo D’Achille, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2 voll., 2010-2011, vol. I, pp. 723-726.
G. Gavagnin, La gag della lettera da Antonio Petito ad Antonio De Curtis, in J. Espinosa Carbonell (a cura di), El teatro italiano, Actas del VII Congreso Nacional de Italianistas (Valencia, 21-23 de octubre de 1996), Valencia, Universitat de Vàlencia, Departament de filologia francesa i italiana, 1997, pp. 247-254.
B. Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Milano, Bompiani, 1988.
F. Rossi, La lingua in gioco. Da Totò a lezione di retorica, Roma, Bulzoni, 2002.
 
*Rita Fresu (Roma, 1967) è professore associato di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari. Si è occupata di scritture non istituzionali di area mediana e alto-meridionale, di rapporti tra tipologia testuale e fenomeni linguistici, di questioni di gender nella storia dell’italiano. Ha pubblicato diversi studi filologico-linguistici, molti dei quali relativi a scritture femminili (laiche e religiose). Ha condotto indagini sulla produzione narrativa e teatrale di Massimo Bontempelli. Recentemente si è dedicata alla lingua dell’editoria educativa e della paraletteratura femminile tra Otto e Novecento e alla letteratura femminile contemporanea in Sardegna. Collabora a numerose opere lessicografiche.

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