17 maggio 2012

Lingua letteraria: si fa presto a dire errore

di Luigi Matt*  

Nella lingua letteraria, oggi come ieri, quelli che secondo qualsiasi grammatica sarebbero da considerare errori hanno diritto di cittadinanza, e anzi possono risultare preziosi. I trattati di retorica, accanto a figure apparentemente più nobili, accolgono una serie di violazioni delle regole che se messe in atto da uno studente in un tema scolastico sarebbero pesantemente sanzionate, ma che invece in mano a uno scrittore divengono elementi di raffinatezza stilistica.
 
Nella pancia del pescecane: episodi ottocenteschi
 
È soprattutto nella narrativa moderna che l’uso di forme o costrutti estranei alla norma grammaticale è divenuto un’importante risorsa espressiva, uno strumento utile a raggiungere determinati effetti, in particolare nella rappresentazione di certi tipi di personaggi. Il fenomeno più rilevante in questo ambito è la messa in atto di moduli tipici del parlato informale, tradizionalmente considerati errati nello scritto. Com’è noto, già nei Promessi sposi tale artificio viene impiegato, seppur molto parcamente, per evocare il tono del dialogo spontaneo dei personaggi di mediocre o scarsa cultura, come ad esempio Don Abbondio («I soldati, è il loro mestiere di prendere le fortezze») o Renzo («quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro»).
L’uso di popolarismi sintattici diviene molto più frequente nei Malavoglia, in cui essi si rintracciano non solo nel dialogato ma anche nel narrato, grazie al procedimento del discorso indiretto libero, di cui Verga per primo in Italia si serve in maniera estesa ed efficace.
Una tappa importante, e per solito trascurata, nel percorso verso un’integrale riproduzione del parlato è costituita da due brevi brani di Pinocchio in cui il burattino racconta le proprie peripezie. Notevole in special modo il secondo, che anticipa modalità espressive che prenderanno piede solo in pieno Novecento. Nella pancia del pescecane Pinocchio riassume a Geppetto tutto ciò che gli è capitato in un discorso formato da un lunghissimo periodo “a cascata”, costruito per aggiunte progressive di frasi legate tra loro alla meglio, che rende perfettamente l’idea di un discorso concitato (qui se ne può riportare solo una piccola parte): «e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d’oro, che una l’avevo spesa all’Osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai piú nulla, la quale il Giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione».
 
Sulle labbra del calzolaio: sviluppi novecenteschi
 
Nel Novecento, l’adozione di moduli propri dell’oralità anche più informale diviene più frequente e più estrema; inoltre, si amplia la gamma degli effetti mimetici che ne possono derivare. Naturalmente, le sgrammaticature continuano ad essere utilizzate per rappresentare le incertezze linguistiche di personaggi appartenenti alle classi sociali più umili, come avviene ad esempio in molta narrativa neorealista. Ma da molti scrittori vengono tentate strade nuove, attribuendo un modo di esprimersi deficitario a personaggi mai rappresentati prima in letteratura. È il caso tra gli altri di Lucio Mastronardi, che nel suo primo romanzo, Il calzolaio di Vigevano (1957), si serve sia nei dialoghi sia nel narrato, oltreché del dialetto, di un italiano popolare-regionale molto connotato, allo scopo di mettere in risalto la desolante situazione culturale (ma anche morale) di un’umanità tutta dedita a un arricchimento che non porta come conseguenza un miglioramento della qualità della vita. Il deficitario possesso della lingua dimostrato da tutti gli attori del dramma va di pari passo con la ristrettezza degli orizzonti mentali, come si vede bene anche solo da un paio di esempi: «Si comincia lasciarli in letto una mattina e poi tutte le mattine c’è da pregarli levarsi!»; «Certe rovinafamiglie che robano l’uomo alle altre, il Signore dovrebbe darci un bel castigo».
Un filone narrativo rilevante, aperto da Capriccio italiano (1963) di Edoardo Sanguineti (uno degli intellettuali italiani più importanti del secondo Novecento), è costituito da romanzi in cui la devianza dalle regole grammaticali va in parallelo con la devianza psicologica o sociale dei protagonisti-narratori. Sanguineti mette in scena un intellettuale nevrotico il cui racconto di quelli che sono palesemente sogni (o, non di rado, incubi) viene reso efficacemente attraverso un «sottoparlato oniroide» (come lo definisce lo stesso autore) che costituisce un autentico catalogo di deflessioni dalla norma. La sintassi, più che scorretta, appare in molte pagine di fatto abolita, ridotta com’è all’allineamento di frasi legate da un onnipresente che: «c’è una voce che cresce, che non sembra mica una voce che si può stare a sentire, che adesso è proprio tutta immensa, che adesso se la sente anche mia moglie, che se la sentono anche i bambini nella loro camera, e che io sono lì in piedi». È interessante ricordare che Sanguineti si è servito di una scrittura sostanzialmente analoga nel tradurre il Satyricon, che può essere considerato il primo testo in cui l’adozione massiccia di elementi linguistici popolari è componente fondamentale delle strategie rappresentative (come si sa, gli zotici arricchiti e i piccoli delinquenti che affollano il romanzo di Petronio vengono fatti parlare in un latino ben diverso da quello dei grandi classici).
Tra gli autori che meglio hanno interpretato il disagio psicologico attraverso l’adozione di una lingua studiatamente depauperata si possono ricordare almeno Gianni Celati (Le comiche, 1970) ed Ermanno Cavazzoni (Il poema dei lunatici, 1987).
 
Le mutande e Bassotuba: la situazione di oggi
 
Lo sfruttamento intensivo delle risorse dell’oralità caratterizza molti autori degli ultimi vent’anni che perseguono, con varie strategie, forme di letteratura antitradizionale. In narrazioni svolte in prima persona prendono la parola personaggi che scontano vecchi o nuovi tipi di marginalità, e che si esprimono in un linguaggio molto lontano dall’ortodossia scolastica. Tra di essi si possono ricordare la ragazzine “alternative”, peraltro molto diverse tra loro, di Rossana Campo (In principio erano le mutande, 1992) ed Isabella Santacroce (Fluo, 1996), gli operai disperati di Paolo Nelli (La fabbrica di paraurti, 1999), il giovane intellettuale precario di Paolo Nori (Bassotuba non c’è, 1999), fino all’aspirante suicida di Alfonso Brentani (Per oggi non mi tolgo la vita, 2010).
Sorprendentemente, si è notato spesso da parte della critica un totale fraintendimento delle tecniche espressive messe in atto in questo genere di narrativa: la difficoltà dimostrata da parte di parecchi recensori, a volte anche esperti, a distinguere il piano dei personaggi-narratori da quello degli autori fa sì che non sia raro leggere accorate deplorazioni della scarsa conoscenza dell’italiano che affliggerebbe molti scrittori d’oggi. Evidentemente, viene interpretata la lontananza dalla lingua letteraria tradizionale quale sintomo di imperizia o di scarsa attenzione allo stile, il che è un po’ come dire che Totò era ignorante perché nei suoi film si lasciava sfuggire molti strafalcioni. In realtà, è chiaro che al contrario l’opzione più semplice è riproporre all’infinito certi moduli di media letterarietà (come si vede bene per esempio in tanti romanzi di consumo). La riproduzione del parlato informale, quando è riuscita, è frutto di un lavoro sullo stile particolarmente impegnativo.
Altro discorso, naturalmente, va fatto per le sciatterie non volute, infortuni in cui cadono a volte certi scrittori meno attrezzati, e che sorprendentemente sfuggono al controllo dei redattori delle case editrici. Il problema, naturalmente, è tutto nella consapevolezza: si possono ottenere ottimi risultanti maltrattando la grammatica; a patto, però, di conoscerla perfettamente.
 
*Luigi Matt insegna Storia della lingua italiana nell’Università di Sassari. È condirettore degli «Studi linguistici italiani». Ha pubblicato tra l’altro Teoria e prassi dell’epistolografia italiana tra Cinquecento e primo Seicento. Ricerche linguistiche e retoriche (Roma, Bonacci 2005), Gadda. Storia linguistica italiana (Roma, Carocci 2006), La narrativa del Novecento (Bologna, Il Mulino, 2001), Narrativa in Modernità italiana, a cura di A. Afribo e E. Zinato (Roma, Carocci, 2011).
 

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