di Sandra Covino*
Le falsificazioni si possono considerare un fenomeno antropologico: presuppongono infatti la tendenza, riscontrabile in tutte le epoche e le culture umane, a ingannare e a lasciarsi ingannare. I moventi possono essere i più vari: dall’arricchimento illecito alle ambizioni carrieristiche, dalla vanità dell’erudito al desiderio di screditare gli avversari o di esibire glorie locali, fino alle più alte istanze di natura religiosa o ideale. Se la produzione di oggetti d’arte risulta sicuramente la più lucrativa per i falsari, per antichità e consistenza il primato spetta alla categoria delle frodi testuali. Nel tempo gli impostori sono stati costretti ad affinare strumenti e procedure, di pari passo con le difese messe a punto dagli esperti per ridurre il rischio di essere beffati; in questo senso la battaglia, mai interrotta, tra falsari e critici ha contribuito al rinnovamento e al progresso delle discipline a servizio nella cosiddetta critica del testo.
Gli inganni e il tempo
In ogni caso, alla base del successo di un falso non c’è tanto la perizia del suo artefice quanto piuttosto la rispondenza a credenze diffuse e a pregiudizi di vario tipo. In questo senso niente più che il tempo può smascherare gl’inganni. «Le falsificazioni – ha affermato il critico d’arte Max Julius Friedländer – vanno servite calde, così come escono dal forno», perché il falsificatore soggiace al gusto contemporaneo e ogni tempo guarda al passato con occhi diversi; le generazioni successive si accorgono dunque facilmente di anacronismi rimasti del tutto invisibili per le vittime dei falsari. In altre parole, la verità del falso sta nella quantità di informazioni che ne possiamo ricavare sulle conoscenze e i valori dell’epoca nel quale esso è stato realizzato. La regola enunciata dal medievista Horst von Fuhrmann, studioso del Constitutum Constantini, vale anche per gli aspetti linguistici delle contraffazioni.
Apocrifi come negativi di fotografie
L’interesse dello studio dei falsi per lo storico della lingua è infatti duplice. Il sistema linguistico considerato in prospettiva diacronica rappresenta da sempre uno strumento necessario – sia pure non sufficiente – di accertamento dell’autenticità attraverso il raffronto sistematico (esemplare il metodo critico messo a punto da Lorenzo Valla proprio per dimostrare il carattere spurio del latino della “donazione di Costantino”), ma a questa considerazione ne va aggiunta un’altra, meno ovvia, applicabile, ad esempio, ai falsi composti in Italia nel primo Ottocento: da tali apocrifi si possono ricavare indizi preziosi che, osservati in controluce come il negativo di una fotografia, contribuiscono a definire per via contrastiva il valore d’uso di singole forme e più in generale le linee di tendenza della koinè scritta preunitaria, ormai in fase avanzata di stabilizzazione.
Ciò è particolarmente utile perché l’italiano è una lingua in cui il rapporto con la tradizione medievale ha avuto un forte carattere di continuità, per di più rinverdito dall’azione del purismo ottocentesco; di qui il rischio oggi di scambiare per arcaismi forme che nel XIX sec. erano comuni, almeno a livello scritto. La presenza in un testo pseudo-antico (o nelle parodie ironiche degli scrittori antitradizionalisti) offre forti indizi del fatto che le forme in questione fossero effettivamente avvertite come desuete o obsolescenti, e proprio per questo giudicate consone alla patinatura arcaizzante. I connettivi e più in generale le parti invariabili del discorso sono un settore del lessico particolarmente implicato nelle procedure di invecchiamento artificiale.Così nel manoscritto dell’Anonimo, da cui muove il romanzo manzoniano, la scelta di sostituire ai poiché della prima introduzione al Fermo e Lucia con varianti più marcate, perloché e abbenché, che cominciano a comparire nella seconda Introduzione al Fermo e Lucia (e vengono incrementate all’altezza della ventisettana con l’aggiunta di attesoché e di imperciocché), quando cioè si precisa la scelta manzoniana di falsificare la lingua seicentesca, ne confermano la connotazione pedantesca e la loro tendenziale uscita dall’uso scritto corrente.
Va osservato che in alcune epoche il morbo della falsificazione si manifesta con le proporzioni di una vera «épidémie collective». La metafora è di Marc Bloch, che nell’Apologie pour l’histoire paragonò i decenni tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX sec. alla «symphonie de fraudes»confezionate tra l’VIII e il XII sec. dell’era cristiana.
Gran Bretagna, fucina di falsificazioni
Proprio la Gran Bretagna della seconda metà del XVIII secolo, vera fucina di falsificazioni celebri, ci offre la possibilità di esemplificare, attraverso i Canti di Ossian di James Macpherson (1736-1796) e i Rowley poems di Thomas Chatterton (1752-1770), due strategie diverse ma entrambe ricorrenti nella storia delle contraffazioni letterarie: la prima consistente nel presentare proprie composizioni come trascrizioni da fonti antiche, inventate e mai rese pubbliche; la seconda consistente nella fabbricazione materiale di manoscritti falsamente attribuiti a epoche passate.
L’epica ossianica esercitò un’enorme influenza sugli ambienti letterari di tutto il vecchio continente. Le ragioni sono profonde e almeno in parte riconducibili al desiderio di emanciparsi dalla tradizione classica (su cui farà ancora leva la propaganda imperialista napoleonica) e di imporre, attraverso la riscoperta nostalgica del mondo “barbarico”, un nuovo gusto e nuovi orientamenti.
A fattori di tipo estetico ben presto si saldarono esigenze di natura politica. L’identificazione di Sprachgesit e Volkgeist – ovvero l’esaltazione della lingua del popolo come espressione vivente dell’anima della nazione – fu accolta, a partire dalla teorizzazione herderiana, da tutta la cultura romantica europea; le lingue e le tradizioni popolari assunsero così grande importanza per il sostegno a rivendicazioni indipendentistiche e per la stessa affermazione delle identità nazionali in Europa. Per questo motivo i letterati patrioti si assunsero l’onere di dimostrare il genio creativo del popolo e della sua lingua, attraverso la riscoperta, vera o simulata, di antichi capolavori dimenticati, né ritennero illegittima la manipolazione di testimonianze orali o troppo recenti o troppo frammentarie.
È il caso, quest’ultimo, del medico folclorista finlandese Elias Lönnrot (1802-1884), che trasformò un gruppo di canti e racconti tradizionali – giudicati dal nostro Domenico Comparetti «privi di stretta unità» – in un epos organico e coerente: il Kalevala. Le conseguenze furono tali che il 28 febbraio, data della pubblicazione della prima edizione del poema nel 1835, ancora oggi si celebra la festa nazionale finlandese. Al contrario, sul declinare del secolo, proprio i docenti della nuova Università di Praga sollevarono gli argomenti più schiaccianti contro i finti manoscritti duecenteschi fabbricati da Vaclav Hanka (1791-1861) e dai suoi complici, cioè contro quel patrimonio di miti e leggende inventate a cui si era ancorata nel primo Ottocento l’emergente coscienza nazionale ceca. Ormai l’identità boema appariva abbastanza forte e troppo alto il rischio del discredito connesso ai falsi storici.
L’Ottocento italiano tra periferie e centro
In Italia, le ambizioni dei falsari si erano a lungo esercitate nel campo delle cosiddette localpatriotische Fälschungen; basti citare l’Iscrizione ferrarese del 1135, composta dal suo editore, l’erudito settecentesco Girolamo Baruffaldi, per fare di Ferrara la culla della versificazione italiana in rima (il frammento fu accolto ancora nel 1912 da Ernesto Monaci nella sua Crestomazia italiana de’ primi secoli). La fabbricazione di falsi patriottici continuò in epoca risorgimentale, non per colmare, come nelle aree danubiano-balcanica o scandinava, carenze documentarie relative al periodo designato – a torto o a ragione – quale momento generativo dell’unicità e dignità del popolo-nazione, quanto per rivalutare l’apporto alla cultura nazionale di regioni periferiche rispetto al filone dominante. È un’ulteriore testimonianza dell’intreccio tipicamente italiano tra il secolare policentrismo linguistico-culturale e l’incessante ricerca di un’identità comune.
Significativo l’esempio delle Carte d’Arborea, che furono confezionate proprio per nobilitare lo specifico apporto della Sardegna alla nazione italiana e rivendicare la priorità della lingua e della produzione letteraria sarda rispetto alla stessa poesia provenzale. In altri casi, fu proprio la reazione alle manie di primati locali e l’intento di ridicolizzarle ad ispirare le burle dei falsari; si pensi ai canti popolari siciliani composti da Luigi Capuana e spacciati come autentiche perle del folclore popolare a Lionardo Vigo, che li incluse nella Raccolta amplissima (1874).
Il falso come arma: Leopardi contro i puristi…
Una categoria molto affollata è rappresentata dalle falsificazioni di marca puristica. Il purismo ottocentesco intrecciò la difesa dell’identità nazionale con la proposta del ritorno alla perfezione aurorale delle origini, propugnando un forte antigallicismo linguistico e l’esaltazione della proprietà naturale, populisticamente collettiva, della lingua toscana trecentesca. Gli eccessi normativi e la coazione all’arcaismo linguistico fomentarono tra i letterati la voga dei falsi medievali confezionati per divertimento erudito, con intenti cioè virtuosistici e insieme parodici.
Tra i generi testuali in prosa del secolo aureo oggetto di contraffazione, spiccano la novellistica, la cronachistica e la letteratura agiografico-devozionale, molto ammirata dagli accademici della Crusca e dal caposcuola del purismo, il padre Antonio Cesari, che anteponeva – è noto – Cavalca a Boccaccio.
Il desiderio di mostrare la propria confidenza con la lingua antica e la propria abilità nel riprodurla ispirò anche la composizione del falso più illustre della storia letteraria ottocentesca: il Martirio de’ Santi Padri di Giacomo Leopardi, che – a quanto riferisce il poeta nel suo epistolario – riuscì a ingannare lo stesso Cesari.
Tuttavia il Martirio non va considerato un mero divertissement erudito. Manzoni, Leopardi, Tommaseo e Foscolo, l’uno indipendentemente dall’altro, scelsero di imitare scritture del passato, coniandone un modello caricaturale utile a introdurre, per via contrastiva, il problema della lingua moderna, nel confronto-scontro allora in atto tra classicisti e romantici. L’allestimento del Martirio, che l’autore tenne a inserire nella raccolta delle sue opere, fu per Leopardi un modo per prendere le distanze dal trencentismo cesariano, tanto ammirato dall’amico Giordani, e insieme per riflettere, in concomitanza con l’inizio della stesura delle Operette morali, sulla giusta misura del dialogo con la tradizione, sul terreno della ricerca di una lingua attuale e insieme classica e antica per la prosa contemporanea, una lingua «facile a intendere e dilettevole così al volgo come ai letterati» (lettera al Giordani del 20 marzo 1820).
… e Monaldo contro Giacomo
I significati impliciti nel falso trecentesco leopardiano non si esauriscono qui. Stimolato dalla provocazione del figlio, anche il “non letterato” Monaldo decise di cimentarsi nella composizione di operette psuedo-antiche, scegliendo prudentemente il volgare marchigiano. La pratica della contraffazione appare dunque funzionale anche al gioco sottile della rivalità e del contrasto nel mondo privato degli affetti, all’interno cioè di quel difficile rapporto tra padre e figlio che per scelta di entrambi non esploderà mai in un’aperta e definitiva rottura, ma troverà uno sfogo represso e parziale nell’arte della simulazione e del non detto.
Letture consigliate
Baines, P., 1999, The House of Forgery in Eighteenth Century Britain, Ashgate, Aldershot.
Bloch, M., 1993 [1949], Apologie pour l'histoire, ou métier d'historien, édition critique préparée par Étienne Bloch, préface de Jacques Le Goff, Paris, Armand Colin.
Bricchi, M., 2000, La roca trombazza. Lessico arcaico e letterario nella prosa narrativa dell’Ottocento italiano, Alessandria, Edizioni dell’Orso.
Comparetti, D., 1944, Il Kalevala o la poesia tradizionale dei Finni. Studio storico critico sulle origini delle grandi epopoee nazionali, in Id., Poesia e pensiero del mondo antico, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, Riccardo Ricciardi Editore, Napoli, pp. 278-552.
Covino, S., 2009, Giacomo e Monaldo Leopardi falsari trecenteschi. Contraffazione dell'antico, cultura e storia linguistica nell'Ottocento italiano, 2 voll., Firenze, Leo S. Olschki.
Di Blasi, C., 1954, Luigi Capuana. Vita, amicizie, relazioni letterarie, Mineo, Ed. Biblioteca Capuana.
Dionisotti, C., 1971, Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi.
Eco, U., 1990, Falsi e contraffazioni, in Id., I limiti dell’interpretazione, Milano, Bompiani, pp. 162-192.
Eco, U., 2002, La forza del falso, in Id., Sulla letteratura, Milano, Bompiani, pp. 292-323.
Friedländer, M. J., 1955 [1946], Il conoscitore d’arte, trad. ital., Torino, Einaudi.
Grafton, A. 1996 [1990], Falsari e critici. Creatività e finzione nella tradizione letteraria occidentale, trad. ital., Torino, Einaudi.
Jones, M. (cur.), 1990, Fake? The art of deception, edited by Mark Jones with Paul Craddock and Nicolas Barker, London, The Trustees of the British Museum.
Marrocu, L. (cur.), 1997, Le carte d’Arborea. Falsi e falsari nella Sardegna del XIX secolo, Atti del Convegno di Studi, Oristano, 22-23 marzo 1996, Cagliari, AM&D.
MGH = Fälschungen im Mittelalter, Internationaler Kongress der Monumenta Germaniae Historica, München, 16-19 September 1986, T. 1-6, Hannover, Hahnsche Buchhandlung, 1988-1990.
Peron, A., Andreose, A. (curr.), 2008, Contrafactum. Copia, imitazione, falso, Atti del XXXII Convegno interuniversitario, Bressanone / Brixen, 8-11 luglio 2004, Padova, Esedra.
Serianni, L., 2002, Italiano antico, italiano anticheggiante, in Id., Viaggiatori, musicisti, poeti. Saggi di storia della lingua italiana, Milano, Garzanti, pp. 38-52.
Thiesse, A. M., 2001 [1999], La creazione delle identità nazionali in Europa, trad. ital., Bologna, il Mulino.
Varvaro, A., 2010, Adulteri, delitti e filologia, Bologna, il Mulino.
Vian, G. M., 2004, La donazione di Costantino, Bologna, il Mulino.
Vigo, L. (cur.), 1874, Raccolta amplissima di canti popolari siciliani, Catania, Galatola (ripr. facs.: Sala Bolognese, Forni, 1974).
Vitale, M., 1986, L’oro nella lingua. Contributi per una storia del tradizionalismo e del purismo italiano, Milano-Napoli, Ricciardi.
*Sandra Covino è docente di prima fascia di Linguistica italiana presso l’Università per Stranieri di Perugia, dove coordina il dottorato di ricerca in Scienze del linguaggio. La sua produzione scientifica comprende vari filoni, come la storia degli studi linguistici e filologici in Italia, a cui vanno ascritti l’edizione del Carteggio D’Ancona-Monaci (2 voll., Pisa, Scuola Normale Superiore, 1997) e numerosi articoli, apparsi in note sedi editoriali, sul manzoniano R. Bonghi e sulla linguistica storico-comparativa, sugli scritti linguistico-filologici pirandelliani, su R. Guarnieri, su C. Merlo e i dialettologi neoascoliani, sul pensiero linguistico di B. Migliorini, ecc. Altro filone d’indagine è costituito dalle ricerche sulla lingua dell’Ottocento e sulla stilistica letteraria, con particolare riferimento ad autori otto-novecenteschi, da G. Leopardi agli oratori politici risorgimentali, a G. d’Annunzio e C. Malaparte. Altre pubblicazioni riguardano la questione della lingua italiana a Malta, la diacronia linguistica nell’insegnamento dell’italiano a stranieri, la scrittura professionale, argomento su cui ha organizzato il primo convegno in Italia, curando la pubblicazione degli Atti (Firenze, Olschki, 2001). Presso lo stesso editore ha pubblicato nel 2009 due volumi sul tema del falso linguistico nella cultura italiana ed europea del XIX sec.