01 marzo 2012

La lingua dei manga e il gergo giovanile: il caso di Gals!

di Danilo Poggiogalli*
 
Partiamo dagli otaku
 
Bisogna essere adolescenti, o al più postadolescenti (e il post si può dilatare di molto), e bisogna essere patiti di manga, anime, videogiochi, cosplay e/o arti marziali di origine nipponica per sentirsi parte di una comunità dotata di un suo gergo iniziatico. Li chiamano otaku e il bello è che in Giappone il termine − almeno nella sua accezione più negativa − designa qualcuno che non esce di casa per giorni o anni preferendo starsene agli arresti domiciliari nella sua cameretta a smanettare alla console o a compulsare centinaia di manga, magari hentai (quelli cioè pornografici), come nel caso del serial killer Tsutomu Miyazaki, alla cui vicenda è legata la tetra diffusione del termine. Insomma un alienato. Ma le alienazioni si possono condividere, come nelle terapie di gruppo. È così che già in patria gli otaku si sono riuniti insieme e hanno dato vita a una cultura (o, se vogliamo essere snob, subcultura) consumistica. 
Fatto sta che, quando verso la fine degli anni Novanta arriva in Occidente, la parola sembra aver smarrito ogni connotazione spregiativa per diventare un semplice marchio di appartenenza. Funziona sempre così quando si imita: si tende a prendere solo il fiore e non il gambo. O così si spera, anche se, come accade per tutti i gruppi giovanili fortemente connotati, le tendenze discriminatorie sono sempre in agguato: si viene discriminati o perché si è otaku o perché non lo si è nella forma più autentica. Ecco allora che i sedicenti otaku vengono bollati, più o meno bonariamente, con l’epiteto di giappominchia.
 
Il giapponile: una moda come tante
 
Gli otaku − che siano profondi conoscitori di cultura giapponese o abbiano letto due o tre manga − hanno a disposizione un thesaurus buono per tutte le occasioni. Se devono salutare un loro simile, va da sé che gli rivolgano un konnichiwa (pronunciato konnicivà) . Se si arrabbiano con qualcuno, possono apostrofarlo con un bel baka (‘stupido, idiota’). Se vedono qualcosa di carino, possono uscirsene in un kawaii (pron. kavaì, nome anche di una corrente artistica contemporanea), o in un chibi (pron. cibi), di cui una otaku in persona mi ha fornito l’accezione di ‘puccioso’. Se la ragazza con cui hanno a che fare è sì carina ma un po’ ingenua e inesperta, un moe (pron. moè, abbreviazione di moekko)non glielo leva nessuno. Se devono chiedere scusa, magari al proprio fratello, li possiamo sentir dire: Gomen nasai, niisan... (‘Scusa, fratellone’). E qui c’entreranno anche le russe Tatu, che, non a caso sullo sfondo di un video in stile anime, intonano versi come «Gomen nasai for everything, / Gomen nasai, I know I let you down / Gomen nasai till the end». Se sprizzano dalla gioia, possono gridare yatta (‘evviva, vittoria’): il fatto che assomigli alla nostra iattanza basterà a far registrare la voce nel Devoto-Oli?
Quasi tutte le forme qui citate amano accompagnarsi al punto esclamativo. Infatti il linguaggio giapponile, come potremmo chiamarlo, è un intercalare decisamente interiettivo, in linea con l’emotività tipica del codice manga, la stessa per cui, ad esempio, con i loro occhi, «più grandi di quelli dei lemuri notturni, delle donne dipinte da Paul Delvaux» o «degli spalancamenti palpebrali di Bette Davis», i personaggi non piangono ma «spruzzano lacrime a fiotti, sempre in orizzontale, come vibrisse di foca» (Scarpa).
 
La lingua delle gals
 
Ma non tutti i manga si limitano a contrabbandare valanghe di nipponismi d’inerzia. In Gals! diMihona Fujii, dieci volumetti usciti in Italia fra il 2003 e il 2004, si assiste invece a soluzioni linguistiche più creative, merito anche delle traduttrici, in particolare di Laura Valentini (voll. I-VI). Il manga rientra nel filone shōjo, destinato a un pubblico adolescenziale femminile, e ha per protagoniste, per l’appunto, un gruppo di gals (slang angloamericano per girls) animate da un vago spirito ribellistico nei confronti del formalismo tipico della società giapponese. A guidarle è Ran Kotobuki, eroina volubile ma anche generosa e insofferente verso le ingiustizie.
Nella resa del gergo delle gals non colpisce tanto un ingrediente ovvio come i giovanilismi tradizionali (da sballo, fissato, troppo fico, troppo tosto, ecc.), e forse nemmeno l’uso abnorme di forme elative, in specie prefissati (megainvidia, strapigra, ultrastupido, superritardo, superpoco, supervergognarsi, super ultra mega noioso,ecc.) e avverbi («Ci ha lasciato eccellentemente qui!»; «È violentemente buono?!»), quanto l’interazione continua fra codici linguistici differenti (italiano, giapponese e inglese), combinata con una forte spinta neologica.
 
Avere le tasche al green
 
L’anglofilia delle gals sembra superare quella congenita alla stessa lingua giapponese. Spesso si tratta di parole singole: invece di un bacio, si dà uno smack; non si è soli ma lonely; se si ottiene la promozione scolastica, è un miracle; gli occhi − ovviamente tondi − di qualcuno sono definiti charming; qualcun altro non può fare compere «per via delle tasche al green». A volte di sequenze di più parole o di sintagmi: «È finalmente giunto il time dell’auto-appeal!»; «vedete di non trascinarci nel vostro lonely mood»; «Final answer? Final answer!» «mi hai dato un love beam»; «Oggi è un lucky day».
Fra gli anglicismi non ci sono solo parole semanticamente piene come i sostantivi o gli aggettivi, ma anche quelle grammaticali come gli aggettivi possessivi, i quantificatori o i focalizzatori, che si vanno a combinare con nomi italiani: «io sono davvero grata... alla my mammina»; «I nostri cuori saranno hot! Very caldi!»; «una real stupida».
Ricorrono in modo ossessivo alcune locuzioni verbali come essere in tension-up («Anche se piove, siamo in tension-up») e essere love-love con qn («Voglio che Aya sia felice con l’uomo con il quale sarà veramente love-love»), ma soprattutto, complice la lingua informatica, il modulo (essere) in x-mode, laddove la variabile può essere sciolta tanto con una voce inglese che italiana: «Sono in love-love mode», «Tu devi proprio essere in stupid-mode», «Che freddo! Sono stata costretta anch’io a un abbigliamento in caldo-mode!», «Il Nakaprof in predica-mode!».
Ma il fervore della commistione può generare dei monstra: «con questo you get il cuore di Ran»; «get la ricompensa!»; «Bisogna check it». Fino a violentare la morfologia inglese: «Miho... ha get 3 gonne fino al ginocchio»; «Io sono proprio fall in love with te».
 
Fra cianciamen e vecchiogals
 
L’ibridazione fra inglese e italiano può realizzarsi nello stesso modo in cui si manifesta quella fra inglese e giapponese, e cioè attraverso la composizione nominale. Composti anglo-giapponesi sono, per esempio, shiro-gals ‘gals prive di abbronzatura (o ganjiro)’ oppure Hachi-pol ‘poliziotti del commissariato di fronte ad Hachiko’. Ma innumerevoli sono anche gli acronimi interamente inglesi: citerò solo hawaju (= hawaian jewel ‘bigiotteria in stile hawaiano’), lumicalight (= lumination colour light ‘torcia colorata usata ai concerti dagli spettatori’) e il tormentone nopro (accorciamento di no problem).
Il fatto è che la fusione con l’inglese comporta spesso un’alterazione della struttura del sintagma italiano. In forme come cianciaman ‘smargiasso, contaballe’, vecchiogal ‘gal antiquata’ o zeppe kick ‘calcio dato con le zeppe’, il determinante è posto prima del determinato, come in inglese (e ormai nel tipo italiano neostandard calciomercato).
 
Non ti gasagonfiare!
 
La stessa inversione logica non manca di presentarsi anche quando si fondono parole interamente italiane. L’ordine può essere allora “aggettivo + nome”: per avvalorare un concetto, si può dire che «è la vercosa»; se qualcosa invece appare insensata, ecco che ha zerosenso, con una sequenza non nuova in italiano, in particolare in quello pubblicitario (zero interessi, zero forfora, ecc.: vd. anche Adamo-Della Valle). Possibile anche l’ordine “oggetto + verbo”, che si vede in cianciasparare, glossato ‘raccontare enormi bugie’: esempio che, come cianciaman, va a recuperare una parola chiave della tradizione disneyana.
Ma l’inventività neologica si spinge fino alla creazione di acronimi in cui fra gli elementi non ci sono gerarchie logiche da sovvertire. Si tratta spesso di verbi sinonimi, il cui accoppiamento serve perlopiù a enfatizzare stati d’animo di vario genere, perché il verbo semplice evidentemente non basta a rendere la ridondanzaemotiva che caratterizza le nostre gals: che possono rimproverare a qualcuno di essersi gasagonfiato, cioè di ‘essersi esaltato, montato la testa’ (da gasarsi + gonfiarsi); oppure possono infurrabbiarsi (da infuriarsi + arrabbiarsi), sforzimpegnarsi (da sforzarsi + impegnarsi), spavepaurire (da spaventare + impaurire) o snobignorare qualcuno (da snobbare + ignorare).
I membri della coppia si possono anche completare semanticamente senza essere sinonimi. Anche in questo caso i neologismi che ne derivano accentuano in modo espressivo i comportamenti costantemente sopra le righe di Ran e compagne: «la prossima volta che mi capita a tiro la scaradistruggo» (non chiaro il valore del primo elemento: scaracchiare, scaraffare o scaraventare?); «Questa stupida mi sta scrutaminando» (cioè ‘guardando in modo minaccioso’, da scrutare e min(acci)are); «Non mi direte che siete state spaccagonfiate dalla banda di Mami Honda?!» (riduzione di spaccare la faccia + gonfiare di botte).
Ma esistono espressioni anche meno violente: in negativo, qualcuno può essere noioserioso ‘troppo serio e coscienzioso’ o strampa-stupido (da strampalato + stupido: «strampa-stupido di un fratello!»); in positivo, una ragazza può essere grazio-bella e una situazione intrippazzante o stuzzintrigante
Insomma, è vero che ci travolgono di nipponismi e, in misura anche maggiore, di anglicismi, ma bisogna anche dire che, fosse stato per i traduttori di manga, la fubbia avrebbe già rimpiazzato da tempo lo smog.
 
Riferimenti bibliografici
 
Alessandro Gomarasca e Luca Valtorta, Sol mutante. Mode, giovani e umori nel Giappone contemporaneo, Genova, Costa & Nolan, 1999.
Valentina Testa, Kawaii art. Fiori colori palloncini (e manga) nel Neo Pop giapponese, Latina, Tunué, 2011.
Giulia Marino, Giappominchia, Bologna, Kappa Edizioni, 2011.
Luca Raffaelli, Le anime disegnate. Il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi e oltre, Roma, Minimum Fax, 2005.
Tiziano Scarpa, Occhi sulla graticola, Torino, Einaudi, 1996 e 2005 (p. 42).
Gianluca Di Fratta, Il fumetto in Giappone: dagli anni Settanta al 2000, prefazione di Maria Teresa Orsi, Caserta, L’Aperia, 2005.
Jean-Marie Bouissou, Il Manga. Storia e universi del fumetto giapponese, Latina, Tunué, 2011.
Mario A. Rumor, Come bambole. Il fumetto giapponese per ragazze, Latina, Tunué, 2005.
Mihona Fujii, Gals!, traduzione di Laura Valentini (voll. I-VI), Seiko Doi (vol. VII) e Yumiko Salvitti (voll. VIII-X), Bologna, Dynit (già Dynamic Italia), 2003-2004. C fr. anche l’anime: Super Gals! Kotobuki Ran, regia di Tsuneo Kobayashi, Tv Tokyo-Studio Pierro t, 2001-2002.
Danilo Poggiogalli, La lingua di tre ragazze alla moda: note alla versione italiana del fumetto ‘Gals!’, «Studi linguistici italiani», XXXIV 2008, pp. 283-300.
Adamo-Della Valle = Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio, Firenze, Olschki, 2003 (p. XXI).
 
*Danilo Poggiogalli ha insegnato Linguistica italiana all’Università della Tuscia di Viterbo. È autore dei volumi La sintassi nelle grammatiche del Cinquecento, Firenze, Accademia della Crusca, 1999 e (con Massimo Palermo) Grammatiche di italiano per stranieri dal ’500 a oggi. Profilo storico e antologia, Pisa, Pacini, 2010, nonché di saggi dedicati ad aspetti diversi della storia dell’italiano, fra cui le reggenze verbali, la poesia di Burchiello, la critica letteraria. Insieme a Giuseppe Antonelli ha curato il vol. L’italiano nella società, che fa parte della Storia della lingua italiana per immagini, opera in sei volumi diretta da Luca Serianni, Città di Castello, Edimond, 2011. Si è occupato anche di linguaggio epistolare, essendo fra i curatori del vol. La scrittura epistolare nell’Ottocento. Nuovi sondaggi sulle lettere del CEOD, Ravenna, Pozzi, 2009.
 

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