01 marzo 2012

L’Italia a strisce

di Luca Raffaelli*

Il fumetto italiano dell’immediato dopoguerra è stato sinonimo di intrattenimento. I personaggi più popolari vivevano in un west adatto a simboleggiare la ricostruzione di un Paese sulla mitologia statunitense. Ma indubbiamente i contatti con la realtà sono stati pochi, anche se le lotte di Tex contro la burocrazia e la corruzione dei politici (e non solo) non solo avevano un chiaro riferimento con la realtà italiana ma erano anche una chiave fondamentale del suo successo.
 
Crepax, Milano e l’inconscio
 
Si parla invece di realtà italiana (e ancora più precisamente, di quella milanese) nei fumetti molto particolari che pubblica Guido Crepax su «Linus» a partire dal 1965. Molto particolari perché attingono in parte alla tradizione del fumetto statunitense per poi trovare una propria personalissima strada stilistica (attraverso il montaggio serrato di vignette piccolissime che raccontano dettagli di immagini) e narrativa (che spesso ha nell’erotismo il suo momento centrale). Crepax ha indagato sull’inconscio dei suoi personaggi facendo al contempo il ritratto di una Milano snobista e di sinistra che leggeva Ronald Laing e Kafka, che si interessava di arte e di musica contemporanea.
 
Buzzelli e la “rivolta dei racchi
 
Un altro grande autore ha parlato della manie e delle paure di quegli anni. Si chiama Guido Buzzelli, è stato un artista dal segno classico, che fin dalla fine degli anni Sessanta ha realizzato dei romanzi a fumetti (quelli che oggi si chiamano graphic novel). Come La rivolta dei racchi, in cui l’agognata rivoluzione (siamo proprio nel 1968) diventa una favola satirica con il finale infelice: i racchi che conquistano il potere si dimostrano peggiori dei belli a cui l’hanno tolto. E poi Zil Zelub: qui Buzzelli racconta la tragedia dell’individuo in una società consumista e spersonalizzante (e siamo all’inizio degli anni Settanta). Ma ancor più che con il Sessantotto la realtà prende il controllo del fumetto nella successiva ondata di contestazioni studentesche.
 
Il Settantasette di Pentothal
 
Il ’77 è stato raccontato meravigliosamente da Andrea Pazienza nei diari di Pentothal in cui si mescolavano le istanze e le certezze del movimento con l’energia e le incertezze personali dell’autore. Il tutto con l’arte di Pazienza, autore capace di realizzare le tavole a fumetti con velocità incredibile, e di raccontare sul foglio le proprie emozioni con mille stili diversi. Pazienza ha anche lavorato nella redazione del «Male», il settimanale satirico che alla fine degli anni Settanta fu popolarissimo. In quelle pagine spesso improvvisate e abbozzate, la realtà entrava prorompente, negli scritti come nei fumetti, satirici e non. Quello che stava accadendo anche in altri mondi fumettistici (negli Stati Uniti con il fumetto underground, in Francia con «Hara Kiri» ed altre riviste satiriche) eccolo anche da noi, lasciandoci grandi pagine che continuano a valere non solo come testimonianza del passato (come il Pertini, sempre di Pazienza).
 
Il commissario Spada e il terrorismo
 
È stato riproposto negli ultimi dieci anni, in varie edizioni, anche un altro fumetto di quegli anni, che il pubblico adulto di allora non leggeva, perché la pubblicazione avveniva su un settimanale cattolico per ragazzi: «Il Giornalino». Su quelle pagine Gianni De Luca, artista romano, disegnava con soluzioni originalissime e con uno stile inimitabile (a copiarlo ci ha provato Frank Miller, l’autore statunitense amato da chi ama gli eroi duri e dannati) le avventure, private e pubbliche, del Commissario Spada. Gli episodi di questo poliziotto (scritte dallo sceneggiatore Gianluigi Gonano) lo vedono alle prese anche con le tragedie del terrorismo italiano di quegli anni.
 
Ken Parker tra razzismo e disuguaglianza sociale
 
E intanto Sergio Staino su «Linus» raccontava fin dal 1979 con Bobo la realtà italiana vista attraverso un militante di sinistra (seguendola poi attraverso i decenni, fino ad oggi). Da non dimenticare poi altre aperture alla realtà di alcuni fumetti popolari, come quelli editi da Sergio Bonelli: sono ambientate nel presente le avventure del primo antieroe popolare, ovvero Mister No (creato nel 1975), le cui storie erano scritte proprio da Sergio Bonelli (sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta), mentre il Ken Parker di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo (il cui primo numero è uscito nel 1977), benché ambientato nel west, parlava di alienazione del lavoro in fabbrica, di razzismo e disuguaglianza sociale, con chiari riferimenti alle situazioni italiane del presente di allora. Mi sono soffermato su questi lavori perché per quegli anni rappresentano una novità di alto livello.
 
Mannelli in Nicaragua
 
In seguito, la realtà è entrata nel fumetto italiano, lo ha invaso e lo ha trasformato. Ad esempio bisognerebbe dare anche a un autore italiano (nato come satirico) la palma di precursore di quello che successivamente (e soprattutto grazie a Joe Sacco) è stato chiamato graphic journalism: Riccardo Mannelli a metà degli anni Ottanta andò in Nicaragua per fotografare con i suoi disegni la difficilissima realtà di quel paese tra povertà e guerriglia. Non un proprio fumetto, ma immagini disegnate accompagnate da didascalie che talvolta formavano una piccola narrazione, più spesso una zoomata su un totale.
 
Frigidaire e Walvoline, libertà di (e dal) fumetto
 
Insomma, grazie a tutto questo, a una rivista come «Frigidaire» e a un gruppo particolare come quello di Walvoline, il fumetto ha perso a poco a poco il suo specifico, diventando un linguaggio sempre più libero a sperimentazioni, contaminazioni, mutazioni. Poi è arrivato internet, e con la rete è venuta meno anche la difficoltà del fumetto di avere un rapporto immediato con i lettori. Perché a scrivere e disegnare un fumetto ci si mette un bel po’ di tempo (diciamo ad essere veloci si possono realizzare un paio di tavole al giorno) e poi bisogna impaginare, andare in stampa. Insomma, non si riesce ad essere troppo immediati, non si riesce a stare sulla notizia.
 
L’impegno dentro e oltre la rete
 
E invece il computer ha velocizzato alcune fasi di realizzazione, mentre la connessione ha azzerato i tempi di pubblicazione. Questo non vuol dire solo che sono nati in rete ottimi fumettisti (come Makkox, ad esempio), ma anche che una volta entrata la realtà nei fumetti, ora non ne esce più. I fumetti di Gipi, i reportage nell’Est europeo di Igort, i fumetti di cronaca e inchiesta pubblicati sul supplemento domenicale del quotidiano «Terra», curati da Giulio Gargia, sono alcuni esempi che dimostrano come il fumetto sia diventato un linguaggio capace oggi di ogni libertà espressiva e, anche, di ogni sorta di impegno.
 
*Luca Raffaelli (1959) è considerato uno dei massimi esperti italiani nel campo dei fumetti e dei cartoni animati. Collabora con «La Repubblica» e il suo mensile «XL»; dal 2003 scrive le introduzioni ed è consulente editoriale dei volumi a fumetti di «Repubblica-L’Espresso». È direttore artistico dei Castelli animati, festival internazionale del cinema d’animazione di Genzano, e di Romics, festival del fumetto di Roma. Autore televisivo, scrittore e saggista, ha pubblicato vari libri per bambini (tra gli altri Un fantasma in cucina e Gianga e Perepè per Mondadori) e Il fumetto per Il Saggiatore-Flammarion (1997). Per minimum fax ha già pubblicato Le anime disegnate. Il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi e oltre (2005) e, nel 2009, Tratti&Ritratti. I grandi personaggi del fumetto da Alan Ford a Zagor ( www.minimumfax.com/recensione.asp?personaID=406 ). Come sceneggiatore ha collaborato tra l’altro alla scrittura di Johan Padan, film animato di Giulio Cingoli tratto da un testo di Dario Fo. Mina ha inciso una sua canzone, Ninna pa’.

 


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