23 ottobre 2014

Militari, ciclisti ed eroi: «Lo Sport illustrato»

di Francesca Gatta*

Allo scoppio della prima guerra mondiale i giornali italiani hanno oramai da una ventina d’anni un assetto stabile e moderno: lasciata alle spalle la frammentazione postunitaria, fatta di giornali prefettizi di diffusione locale, il connubio con il grande capitale (i Crespi per il «Corriere della sera», gli Ansaldo per «Il Secolo XIX», la grande proprietà agraria per «Il Resto del Carlino»), avendo permesso investimenti cospicui (macchinari in grado di garantire tirature elevate e rapida composizione della pagina, inviati speciali, linee telefoniche dirette a partire dal 1902), ha consentito ad alcune testate di affermarsi a livello nazionale. Il discrimine fra “vecchio” e “nuovo” è chiaro anche ai contemporanei; come sostiene Torelli Viollier, cofondatore del «Corriere» e suo direttore fino all’avvento dell’era Albertini (1900-1925), è oramai il tempo dei giornali collettivi, cioè frutto di una redazione che rielabora notizie in modo uniforme, imponendo uno stile che risparmia solo i grandi inviati.
 
L'interventismo a tutta pagina
 
Con alle spalle gruppi economici con interessi politici ben precisi, e con un occhio più attento alla politica interna piuttosto che allo scenario internazionale, i giornali italiani svolsero un ruolo fondamentale nel progressivo abbandono del neutralismo attendista del governo italiano (secondo gli storici, un sentimento prevalente in Italia) a favore di posizioni interventiste. Il fronte neutralista non si presentava compatto, perché costituito da testate di diversa ispirazione che, per ragioni molto diverse, sostenevano le ragioni della neutralità: i giornali di ispirazione cattolica, i giornali di sinistra, in primis l’«Avanti!»e, inizialmente, «La Stampa». Paladino del fronte interventista era il «Corriere della sera», a cui si allinearono in un secondo momento le altre testate nazionali («Il Giornale d’Italia», «Il Messaggero», «Il Resto del carlino»), spinte soprattutto da ragioni interne, cioè dall’obiettivo di rompere il blocco liberale a sostegno di Giolitti, colpevole di aperture verso i socialisti e le masse. In questo clima non stupisce la nascita nel novembre del 1914 del «Popolo d’Italia» di Mussolini, finanziato da industriali italiani e francesi, che – spaccato il fronte socialista – diventerà paladino dell’interventismo.
 
I bollettini ufficiali contro il disfattismo
 
Esaurita l’enfasi dell’entrata in guerra e del “maggio radioso”, i giornali vennero immediatamente sottoposti alle direttive dell’Ufficio stampa del Comando militare supremo: ai giornalisti era vietato l’accesso al fronte (con poche eccezioni), era proibito pubblicare notizie sull’andamento delle operazioni di guerra, sui morti e sui feriti, che si discostassero dai bollettini ufficiali e, infine, la censura colpiva testi bollati di “disfattismo” e non allineati a resoconti di carattere positivo che avevano il compito di tenere vivo il morale. In breve, gli aspetti più drammatici della guerra – quelli che affiorano nell’anonima canzone O Gorizia tu sei maledetta, censurata e proibita, nelle pagine di Lussu e di altri – non arriveranno ai giornali. Così come non vi arriva la notizia della terribile disfatta di Caporetto, riportata in modo ambiguo e generico dal «Corriere» (28 ottobre 1917), una modalità che non può non ricordare la vaghezza dell’armistizio dell’8 settembre 1943:
 
Le notizie che giungono dalla fronte sono dolorose. Dalla parte dove l’impeto nemico è più deciso e più violento le nostre truppe sono costrette a indietreggiare. Siamo nel periodo della battaglia più sfavorevole all’assalto; nel periodo in cui la breccia aperta dal primo urto si allarga e costringe a rinunzie più ampie, dettate da necessità strettamente tecniche. Dobbiamo sapere aspettare (…). Se i soldati cedono oggi reagiranno domani. Se le nostre linee di difesa si spostano, saranno riportate più avanti quando l’impeto aggressivo si sarà esaurito e il vincitore di un giorno avrà assiso sulla temporanea conquista la sua accresciuta debolezza.
 
Il volontario ciclista Marinetti
 
Come sintetizza Isnenghi, in assenza di “fatti”, ai giornali non rimane che la retorica dell’eroismo e della patria e i giornali diventano il prolungamento della propaganda del Comando militare, privilegiando episodi o aneddoti o storie individuali. Questa particolare modalità di raccontare la guerra trovò una particolare consonanza con una pubblicistica sportiva che da tempo considerava lo sport come una preparazione alla guerra. Il giornale che incarna meglio questa contiguità fra campo sportivo e campo di battaglia è «Lo Sport illustrato», settimanale illustrato della «Gazzetta dello sport»fondato nel 1913, che dopo l’entrata in guerra assumerà il titolo «Lo Sport illustrato e la guerra», «Rivista quindicinale illustrata della forza, dell’audacia e dell’energia umana», mutato ancora nel 1917 in «Il secolo illustrato». Presente al fronte, assieme agli altri giornali “di trincea” diffusi dal Comando militare per tenere alto il morale delle truppe, «Lo Sport illustrato» relega i “fatti” (spesso coincidenti con il bollettino ufficiale) alle ultime due pagine della rivista con il titoletto La nostra guerra, lasciando tutto lo spazio a illustrazioni, a medaglioni di soldati, soprattutto se con una carriera sportiva alle spalle (Gli sportsman alla guerra), e agli aspetti più impegnativi per il fisico della vita al fronte. Si hanno articoli che esaltano l’atletica leggera dal titolo trasparente Dall’allenamento sportivo al getto della bomba a mano (1916, XII). Scrive dal fronte il volontario ciclista Marinetti in una cartolina al giornale: «la guerra meraviglioso sport sintetico» (1915, XI). A partire dal 1915, l’editoriale viene preceduto dalla rubrica Per la patria, in cui si elencano i decorati al valore.
 
Dalla cronaca sportiva alla commemorazione dei caduti
 
Aprendosi ad argomenti collaterali alla guerra, come le imprese eroiche dei soldati e soprattutto degli aviatori, il giornale offre escursioni stilistiche considerevoli, passando dalla prosa agile e disinvolta delle cronache sportive (ricca di prestiti dall’inglese e dal francese) alla prosa fortemente letteraria degli articoli in cui, per esempio, si commemorano i caduti. A questi due estremi si aggiunge la prosa sobria che accompagna la descrizione dell’aspetto tecnologico della guerra, che – al pari dell’attrezzatura sportiva – trova ampio spazio nella rivista. I due passi proposti, tratti dallo stesso numero del giornale) offrono un esempio evidente di queste escursioni stilistiche: il primo è dedicato al confronto fra la dotazione tecnica della nostra artiglieria e di quella nemica; il secondo, invece, ricorda la morte del generale Cantore:
 
Il cannone da campagna austriaco ha calibro di 76,5 mm; è lungo 30 calibri; pesa con l’otturatore 335 kg ed è di bronzo fucinato. L’otturatore è a cuneo, ciò che non conferisce alla rapidità al caricamento; il pezzo in batteria pesa circa 1040 kg; l’avantreno con carico completo, munizioni comprese, ma senza serventi, pesa 887 kg (1915, XXII, p. 594)
 
Te, Antonio Cantore, che tanto e con impeto aperto, a pieno petto sorgendole incontro la sfidasti [la morte], sui libici lidi ghermire, vittima di improvvise orde ribelli, lunge alla patria, non volle. Né vederti pareva: né poterlo; qual fossi, mistico eroe, circonfuso da nube divina. (1915, XXXII, p. 591)
 
La guerra “umana” dei piloti
 
L’arma che meglio incarnava questa visione militare – sportiva della guerra era la nascente aviazione: i nomi degli aviatori trovano spazio in classifiche basate sugli aerei abbattuti (con tanto di premi) e diventano popolarissimi. L’aviazione, per l’esaltazione del ruolo dei piloti fatta dalla stampa – scrive Georg Mosse –, ebbe il compito di “umanizzare” e, dunque, di esorcizzare la paura nei confronti di una tecnologia impersonale e mostruosa che dava tremenda prova di potenza nei campi di battaglia.
 
Testi citati
M. Isnenghi, Giornali di trincea, Torino, Einaudi, 1977
G. Mosse, Le guerre mondiali: dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990
F. Gatta, La lingua militare alla ribalta dei giornali: il caso dell’aviazione nella prima guerra mondiale in Storia della lingua italiana e storia dell’Italia unita, Firenze, Franco Cesati, 2011, 337-349.
 
*Francesca Gatta insegna Linguistica italiana all’Università di Bologna (Dipartimento di Interpretazione e Traduzione). Si è occupata principalmente della lingua d’autore del Novecento e della lingua dello spettacolo, in particolare di melodramma e di cinema (Il teatro al cinema. La lingua del cinema degli anni Trenta, 2008). Si è occupata inoltre di storia della traduzione e di didattica dell’italiano.

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