23 ottobre 2014

Evasione e propaganda nella «paraletteratura»

di Laura Ricci*

La capacità di riflettere e interpretare i grandi eventi storici che si attribuisce alla letteratura non può essere in egual misura riconosciuta ai cosiddetti generi “paraletterari” (romanzo di consumo, fumetto, narrativa per l’infanzia ecc.), a cui semmai è affidata una funzione di evasione dalla realtà contingente. In effetti, gli anni tra il 1915 e il 1918 non registrano una battuta d’arresto nella produzione e nella vendita di libri ameni e disimpegnati, favoriti in questa fase dall’affermazione di grandi marchi editoriali (Sonzogno, Salani, Bemporad e la più recente Mondadori) e dalla proliferazione di collane in grado di soddisfare le esigenze e i gusti di diversi gruppi di lettori.
 
I libri per ragazzi
 
L’eco della grande guerra, d’altra parte, raggiunge anche prodotti apparentemente marginali e refrattari alle sollecitazioni della Storia. Più di tutti, i libri per ragazzi risentono dei mutamenti epocali in atto: la responsabilità educativa di cui tendenzialmente si caricano vira non di rado verso la propaganda e la ricerca del consenso, suscitando negli animi facilmente influenzabili dei bambini gli ideali dell’orgoglio nazionale, della vittoria militare, dell’obbedienza gerarchica.
 
Pinocchio in battaglia
 
Tra i vari titoli del 1915-16 (I bimbi d’Italia si chiaman Balilla. Ragazzi italiani nel Risorgimento nazionale di Luigi Bertelli pseud. Vamba; Abecedario di guerra di Eugenio Colmo pseud. Golia; Ciuffettino alla guerra di Enrico Novelli pseud. Yambo) è esemplare il volumetto di Giuseppe Fanciulli, Perché siamo in guerra,in cui lo scopo di persuadere i giovani lettori alla causa dell’irredentismo è scoperta: «L’Italia vincerà la sua guerra. La sua causa è santa, poiché consiste nella rivendicazione di giusti confini, nella liberazione di fratelli oppressi, nella difesa del diritto e della libertà. La nostra guerra è l’ultima del nostro risorgimento nazionale». è del 1917 una rivisitazione del famoso Pinocchio, ambientata nel contesto bellico dal nipote di Collodi (Paolo Lorenzini, Il cuore di Pinocchio. Nuove avventure del celebre burattino)e piegata a lodare il sacrificio dei mutilati di guerra; nel ritrovare il burattino con arti rabberciati a séguito delle ferite in battaglia, il povero Geppetto sospira: - Ah fatina, chi è stato a ridurmelo in questo modo? - E la Fata risponde: – La Patria, vecchietto mio!
 
Il barbiere e il piccolo alpino
 
Più ambiziosi due libri di successo che celebrano l’impresa nel dopoguerra, entrambi di tono edificante e con tratti di deamicisiana retorica: Laura Orvieto, Beppe racconta la guerra (Firenze, Bemporad, 1925) e Salvator Gotta, Il piccolo alpino (Milano, Mondadori, 1926). Il primo è il racconto del barbiere Beppe, emigrato a Parigi, che rievoca con i suoi compagni l’esperienza al fronte attraverso salienti episodi di virtù italica; il secondo è la storia del piccolo Giacomino Rasi che, creduto orfano dopo un incidente in montagna in cui svaniscono i genitori, è accolto tra gli alpini e vive da eroico protagonista il primo conflitto mondiale.
 
Il coraggio virile nel fumetto
 
Anche il fumetto in questi anni alterna alla vocazione puramente ludica una disponibilità ad accogliere i temi della propaganda, adattata al pubblico di riferimento. Il «Corriere dei Piccoli» (nato nel 1908) negli anni Dieci è in testa alle letture degli scolari; nelle immagini e nelle didascalie, aggraziate invenzioni sganciate dal presente (come quelle firmate da Sergio Tofano pseud. Sto) convivono con ingenui elogi della guerra, prosecuzione degli slanci risorgimentali. Altri supplementi illustrati si avvalgono dell’immagine per vivificare l’evento; le tavole di Achille Beltrame che aprono la «Domenica del Corriere» nel periodo 1915-18 non servono tanto a trasmettere un’esatta riproduzione dei fatti – compito della fotografia, che ci ha restituito una documentazione notevole - quanto a evidenziare oggetti simbolici e testimonianze di coraggio virile: le baionette tese, la bandiera italiana, il soldato ferito, le marce impervie.
 
Donna in trincea, ma travestita da uomo
 
La figura femminile, invece, nell’immaginario popolare ricopre prevedibilmente un ruolo ancillare e di conforto, sebbene in tempo di guerra le donne siano state impegnate in compiti vari e complessi. Qualche effetto si nota nella letteratura rosa, che in questa fase parrebbe incoraggiare più che i sogni sentimentali - come accadrà nel genere da Liala in poi - la dimensione domestica e le piccole virtù esercitate nella vita quotidiana. In questa fase di transizione la scrittrice di maggior successo è ancora Carolina Invernizio, che muore nel 1916 lasciando in eredità alle sue lettrici oltre cento romanzi e racconti incentrati su inverosimili personaggi e peripezie. Eppure, nel suo ultimo libro ( La fidanzata del bersagliere ), è un’eroina di guerra a prendere il posto delle sue antirealistiche protagoniste d’elezione (o « angioli di bianca perfezione» o « microcosmi di nera malvagità», come scrisse Giovanni Papini). Il romanzo, ispirato alla storia di Luigia Ciappi, ardimentosa fanciulla che in vesti maschili si sarebbe presentata in caserma per farsi soldato, racconta di Aurora, che pur di raggiungere il fidanzato Giuliano, chiamato al fronte come bersagliere, non esita a indossare la divisa e a fare vita di trincea, prima di tornare nel suo ruolo di madre e sposa.
 
Il successo dei Beati Paoli
 
Per il romanzo giallo, la fase di affermazione è ancora di là da venire, ma proprio negli anni della guerra vengono inaugurate le prime collane dedicate al genere, come “I romanzi polizieschi” e “I racconti misteriosi” di Sonzogno, in maggioranza tuttavia traduzioni da opere straniere. Gli autori italiani preferiscono ai modelli d’importazione atmosfere locali e intrighi ispirati alle tradizioni nostrane, sulla scia del feuilleton ottocentesco. Tra i romanzi dedicati alle società segrete e alle torbide connessioni tra criminalità e luoghi del potere, spicca il successo dei Beati Paoli di Luigi Natoli pseud. Willialm Galt (apparso in rivista nel 1909-1910, edito in volume nel 1921), ispirato alla leggendaria setta siciliana, che, sostituendosi a corrotti uomini di legge, si assumeva compiti di vendetta e di giustizia a favore degli ultimi: facile che il popolo dei lettori potesse trarne l’illusoria soluzione a frustrazioni e soprusi quotidiani.
 
Mimì bluette, la più letta dai soldati
 
Oltre che nelle losche vicende dei primi giallisti, i lettori in fuga dal realismo potevano trovare svago e consolazione nelle esuberanti avventure tratteggiate dagli epigoni del dannunzianesimo, evocatori di gesti audaci e di esperienze eccezionali. Si dice che Mimì bluette, fiore del mio giardino (1917) di Guido da Verona sia stato il libro più letto dai soldati italiani nelle trincee. Nel racconto, dalla trama sentimentale e dalle atmosfere decadenti, affiora un’inquietante mistica della morte che culmina nel leitmotiv finale inneggiante alla guerra: «Oggi cantano le belle mitragliatrici. Affinché il mondo possa continuare ad uccidersi. Oggi cantano le belle mitragliatrici».
 
Riferimenti bibliografici
Benussi C., G. Zaccaria G., La letteratura di consumo, in Borsellino N., PedullàW. (a cura di), Storia generale della letteratura italiana, vol. xvi, Motta, Milano, 2004, pp. 552-80.
Boero P., De Luca C., La letteratura per l’infanzia, Roma-Bari, Laterza, 2010 (4ª ed.)
Gadducci F., Stefanelli M. (a cura di), Il secolo del Corriere dei piccoli. Un’antologia del più amato settimanale illustrato, Rizzoli, Milano, 2008.
Oliva G. (a cura di), La Domenica del Corriere va alla guerra. Il 1915-18 nelle tavole di Achille Beltrame, Udine, Gaspari, 2012.
Pistelli M., Un secolo in giallo. Storia del poliziesco italiano (1860-1960), Roma, Donzelli, 2006.
Ricci L., Paraletteratura. Lingua e stile dei generi di consumo, Roma, Carocci, 2013.
Roccella E., La letteratura rosa, Roma, Editori Riuniti, 1998.
 
*Laura Ricci insegna Linguistica italiana all'Università per Stranieri di Siena. Tra le sue ricerche figurano la questione della lingua nel Cinquecento e nell'Ottocento, il lessico della scienza, la letteratura per l'infanzia. È autrice di La redazione manoscritta del “Libro de natura de amore” di Mario Equicola (Bulzoni, 1999) e, per Carocci editore, di La lingua dell'impero. Comunicazione, letteratura e propaganda nell'età del colonialismo italiano (2005) e Paraletteratura. Lingua e stile dei generi di consumo (2013).

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