23 ottobre 2014

Moschetto e dialetto

di Fiorenzo Toso*

“Si ses italianu, faedda in sardu!” (se sei italiano parla in sardo). Era questa l’intimazione con la quale le vedette della Brigata Sassari, impegnata sul fronte orientale, si cautelavano dai tentativi di infiltrazione da parte degli Austriaci durante la guerra di trincea: era infatti frequente che il nemico schierasse in quell’occasione dei soldati provenienti dalle province italofone dell’Impero asburgico, spesso scolarizzati e padroni della lingua di Dante assai più di quanto non lo fossero i fanti provenienti dalle diverse regioni del Regno sabaudo. D’altronde, un po’ come avverrà durante la Seconda guerra mondiale nell’esercito americano con la lingua degli indiani navajos, per sfuggire alle intercettazioni il sardo veniva talvolta utilizzato come una sorta di codice segreto nelle trasmissioni radio; e nella Brigata Sassari, l’unica del Regio Esercito costituita da soldati tutti provenienti dalla stessa regione, la comunanza linguistica fra la truppa e gli ufficiali contribuì, forse, a limitare il triste fenomeno delle fucilazioni per diserzione o disobbedienza dovuti in realtà al fatto che i militari non avevano capito gli ordini loro impartiti nella lingua nazionale.
 
Le “fronde sparse” del Paese
 
Episodi come questi, nel bene e nel male, sono entrati a far parte dell’epopea della fanteria italiana: e se è vero che, come è stato in più occasioni rilevato, fu anche attraverso la fratellanza d’armi lungo il fronte che cominciò a nascere l’esigenza di apprendere un idioma condiviso da tutte le “fronde sparse” del Paese, è altrettanto vero che le lingue regionali, i dialetti, le parlate locali rappresentavano il più delle volte tutto ciò che ciascun soldato, in fatto di lingua, aveva portato con sé dalle montagne dell’Abruzzo o dalle pianure dell’Emilia.
 
Siciliani contro lombardi
 
D’altro canto, tradizioni tenaci vincolavano all’uso del dialetto i reggimenti sabaudi coi loro motti in piemontese, non meno delle squadre di marina abituate al genovese o al napoletano; e gli stessi marinai austriaci, spesso reclutati lungo la costa giuliano-dalmata, coltivavano il veneto quanto meno come lingua “ufficiosa” della flotta imperial-regia: si può forse dire allora, senza troppo forzare la realtà, che almeno sul fronte italo-austriaco la Prima guerra mondiale fu combattuta prevalentemente in dialetto, e nella babele che ne derivava sta anche l’episodio rievocato qualche anno fa da Umberto Eco, di due plotoni costituiti rispettivamente da soldati siciliani e lombardi che rischiarono di scontrarsi sul campo perché ciascun gruppo riteneva l’altro formato da militari austriaci…
 
La retorica patriottica della lingua unitaria
 
Una realtà storica, dunque, certificata da decine di testimonianze e da una ricca documentazione, rievocata con significativa aderenza in una pellicola come La grande guerra (1959). Ma anche, quella della prevalente dialettofonia dei soldati italiani, una verità a lungo rimossa o volutamente minimizzata, e non soltanto nella fase della costruzione dei miti fascisti di una patria, per dirla col Manzoni «una d'arme di lingua d'altare / di memorie di sangue e di cor»: basti pensare alle polemiche che accompagnarono ancora, a quarant’anni di distanza dai fatti narrati, lo stesso film di Monicelli, vera e propria sfida alla retorica della “bella guerra” e dell’eroismo patriottico che ancora permeava la lettura ufficiale del conflitto. Persino un intellettuale certamente non tacciabile di orientamenti reazionari e tutt’altro che dialettofobo come Carlo Emilio Gadda insorse allora contro l’operazione tentata da Monicelli, considerata dall’Ingegnere, partito volontario per il fronte nel 1915, una dissacrazione dello spirito di sacrificio che aveva caratterizzato lo sforzo bellico. Era una critica ingenerosa, ma la “dialettalità” presente nel film, associata alle caratterizzazioni dei due protagonisti, finiva per dare secondo l’autore del Pasticciaccio una connotazione caricaturale a un evento sul quale non gli pareva lecito scherzare.
 
Canzoni popolari in veneto
 
Eppure, sarebbe difficile immaginare una resa veristica dell’ambiente di trincea descritto nel film, senza ricorrere alle inflessioni regionali: c’era, è vero, anche l’italiano del fante Ungaretti, di Clemente Rebora, di Emilio Lussu e di tanti altri che hanno lasciato pagine altissime sulla guerra, ma i sentimenti dei soldati inviati al fronte trovano spesso espressione non meno efficace attraverso le canzoni popolari in dialetto veneto entrate a far parte del repertorio dei cori alpini, non meno che in alcune pagine di autori che cercarono di rievocare a posteriori il dramma della guerra, ricorrendo proprio alla lingua che in qualche modo, durante la loro partecipazione al conflitto, li aveva tenuti ancorati al confortante ricordo del proprio paese e degli affetti familiari.
 
« Crisctu di’na Madona, che giurnà»
 
Un esempio per tutti è rappresentato da Ettore Zunino, farmacista liberale e futuro antifascista di Cairo Montenotte, partito volontario nel 1915 e autore nel 1935 di una rievocazione della sua esperienza al fronte, il poemetto In ser Piave, nel quale la passione patriottica non gli impedisce certo di rendere conto in maniera esplicita e colorita, attraverso il ricorso al proprio dialetto, degli orrori ai quali aveva assistito: « Crisctu di’na Madona, che giurnà, / S’um ven in ment! Eh, propi c’am cherdiva / D’nun ciû turnèje chì, dunda a sun nà, / Vgandi cùse d’inturn u sucediva. // Chè ’r Piave, an faz per di, ma chi u j’è sctà, / Us l’ariurdrà pr’in pèz; c’u ti ciuviva / Der granataze e d’cule canunà / Da fè ’ndrize i caveji… U se ne vghiva //    Manch ciù a dui pasci, e… scgiun! i te scciupâvu / Davsçin cui atsidenti, i te scturdivu; / I picâvu in ter prijé e i je scciapavu… // E che lamenti inturn! Ahi, mâre! i divu Cui povri fieûi; e tut d’in crèp, it fâvu / in gir cume ’na tsotura, e i mûrivu…» (Cristo d’una Madonna, che giornata, se ci penso! Eh, proprio, mi credevo di non più tornarci qui, dove son nato, vedendo che cosa succedeva d’intorno! Chè il Piave, non si fa per dire, ma chi c’è stato, se lo ricorderà per un pezzo; ché ti ci piovevano delle granatacce e certe cannonate da farti raddrizzare i capelli. Non si vedeva neppur più a due passi e… bum! Ti scoppiavano vicino quegli accidenti, ti stordivano, picchiavano nelle pietre e le spaccavano… E che lamenti d’intorno! “Ahi madre!”, dicevano quei poveri ragazzi, e d’un tratto, facevano un giro come una trottola, e morivano… Trad. dell’Autore).
 
Poesia bellicista in genovese
 
D’altro canto, vent’anni prima, proprio la poesia in vernacolo si era rivelata un po’ paradossalmente – considerando almeno il sentimento unitario che la partecipazione al conflitto doveva ispirare – uno strumento potente di propaganda bellicista, chiamato a invogliare un ambiente popolare e piccolo-borghese, ancora fondamentalmente dialettofono come si è visto, ad aderire a un conflitto visto come l’ideale compimento del processo risorgimentale: in una Liguria fortemente interessata con le sue industrie pesanti e i suoi armamenti marittimi ai risvolti economici dello sforzo patriottico, all’entusiasmo popolare suscitato da D’Annunzio nel maggio 1915 col suo celebre discorso sullo scoglio di Quarto si era ben presto associata un’insistente propaganda militarista di poeti in genovese, tesi a individuare negli Austriaci di allora i diretti discendenti di Radetzky, per non dire, con sapiente occhieggiamento ai miti locali, degli occupanti cacciati a sassate nel 1745 dall’eroico ragazzo di Portoria, destinato naturalmente a rivivere nei fanti genovesi impegnati sul Carso: «Sti bardascia gh’en à Zena / Sempre: - ancœu comme in allöa; / Cangia orchestra, cangia scena, / Ma se ven o quarto d’öa / Scciàncan tutto, fren e brille: / Do Sciuscianta son co-i Mille, / Son co-i Mille in mëzo a-o mâ. / Ancœu pòi son sciù pe-i monti, / Sciù pe-i bricchi in mëzo a-o zëo: / Sempre bulli, allegri, pronti: / Nervi doggi e ànnimo fëo, / Noxe becche con de scòrse / Dùe che dan do fî da tòrse / a-i Tedeschi inveninæ. / Sti Balilla n’en mai stanchi: / An piggiòu l’impreisa à scarso? / Comme foïsan chì pe Banchi / Stan lasciù, inta neive a-o Carso» («questi discoli che sono a Genova, sempre, oggi come allora: cambia orchestra, cambia la scena, ma se viene quel quarto d’ora rompono tutto, freno e briglie: nel Sessanta erano con i Mille, con i Mille in mezzo al mare. Ora invece sono sui monti, per le balze, in mezzo al gelo: sempre bravi, allegri, pronti, nervi saldi e animo fiero, noci con gusci così duri da dare del filo da torcere ai Tedeschi infuriati. Quei Balilla non sono mai stanchi: hanno assunto l’impresa a cottimo? Stanno lassù, nelle nevi del Carso come se fossero qui, in Piazza Banchi», Carlo Malinverni, Da Portöia à Trento e Trieste).
 
Ma c'è anche spavento e magon
 
E tuttavia, al di sotto dell’ufficialità bellicista, la guerra non poteva non suscitare sentimenti di perplessità, di preoccupazione e di orrore in quell’ambiente popolare al quale in larga parte gli scritti in dialetto si rivolgevano: accanto alla mistica patriottica declinata alla genovese, con richiami a «l’önô d’Italia»e al «sangue zeneise» (Malinverni), colpiscono allora versi come quelli di Marino Merello che condanna l’umanità tutta accecata, che «into sò cœu, / paxe e vitta a no veu» (nel suo cuore non desidera la pace e la vita), o quelli di Luigi Tramaloni dedicati alle rondini che rientrano anzitempo nei cieli tersi della Liguria fuggendo dai campi del Belgio contaminati dall’iprite e devastati dai bombardamenti: «Inti vòstri euggi lëzo o spavento, / Do cœu ghe lëzo tutto o magon, / Che anche into sfeugo d’un gran lamento / O no conosce consolaçion. / Çerto speravi rivedde o nïo / Pe-i neuvi affetti ben conservòu; / Ma o l’é, co-o resto, lê ascì sparïo, / Manco ciù a mostra no gh’é restòu. / N’æi trovòu casa ch’a l’agge o teito, / Nì ciù unna gexa co-o campanin; / Tutto in menissi, tutto l’é cæito, / Tutto an distruto miñe e cannoin. / Sangue pe-e stradde scöre e pe-o sciumme, / No se sa donde pösâ ciù un pê, / Balloin de pùa, balloin de fumme / Se van à fonde co-e nuvie in çê. / N’æi trovòu un ærboo ch’o l’agge un rammo, / Nì quarche bòsco donde allögiâ, / Pe questo æi forse rifæto o sciammo / Sperando a quete chì in riva a-o mâ» (Nei vostri occhi leggo lo spavento, vi leggo tutto l’accoramento, che anche nello sfogo di un gran lamento non conosce consolazione. Certo, contavate di rivedere lassù ben conservato il nido destinato ai nuovi affetti, ma è anch’esso, con tutto il resto sparito, non ne è rimasta nemmeno l’ombra. Non avete trovato casa che abbia tetto, chiesa col campanile, tutto è a pezzi, tutto è caduto, tutto hanno distrutto mine e cannoni. Scorre sangue nelle strade e nel fiume, non si sa più dove posare il piede, nembi di polvere, cumuli di fumo vanno a confondersi con le nuvole del cielo. Non avete trovato un albero che abbia un ramo, nemmeno un bosco dove alloggiare: forse per questo avete ricostituito lo stormo, sperando di trovare la quiete qui in riva al mare).
 
‘O surdato ‘nnamurato
 
Spesso e volentieri “allineata” sulle posizioni della cultura ufficiale – nel caso specifico all’interventismo patriottico nelle sue varie declinazioni – in qualche caso la poesia dialettale riesce quindi, durante la Grande guerra, a esprimere anche sentimenti più originali, e a captare efficacemente il diffuso malessere nei confronti di un evento incomprensibile per larghi strati di popolazione: non è un caso pertanto che il testo forse più famoso e rappresentativo di un tale stato d’animo, all’insegna di una struggente nostalgia per gli affetti lontani sia una canzone in napoletano composta nel 1915 e subito destinata a godere di un clamoroso successo nazionale, ‘O surdato ‘nnamurato di Aniello Califano: «Staje luntana da stu core, / a te volo cu 'o penziero / niente voglio e niente spero / ca tenerte sempe affianco a me! / Si' sicura 'e chist'ammore / comm'je so' sicuro 'e te... // Oje vita, oje vita mia / oje core 'e chistu core / si' stata 'o primmo ammore / e 'o primmo e ll'urdemo sarraje pe' me! // Quanta notte nun te veco, / nun te sento 'int'a sti bbracce, / nun te vaso chesta faccia, / nun t'astregno forte 'mbraccio a mme. / Ma scetannome 'a sti suonne, / mme faje chiagnere pe' te... // … // Scrive sempe e sta' cuntenta: / io nun penzo che a te sola / Nu penziero me cunzola, / ca tu pienze sulamente a mme. / 'A cchiù bella 'e tutt'e bbelle, / nun è maje cchiù bella 'e te...» (Sei lontana da questo cuore, da te volo col pensiero: niente voglio e niente spero se non averti sempre accanto a me. Sii sicura di questo amore come io sono sicuro di te… Oh vita, oh vita mia, oh cuore di questo cuore, sei stata il primo amore e il primo e l’ultimo sarai per me! Quante notti che non ti vedo, che non ti sento tra queste braccia, che non bacio il tuo viso, che non ti stringo forte al petto! Ma svegliandomi da questi sogni mi fai piangere per te… Scrivi sempre e stai contenta, io non penso che a te sola. Un pensiero mi consola, che tu pensi solo a me, la più bella tra le belle, non è più bella di te…).
 
*Fiorenzo Toso (1962) è professore associato di Linguistica generale all’Università di Sassari. I suoi interessi vanno dalla dialettologia della Liguria, sua regione d’origine, allo studio dei fenomeni di insularità e contatto linguistico, dall'etimologia e lessicografia (come collaboratore del Lessico Etimologico Italiano) alla riflessione su temi sociolinguistici, con particolare riferimento alle minoranze. Tra le sue opere più recenti, Lingue d’Europa (Milano, Baldini e Castoldi 2006), Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino 2008), Linguistica di aree laterali ed estreme (Udine, Centro Internazionale sul Plurilinguismo 2008), La Sardegna che non parla sardo (Cagliari, CUEC 2012).

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