23 ottobre 2014

«Cara moglie...»: la prima grande prova di lettere

di Mirko Volpi*

La Grande Guerra rappresenta per la storia della lingua italiana, e in particolare dell’italiano scritto, un momento fondamentale, un vero e proprio discrimine. Durante il conflitto, infatti, si assiste alla più grande esperienza di scrittura di massa mai verificatasi in Italia. Per la prima volta, decine di migliaia di persone, uomini, perlopiù, di estrazione popolare e di basso livello culturale, si cimentano contemporaneamente e nel medesimo ristretto arco di tempo con carta e penna. E lo fanno scrivendo lettere: lettere, soprattutto, che soldati al fronte o detenuti nei campi di prigionia austriaci inviavano ai famigliari a casa; oppure diari, memoriali, resoconti.
Se è vero che lo stesso straordinario fenomeno riguarda anche le altre nazioni coinvolte (e lì anzi in misura decisamente più massiccia, con miliardi di missive spedite), va però detto che per l’Italia si tratta di un fatto forse più vistoso e clamoroso, vista la peculiare storia dell’italiano come lingua di comunicazione non ancora pienamente unificata e diffusa.
 
La lingua “unitaria” dei semicolti
 
Questa ingente produzione epistolare ci mostra, ed è il dato più rilevante, un esemplare saggio di quella varietà della lingua che viene definita italiano popolare, o italiano dei semicolti: vale a dire, l’italiano usato (in questo caso scritto) in modo scorretto e approssimativo da chi possiede poca cultura e un basso o nullo livello di scolarizzazione, e che ha come prima lingua il dialetto. Le missive dei soldati italiani, però, pur nei tipici, frequentissimi errori e strafalcioni riscontrabili a tutti i livelli grammaticali (dall’interpunzione all’ortografia e la morfologia, dal lessico alla sintassi), presentano un carattere unitario e coeso, a prescindere dalla provenienza geografica: anzi, sforzo comune dei militi al fronte – condizionati proprio dal mezzo, dal fatto stesso di scrivere, e memori delle poche nozioni scolastiche che si ritrovano a dover faticosamente riesumare – appare quello di limitare i più evidenti dialettalismi, soprattutto lessicali. In questo settore noteremo piuttosto la diffusione dei cosiddetti malapropismi, cioè forme come ottomobile per ‘automobile’, trivola per ‘tribolazione’, vergognità per ‘vergogna’, gravide per ‘gravi’, ridenti per ‘irredente’, ecc. Mentre è nella morfologia che i tratti regionali degli scriventi emergono con più decisione (vocali finali oscillanti, incertezza sulle consonanti scempie e doppie, e conseguenti reazioni di ipercorrezione, eccetera).
 
L'appiglio delle formule
 
Un altro spiccato elemento di unitarietà si rinviene poi nella volontà di mantenere e ricalcare, quasi sempre in maniera incongrua o mal governata, le formularità tipiche della lettera, come l’intestazione o i saluti di apertura e chiusura, che si ritrovano così ripetute in modo pressoché identico di missiva in missiva, come ben mostrano alcuni esempi tratti da Verificato per censura. Lettere e cartoline di soldati romagnoli nella prima guerra mondiale, a cura di Giuseppe Bellosi e Marcello Savini, premessa di Daniela Savoia, prefazione di Tullio De Mauro, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2002:
 
«Carissimi genitori, me stò benissimo, così spero il simile di voialtri tutti»
 
«Carissima Moglie Tisgrivo questa lettera per farti sapere che io stò bene e cosi spero di tè»
 
«Cara moglie vengo con queste poche righe per darti mie notizie io ti diro che io sto bene Come spero che sara di te e dei bambini»
 
Gli studi da Spitzer a De Mauro
 
Questo enorme patrimonio di scritture popolari – un autentico pezzo di storia d’Italia, linguistica e no, e che solo negli ultimi decenni ha ricevuto le attenzioni e le pubblicazioni specifiche che meritava – è rimasto dunque sepolto, o quantomeno misconosciuto a lungo; e il primo a occuparsene, in un volume del 1921 (tradotto in Italia nel 1976, col titolo Lettere di prigionieri di guerra italiani), è il grande critico e linguista Leo Spitzer, che, in qualità di addetto alla censura austriaca durante la guerra, aveva così avuto modo di passare al vaglio e analizzare queste lettere di soldati, evidenziandone i temi e le modalità scrittorie ricorrenti. In Italia, invece, l’iniziatore degli studi sull’italiano popolare è Tullio De Mauro, con la sua Storia linguistica dell’Italia unita (1970), dove appunto si legge che «la prima occasione in cui l’italiano popolare unitario si manifesta con massiccia continuità coincide con la tragedia della guerra mondiale».
 
Parodie linguistiche nei fogli per i combattenti
 
Ebbene, una così quantitativamente eccezionale produzione di testi scritti, stimolata dallo scoppio di un evento epocale, e che ha visto coinvolta una così larga fetta di popolazione, non poteva certo passare inosservata e nel momento stesso in cui si realizzava. Tanto da ritrovarsi parodisticamente riprodotta, a partire dalla fine del 1917, su buona parte di quei fogli destinati alle truppe combattenti (ma in realtà spesso pensati per l’Italia in borghese), noti come giornali di trincea (si pensi a: “L’Astico”, “La Ghirba”, “Il Giornale del Soldato”, “La Tradotta”, ecc.). Su questa diffusissima stampa periodica si dà infatti grande spazio a rubriche di finte lettere di o a soldati, redatte a imitazione di quell’italiano popolare con cui nel frattempo i veri militi scrivevano ai propri cari, testimoniando così l’estensione di un fenomeno la cui portata viene fin da subito recepita, assieme a una notevole capacità – da parte di questi “falsari” – di riprodurre mimeticamente le sgrammaticature dei semicolti in divisa.
 
Le lettere di protesta al re
 
La storia dell’italiano popolare durante la Grande Guerra non si limita alle lettere dei soli soldati, ma comprende anche un ricco corpus di missive inviate dal popolo al Re, alla Regina e ai ministri per protestare, spesso in modo violento e minatorio, contro la guerra. Si tratta, come ha notato Riccardo Gualdo, della «prima importantissima testimonianza di contestazione politica di uomini e donne del popolo che si esprimono non in dialetto, ma in italiano». Questi semicolti, non più al fronte, ma borghesi, famigliari di militi o cittadini preoccupati delle sorti della Nazione, manifestano tutta la loro opposizione e tutto il loro risentimento direttamente a Vittorio Emanuele e, dato assai significativo, senza alcun tipo di filtro censorio in uscita, essendo inviate per lo più in forma anonima.
 
«Che faccia smette la guerra!»
 
Ma anche qui, nell’espressione popolare della protesta, ingenua, spontanea, talora sanguinosamente ingiuriosa, non manca da parte degli scriventi la sopra ricordata attenzione alle formularità epistolari, spesso con esiti di involontaria comicità:
 
«Signora Regina
Mì fà il piacere di dire a quel vigliacco di Re che faccia smette la guerra e mandi a Casa e miei Figlioli, ma glielo dia a qui Budellaccio dannato ingnorante che una altro fà ammazzare tutta la o meglio gioventu e gliò caro che perda l’italia per vedere che gli levino codesta corona che à nella Testaccia.
Distintamente la Saluto
Bini Serafino»
 
*Mirko Volpi collabora con la cattedra di Linguistica italiana dell’Università di Pavia. Si occupa di Dante (sue lecturae sono apparse sulla «Rivista di Studi Danteschi») e dell’antica esegesi dantesca, con la curatela, per l’“Edizione Nazionale dei Commenti Danteschi”, dell’edizione critica del trecentesco 'Commento' alla 'Commedia' di Iacomo della Lana (Roma, Salerno Editrice, 2009); cui è seguita la monografia linguistica, uscita sempre per la Salerno, «Per manifestare polida parladura». La lingua del Commento lanèo alla ‘Commedia’ nel ms. Riccardiano-Braidense (2010). I suoi studi vertono inoltre sulla filologia e la storia della lingua tra Otto e Novecento (Manzoni, Giovanni Maria Bussedi – di cui ha pubblicato nel 2013 per la Cisalpino l’edizione del Diario 1864-1869 – Salgari, Pomilio), e sono rivolti in particolare alla lingua della politica, cui è dedicato il suo ultimo volume: «Sua maestà è una pornografia!». Italiano popolare, giornalismo e lingua della politica tra la Grande Guerra e il referendum del 1946 (Padova, Libreriauniversitaria.it, 2014).
 

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