26 gennaio 2011

Italiano e dialetto a Firenze

di Neri Binazzi*

Un ragionamento sull’attualità della dimensione dialettale a Firenze, e uno sguardo retrospettivo sulle caratteristiche di quella dimensione che si sono tramandate dagli anni dell’Unità a oggi, dovrà mettere a fuoco non solo gli elementi effettivamente differenziali tra “fiorentino” e “italiano”, ma anche la loro percezione da parte dei parlanti. Del resto, il grado di dialettalità di un comportamento dipende, oltre che dal non essere previsto in quanto tale dalla “lingua comune”, anche dalla sua capacità di suscitare e di trasmettere in chi lo propone un senso di appartenenza a una determinata realtà locale: tanto più nell’attuale quadro sociolinguistico italiano, caratterizzato dalla progressiva diffusione della lingua comune nella sfera del “privato”, tradizionalmente dominata dal dialetto. E proprio il crescente grado di interferenza tra “italiano” e “dialetti” spinge a chiedersi quali siano gli elementi che i parlanti avvertono come legati alla propria comunità di riferimento.
 
La via del “parlato male”
 
A Firenze, però, la necessità di tener conto del punto di vista del parlante acquista una pregnanza tutta particolare. Qui infatti, com’è ben noto, “italiano” e “dialetto” non si dispongono su versanti contrapposti e autonomi del repertorio, ma si definiscono – e in questo modo vengono percepiti – lungo un continuum scandito sostanzialmente su base stilistica, cosicché la lingua locale tende a essere vissuta come uno stile trascurato, in definitiva come un italiano “parlato male”.
In questo quadro il parlante che voglia manifestare la propria specificità linguistica decide in genere di imporre alla propria esecuzione una sordina in grado di collocarla in una dimensione diafasica che a sua volta richiama un preciso contesto socio-antropologico. I fiorentini, cioè, sembrano rintracciare un convincente spazio di autonomia (o comunque un’area di non sovrapposizione con quello che è percepito come l’italiano “senza aggettivi”) solo a patto di sottolineare una sorta di comunanza fra tipicità linguistica e dimensione “popolare”.
 
«Ma icché òle qui’ ppirulino!?»
 
Così, nelle inchieste condotte per la stesura del Vocabolario del fiorentino contemporaneo, il ricercatore in cerca di verifiche sulla conoscenza di una determinata voce, si sente spesso rispondere con formulazioni dell’uso in chiave espressiva: la domanda su pirulino ‘bellimbusto’, ad esempio, ha portato con sé, come risposta chiamata a testimoniare la competenza della voce, l’esecuzione retorica “ma icché òle qui’ ppirulino!?”, dove il dialetto fa mostra di sé nella forma pronominale icché (vera e propria bandiera della fiorentinità, anche fuori da Firenze), nella cancellazione di -v- intervocalico, che precede l’esito in monottongo (òle), nell’esito qui’ ‘quel’, che, in virtù della soggiacente forma i’ per il determinativo maschile singolare, provoca rafforzamento fonosintattico (qui’ ppirulino).
 
Il dialetto nell’humus espressivo
 
Ma questo riferirsi all’humus espressivo (e dunque popolare, e viceversa) come sicuro terreno di caccia della dialettalità fiorentina viene da lontano. Nella celebre raccolta di traduzioni nei dialetti italiani della novella di Boccaccio promossa dal Papanti all’indomani dell’Unità, Pietro Fanfani, chiamato a testimoniare la dialettalità di Firenze, distinguerà una «Lingua parlata dalla gente civile» tendenzialmente coincidente con l’italiano (dell’epoca), da una «Lingua parlata dalla plebe» in cui si affollano tratti anti-italiani, a conferma del fatto che a Firenze è solo il registro “basso” a far emergere i tratti specifici della lingua locale. È in questa luce che nella traduzione della novella il diventò severissimo della “gente civile” lascia il posto, in bocca alla “plebe”, alla locuzione espressiva fece ballà tutti sur un quattrino. Per questa via, alcune scelte risulteranno ipercaratterizzate, in termini di una diffusa indulgenza verso tratti già da tempo bandiera di rusticità (l’esito -gh- < LJ: ghi disse; la voce gralime per ‘lacrime’) rispetto a quelle che per esempio vengono assunte dallo Zuccagni-Orlandini in un’altrettanto celebre raccolta di traduzioni “dall’italiano al dialetto” (in questo caso di un dialogo tra padrone e servitore), che s’inquadra anch’essa in quella temperie postunitaria preoccupata di promuovere una reciproca conoscenza tra gli italiani a partire dal riconoscimento delle loro alterità linguistiche.
 
Le «viziate profferenze della plebe»
 
Ma al di là di una dubbia verosimiglianza rispetto all’uso linguistico effettivo, peraltro difficile da misurare per il passato, quello che importa sottolineare è l’esasperazione del contrasto “civile” / “plebeo” come modalità per isolare ciò che si propone come specifico del fiorentino. Significativamente, proprio il popolino del “mercato vecchio” aveva già costituito per l’abate Zannoni lo spaccato antropologico in cui reperire quegli elementi dialettali, definiti non a caso «viziate profferenze della plebe», da riprodurre nei bozzetti della Crezia rincivilita e degli altri Scherzi comici (1819): ancora una volta la riconoscibilità linguistica del fiorentino sembra legata a condizioni particolarmente marcate e proposte come regole dell’uso popolare.
La saldatura fra tipicità linguistica e bassa collocazione socio-culturale del parlante (che giustifica e richiama il costante abbassamento stilistico dei comportamenti) costituisce dunque una chiave di lettura di lungo periodo della dialettalità fiorentina.
 
Il consolatorio “bacione a Firenze”
 
E tuttavia proprio lo statuto monolingue del repertorio, puntualmente vissuto dai parlanti, fa sì che nei comportamenti effettivi possano tranquillamente avvicendarsi tratti “dialettali” e “di lingua”: succede allora che la dialettalità permei anche stili controllati (in cui, oltre alla gorgia, tendono a presentarsi anche altri tratti ad alta frequenza: per esempio i’ ‘il’, o la desinenza -ano per -ono: mettano ‘mettono’). Non per nulla nel resto della Toscana il fiorentino è considerato di per sé una varietà ad alto carico dialettale e per questo difficilmente assumibile come modello di riferimento (perlomeno esplicitamente: negli usi, infatti, proprio la gorgia additata in genere a simbolo della trascuratezza fiorentina continua a riscuotere fortuna anche fuori da Firenze).
Resta da dire che gli usi “pubblici” del fiorentino tendono a riproporre il legame tra riconoscibilità linguistica e configurazione marcata delle esecuzioni, meccanicamente ridotta in genere ad una comicità irriverente ma bonaria (Ceccherini, Pieraccioni), mentre si ignora quella vena drammatica dell’espressività che pure attraversa fino dalle origini la fiorentinità riprodotta (si pensi solo al dolente Lamento di Cecco da Varlungo, 1694), e che torna prepotentemente in certo Benigni (il monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, poi riproposto in chiave cinematografica come Berlinguer ti voglio bene, 1977) o nella drammaturgia di Ugo Chiti. Ma è un fiorentinità “nera” che fatica a farsi spazio tra le maglie di un’espressività consolatoria, appagante ma dal fiato corto, da un bacione a Firenze che alla lunga imbarazza e soffoca.
 
*Neri Binazzi è ricercatore in Linguistica Italiana presso il Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Medioevo e Rinascimento e Linguistica dell’Università di Firenze, dove insegna Sociolinguistica italiana. Di estrazione dialettologica, si è occupato ampiamente di lessico parlato e di teatro dialettale di area fiorentina. Coordina per l’Accademia della Crusca il progetto Vocabolario del fiorentino contemporaneo.

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