Fare i conti con gli anglicismi I - I dizionari dell'uso

di Giuseppe Antonelli*

Quante sono le parole inglesi entrate in italiano nell’ultimo mezzo secolo?
Traendo spunto da un bel libro recente (Italiano-inglese 1-1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?, Lecce, Manni, 2004) in cui Claudio Giovanardi, Riccardo Gualdo e Alessandra Coco affrontano di nuovo la dibattutissima questione delle parole di origine inglese, si è provato qui a dare qualche risposta quantitativa fondata sulla bibliografia lessicografica e lessicologica disponibile. I calcoli sono stati fatti guardando esclusivamente ai prestiti dall’inglese che si definiscono “integrali”, gli unici immediatamente riconoscibili dal parlante comune perché non adattati alle caratteristiche dell’italiano (come invece bistecca da beef steak, ma anche come zumare e simili) e non ricalcati tramite traduzione (come terra di nessuno da no man’s land e simili).

La nostra rassegna può prendere le mosse da una stima risalente a più di quarant’anni fa. Tullio De Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia unita (prima edizione 1963), sulla base di un campione di 500 vocaboli «scelti con vari criteri» dal Dizionario etimologico dell’italiano di Battisti e Alessio e soprattutto dallo Zingarelli, calcolava che i forestierismi non adattati presenti nell’italiano ammontassero (escludendo grecismi, latinismi e quelli che chiama “paralatinismi”) all’1,4%. Manca un riferimento specifico agli anglicismi, ma – dato che nella coeva edizione dello Zingarelli (1958) il loro numero appare corrispondente a circa un terzo dei forestierismi – si può ragionevolmente immaginare che l’apporto dell’inglese si aggirasse tra lo 0,5 e l’1%.
Corrisponderebbero, dunque, a un leggero incremento i 1600 anglicismi censiti circa dieci anni dopo dal glossario del Klajn (Influssi inglesi nella lingua italiana, 1972): valutando la consistenza del vocabolario italiano in 150.000 parole, poco più dell’1%. Un rapporto di fatto immutato quindici anni dopo, se si tiene conto dei 1503 prestiti postunitari riuniti da Gaetano Rando nel 1987 (Dizionario degli anglicismi nell’italiano postunitario, 1987).
Venendo agli anni Novanta, e limitandosi agli elementi ricavabili da fonti lessicografiche, si può ricordare che nel 1997 il DISC annoverava 2083 anglicismi (nell’ultima edizione dello stesso dizionario, il Sabatini Coletti 2006,la cifra è arrivata – con un piccolo ritocco – a 2236, escluse le sigle e compreso qualche falso anglicismo come footing): intorno al 2% del totale. Molto simili i valori ricavabili dallo Zingarelli 2006:2318 anglicismi (anche qui escludendo le sigle), con un minimo aumento nel tempo: nell’edizione 2004 erano 2219, «meno del 2% del totale» – come si leggeva nella presentazione – e in quella del 2000 erano 2055. Ancora meno gli anglicismi presenti nei cinque volumi del Vocabolario della lingua italiana Treccani (il cd è del 1997): 1911 su 124481 lemmi: l’1,5%. Non siamo lontani dalle stime di Schweickard (L’anglais et les langues romanes, 1998), che calcola per l’italiano – così come per il francese – una presenza di circa duemila anglicismi nel vocabolario comune.
Nell’ultima edizione del Grande Dizionario della lingua italiana dell’uso diretto da De Mauro (GRADIT), a valori assoluti più che raddoppiati rispetto a quelli visti finora, corrispondono valori altrettanto bassi se calcolati in percentuale: i 5370 anglicismi raccolti costituiscono, infatti, poco meno dell’1,7% dei complessivi 316.800 lemmi.
Se si privilegia il dato percentuale – dunque – si ottiene il diagramma di una crescita costante, ma abbastanza lenta. Quella che si può misurare sulla base di questi elementi è – in poco più di quarant’anni – un’oscillazione massima di poco superiore all’1% del patrimonio lessicale censito dai vari dizionari.

La valutazione si fa più complessa se si passa ai dati assoluti. Certo, dai 1600 anglicismi del Klajn ai 2236 del Sabatini Coletti non c’è tutta questa differenza: anche se il ritmo ricavabile sulla base delle datazioni dello stesso Sabatini Coletti mostra una notevole accelerazione del flusso nell’ultimo periodo: l’edizione 2004 consentiva di calcolare 1611 anglicismi dal 1950 a oggi; di questi 1015 – il 47% del 2219 totali – dopo il 1975, si sarebbe trattato di circa 36 anglicismi nuovi all’anno, di media, negli ultimi trent’anni. L’edizione 2006 ridimensiona un po’ il dato, offrendo solo 21 anglicismi integrali risalenti al XXI secolo (poco più di quattro per anno, giacché è uscita nel 2005).
Ma se si passa ai dati del GRADIT, ci si trova su un altro ordine di grandezza: gli anglicismi che portano una datazione successiva al 1950 ammontano a 3014, riconducibili per più della metà (1417) al periodo 1990-2003 (109 all’anno!). Anche confrontandole con dati che in parte le ridimensionano (le parole di origine italiana attestate per la prima volta nell’intervallo 1950-2003 sono 37035; tra 1990 e 2003, 2691), sembrerebbe difficile – di fronte a queste cifre –  non parlare di invasione. In meno di quindici anni, sarebbe entrata in italiano una massa di anglicismi pari a quasi un terzo di quelli entrati nella storia dell’italiano; più del doppio di quelli giunti nel decennio precedente (679). E una sensazione simile si ricava dall’ultima edizione del Devoto Oli, in cui trovano posto ben 154 anglicismi datati dal 2000 in poi (una stima ben diversa da quella del Sabatini Coletti).
Non bisogna, tuttavia, farsi ingannare da quella che in buona parte è un’illusione ottica. Sull’ultima schiera di anglicismi, infatti, non è ancora passata la scure del tempo, quella che ha già falcidiato i prestiti giunti nel passato, come da sempre avviene nella storia delle lingue. E oggi avviene anche più in fretta, vista la generale accelerazione del ricambio lessicale, ispirato a una sorta di consumismo linguistico, sempre alla ricerca di neologismi “usa e getta”.

Fare i conti con gli anglicismi II – I dizionari di neologismi
Nei più recenti dizionari dell’uso, il numero – a volte molto alto – di anglicismi recenti è condizionato dal fatto che il punto di vista è troppo ravvicinato e diventa difficile precedere quali scompariranno in breve tempo (com’è accaduto, per esempio, a tantissimi francesismi dei secoli precedenti: innaverare ‘ferire’, andrienne ‘veste femminile’, rapé ‘tabacco da fiuto’, ecc.) e quali, invece, si insedieranno stabilmente nel nostro lessico.

Questa tara andrà fatta a maggior ragione per i dizionari di neologismi, comunque utili se si vuol misurare l’afflusso di anglicismi tenendo nettamente separati gli apporti nuovi dal patrimonio lessicale precedente. Anche se si dovrà mettere in conto la continua sovrapposizione tra regesti che coprono almeno parzialmente uno stesso arco cronologico, oltre alla grande apertura agli “occasionalismi” (parole effimere, legate a un determinato contesto) propria soprattutto delle raccolte più recenti. Trattandosi di testi non disponibili su supporto elettronico, poi, ci si dovrà accontentare dei dati ricavabili da statistiche a campione (si procederà a un sondaggio sui lemmi della lettera P, considerando anche qui solo i prestiti non adattati).
Tanto per avere un punto di riferimento anteriore all’«inondazione di anglicismi negli ultimi cinquant’anni» (C. Giovanardi, R. Gualdo. A. Coco, Italiano-inglese 1-1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?, 2004), ci si rivolgerà al capostipite del genere “dizionario di neologismi”, il Dizionario moderno di Alfredo Panzini (sottotitolo Supplemento ai dizionari italiani,prima edizione 1905). L’evolversi dell’apporto di anglicismi all’interno delle edizioni successive del Dizionario moderno è stato studiato – su base statistica – da Gaetano Rando: dal 1923 (IV edizione) al 1942 la presenza oscilla tra l’8,5 e il 9%, con un picco massimo di poco superiore al 9% nel 1935. Le cose cambiano nettamente dopo l’inversione nel rapporto di forze tra anglicismi e francesismi conseguente alla fine della seconda guerra mondiale: nell’edizione del 1950 gli anglicismi arrivano quasi all’11% e nell’erede del Dizionario moderno, la raccolta di Parole nuove di Migliorini, superano, seppur di poco, anche quella soglia.
Un’accelerazione decisa si registra dagli anni Sessanta: il sondaggio svolto sul lemmario della prima edizione del Dizionario di parole nuove. 1964-1984 di Manlio Cortelazzo e Ugo Cardinale (1986) conta 30 anglicismi su 220 entrate: ben il 13,6%. Risulta decisamente più alto il dato percentuale ricavabile dal dizionario di Quarantotto (Dizionario del nuovo italiano, Roma, Newton Compton, 1987), che copre un arco temporale molto esteso (1946-1987): 65 anglicismi su 424 entrate, pari al 15,3%. Più o meno coevo il regesto di Lurati (3000 parole nuove Bologna, Zanichelli, 1990), concentrato però sui soli anni Ottanta: fra i 238 lemmi della lettera P, gli anglicismi sono 29: il 12,1%.
Un bel salto cronologico si fa, invece, con i Neologismi quotidiani di Gianni Adamo e Valeria Della Valle (1998-2003), regesto nel quale l’incidenza degli anglicismi – calcolata stavolta sull’intero lemmario – si attesta su valori non troppo distanti dai precedenti: 13,5% (683 voci sulle 5059 complessive). Un dato che – come nei casi precedenti – non tiene conto dei lemmi “misti”, ovvero delle parole italiane in cui si trova un «elemento formante» inglese. Solo che questo tipo di lemmi, quasi assente nel campione di Panzini e di Migliorini e scarsamente rappresentato fino alla fine degli anni Ottanta (tra i pochi esempi cito – in ordine cronologico – palla-gol, punta dell’iceberg, palasport e palarock, pantalone army), nei Neologismi quotidiani (2004) risulta molto frequente. Nella Tavola degli elementi formanti posta in fondo al dizionario, se ne contano ben 870 (sui circa 3950 censiti): più del 22%.

Com’era prevedibile, nelle raccolte di parole nuove l’incidenza degli anglicismi è molto superiore (circa dieci volte) a quella misurabile tramite i vocabolari dell’uso. Senza mai dimenticare che si tratta in gran parte di dati a campione – da valutarsi, quindi, con grande cautela – si può dire che negli ultimi quarant’anni i dizionari di neologismi presentano percentuali oscillanti tra il 10 e il 15%, senza che sia possibile individuare un costante incremento nel tempo. Mentre aumenta esponenzialmente, dagli anni Novanta in poi, la presenza di composti e derivati che muovono da una base inglese, al punto che più di un quinto degli “elementi formanti” registrati nei Neologismi quotidiani è d’origine angloamericana. Ma su quali tipi di testo si fondano le schedature che hanno dato vita a questi dizionari? Quasi sempre l’unica fonte è la lingua dei giornali, che si caratterizza – almeno negli ultimi tempi – per la sua avidità di forestierismi.

Fare i conti con gli anglicismi III – I lessici di frequenza
Se è difficile calcolare quanti anglicismi passano o sono passati negli ultimi anni per la nostra lingua, ancora più difficile è capire quanto la loro penetrazione sia giunta in profondità. La sensazione è che il fenomeno si allarghi – come suol dirsi – a macchia d’olio, cioè superficialmente: abbastanza sistematico, ormai, nella comunicazione di massa, sicuramente più esteso di prima anche nella lingua di tutti i giorni, ma ancora molto lontano dall’intaccare il nucleo della lingua spontanea e della comunicazione familiare, specie parlata.
La riprova viene dal fatto che, quando ci si concentra sui vocaboli più ricorrenti nell’uso, le percentuali scendono drasticamente. Nel Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana (1989), in cui erano stati raccolti i 10.000 lemmi con fattore d’uso più elevato ricavati da fonti giornalistiche, gli anglicismi rappresentavano l’1,9%. Una percentuale non così bassa, se la si confronta con quella del Lessico elementare Zanichelli (fondato su testi scritti da e per bambini delle scuole elementari, 1994), in cui gli anglicismi rappresentano lo 0,9%, o con quella del Lessico di frequenza dell’italiano parlato (a cura di Tullio De Mauro, 1993), in cui si trovano 1049 occorrenze di anglicismi (un quarto – 242 soltanto di okay). Diecimila parole, d’altra parte, coprono una porzione di lessico superiore a quella che per il Sabatini Coletti è il vocabolario di base (8783), nel quale appaiono solo 63 anglicismi (lo 0,7%); se stiamo ai dati del GRADIT, poi, tra i vocaboli di base (qui 6695) ci sono soltanto 31 anglicismi: lo 0,5%; tra i vocaboli “comuni” (67012) appena 53, con una percentuale che scende addirittura a meno dello 0,08%.
Uno dei motivi di questa drastica riduzione va cercato nella notevole presenza – tra gli anglicismi dell’italiano contemporaneo – di parole ed espressioni riconducibili a vari linguaggi settoriali ovvero considerate come tecnicismi. Se nel Sabatini Coletti solo 670 anglicismi (circa un terzo) sono identificati come appartenenti a glossari settoriali, secondo il GRADIT più della metà di questi prestiti (3274) proviene da terminologie settoriali.
Nel vocabolario di base e nei campioni di parlato sottoposti ad analisi statistica, dunque, il tasso di anglicismi rimane decisamente al di sotto dell’1% (dallo 0,2% del LIP, allo 0,7% del Sabatini Coletti): il nucleo della lingua quotidiana può dirsi – se si presta fede a questi dati – soltanto sfiorato dal fenomeno (si pensi allo 0,08% di anglicismi nel lessico ad alta disponibilità del GRADIT).
L’odierna percezione del fenomeno dell’anglicismo potrebbe allora essere paragonata alla “temperatura percepita” di cui così spesso si parla nei telegiornali estivi. Come ci hanno spiegato i meteorologi, a una temperatura obiettiva (misurabile con il termometro) corrisponde – nelle calde giornate d’estate – una temperatura percepita più alta, perché condizionata dal notevole tasso di umidità. Quello che succede per gli anglicismi non è molto diverso: una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche viene avvertita come una preoccupante invasione, perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa.
Sono i media, insomma, che offrono l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane. Non a caso, agli occhi di un osservatore straniero come il linguista spagnolo Manuel Carrera Díaz (Forestierismi: norma italiana e norme europee, 2000), «quel che soprattutto colpisce è la fortissima e peculiare presenza degli anglicismi integrali nei mezzi di comunicazione scritti, cioè nella stampa italiana, aspetto che [...] non trova paragone nelle altre lingue romanze» come il francese, il portoghese, lo spagnolo. Un discorso valido per la lingua dei giornali, ma anche per quella dell’informazione e dell’intrattenimento radiotelevisivi o per quella della pubblicità e della propaganda politica.
Certo (come scrivono Giovanardi, Gualdo, Coco nel loro Inglese-Italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?), «dai lessici specialistici alcuni termini scivolano nell’uso quotidiano, grazie alla potenza divulgativa e alla funzione di cassa di risonanza svolta dai mass media», in forza di quell’«aura di efficienza tecnologica» che da tempo ha soppiantato il prestigio della parola letteraria. E così l’italiano virtuale dei mezzi di comunicazione di massa rischia – in prospettiva – di condizionare pesantemente la lingua di tutti i giorni. Soprattutto se le nostre istituzioni, invece di contrastare la pressione degli anglicismi, continueranno ad assecondarla, creando il ministero del welfare, continuando a favorire definizioni non ufficiali come authority per le telecomunicazioni,garante della privacy, question time;mettendo al centro del dibattito politico la devolution o battezzando i vari settori della televisione di stato rai international, rai educational, rai trade,ecc.
La tendenza – va detto – non è di oggi (basti pensare al vecchio ticket da pagare sulle medicine, istituito alla fine degli anni Settanta dall’allora ministro delle finanze Filippo Maria Pandolfi), ma l’ultimo governo sembra deliberatamente intenzionato ad accentuarla, almeno a giudicare dal programma che l’attuale Presidente del Consiglio ha presentato in campagna elettorale per l’istruzione, tutto imperniato sull’insegnamento delle «tre I»: inglese (e non italiano), informatica e impresa (ovvero, coerentemente, due tra i linguaggi settoriali maggiormente intrisi di espressioni angloamericane).

*Giuseppe Antonelli, docente di Linguistica italiana all’Università degli studi di Cassino, è uno dei quattro autori della mostra La dolce lingua. L'italiano nella storia, nell'arte, nella musica, curata da Luca Serianni. Si è occupato della lingua dei romanzi di Pietro Chiari e Antonio Piazza, degli aspetti linguistici della commedia italiana del Cinquecento, della lingua di Aurelio Bertola viaggiatore, della sintassi della lingua nella narrativa italiana del secondo Novecento. Con il saggio Tipologia linguistica del genere epistolare nel primo Ottocento. Sondaggi sulle lettere familiari di mittenti cólti (Roma, Edizioni dell'Ateneo), ha vinto l’edizione 2005 del prestigioso premio Moretti (sezione Giovani studiosi). Nel 2003 ha partecipato al premio Strega con il suo primo romanzo Trenità. Ovvero elogio dei tempi morti (Pequod).


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