25 gennaio 2012

La politica dal turpiloquio alla sobrietà

di Riccardo Gualdo*

Il 2011 della politica italiana ha avuto inizio, in realtà, nel 2010, con lo strappo all’interno del più importante partito di maggioranza operato dai cosiddetti futuristi, culminato nell’exitus interruptus del governo nel cupo pomeriggio del 14 dicembre: exitus, cioè uscita definitiva, e però interruptus, perché prima frenato e poi bloccato dal provvidenziale sostegno di un manipolo di parlamentari responsabili passati dai ranghi dell’opposizione a quelli della maggioranza. Da allora l’Italia ha vissuto un’apparentemente interminabile fase d’attesa che si è conclusa solo grazie a un intervento del presidente della Repubblica, da taluni definito una sorta di rivoluzione dolce, in senso presidenzialista (“alla francese”), perché avrebbe comportato una forzatura del dettato costituzionale, da altri ritenuto una legittima interpretazione elastica del ruolo del capo dello Stato. Come che sia, ne sono scaturite le dimissioni del capo del primo governo della XVI legislatura e l’insediamento – il 16 novembre 2011 – di un governo tecnico. E la transizione non potrà dirsi davvero chiusa se non quando il programma di risanamento economico del nuovo esecutivo si completerà con la preannunciata “fase 2” volta al rilancio della crescita.
 
Frasi tormentone
 
Più che le singole parole, pure coniate con la ormai abituale larghezza e inventiva dai commentatori o dagli stessi protagonisti del dibattito politico, può essere interessante riflettere su alcune frasi tormentone; frasi che abbiamo sentito provenire talmente a lungo, e in modo talmente diffuso, da quasi tutti gli angoli dell’emiciclo (fatta eccezione, non a caso, solo per le forze extraparlamentari), che ci sono diventate familiari: “ce lo chiede l’Europa”, “ora dobbiamo fare le riforme che il Paese si aspetta”, “abbiamo tenuto i conti in ordine” (gli scandali venuti alla luce dopo il tragico terremoto abruzzese dell’aprile 2009 ci hanno risparmiato un “abbiamo messo in sicurezza i conti”). Un frasario che manifesta a nostro parere una tendenza della politica alla deresponsabilizzazione e all’attenuazione eufemistica: a scaricare le colpe su fattori esterni o a indorare la pillola dei sacrifici da chiedere alla collettività. C’è chi vi coglie un indizio dell’arretramento da una comunicazione polemica, trasgressiva e urlata a una moderazione più consona alla “vecchia” politica; o anche il sintomo di un’auspicabile restituzione di dignità al dibattito parlamentare, declassato a un rumoroso e vacuo mercato e delegittimato da scandali di ogni sorta e da troppo insistiti richiami alla sovranità popolare.
 
La voce dell’economia e quella dell’indignazione
 
La parola reboante e onnipresente della “faconda” Repubblica pare insomma essersi un po’ alla volta infiochita, sovrastata da altre voci; tra le più stentoree c’è quella dell’economia. Una parola simbolo del 2011 è senza dubbio l’anglicismo economico-finanziario spread. Ma di nuovo preferiamo soffermare l’attenzione piuttosto che su un singolo termine su immagini, metafore di larga diffusione che, seppur forse d’impatto minore, scavano però più a fondo nell’humus della comunicazione quotidiana. Realtà impalpabili, come la speculazione, i mercati, le piazze borsistiche vivono, agiscono e producono effetti ben concreti sulle persone: accendiamo il televisore per sapere come si sono svegliate le piazze finanziarie, come i mercati hanno reagito – poniamo – all’ennesima manovra correttiva del superministro dell’Economia che aveva tenuto in ordine i conti. Siamo anche qui di fronte a usi eufemistici, volti a celare pudicamente i meccanismi che regolano la finanza globale e le entità, tutt’altro che virtuali, che vi presiedono; ma anche a colorare di un astratto e asettico rigore scientifico una materia le cui previsioni hanno validità tutt’altro che assiomatica. Uno splendido eufemismo economico, che tra l’altro non risulta ancora registrato nei vocabolari, è stato usato il 2 dicembre 2011 dal Presidente dell’ISTAT Enrico Giovannini: negli ultimi dieci anni le famiglie italiane, anzi – per meglio specificare – i “dipendenti pubblici”, hanno “decumulato i loro risparmi”, cioè li hanno consumati, dispersi; la decumulazione si associa così all’accumulazione, la miseria del nuovo ceto medio-basso all’arricchimento capitalistico marxiano.
Nel 2011 è stata robusta anche la voce di altre piazze. Una voce meno virtuale, ma amplificata dal cinguettio (tweet, da cui twitter) dei social media, o media socievoli: una diffusa indignazione di masse consistenti di popolazione, rappresentate con l’ispanismo indignados, ha attraversato il mondo, portando in piazza i ceti medi dei Paesi occidentali impoveriti dalla crisi, i gruppi sociali che reclamano un riconoscimento in zone in crescita economica e infine le moltitudini poverissime sottoposte a decenni di oppressione dittatoriale che hanno animato cosiddetta primavera araba. Se in quest’ultimo caso l’indignazione si è trasformata in ribellione sanguinosa, negli altri è stata meno violenta, ma soprattutto non pare sia ancora riuscita a produrre un lessico e un repertorio comunicativo davvero nuovi e penetranti.
 
La “tersa” Repubblica. Nuovi protagonisti
 
Salta invece agli occhi la sterzata comunicativa introdotta nel nostro linguaggio politico dal governo dei tecnici. Si tratta di novità lessicali e – lato sensu – linguistiche, come una generale pacatezza di toni che suona gradevole dopo anni di turpiloquio e di facile scadimento nel becero, la salutare propensione a concentrare l’attenzione su dati fattuali più che su retorica e propaganda, l’uso di un’aggettivazione forse poco brillante, ma densa semanticamente (un esempio la tenace determinazione nel contrasto all’evasione fiscale). Ma è anche una più generale rivoluzione semiotica, icasticamente rappresentata dal passaggio dalla bandana al loden; dal culto di un corpo esibito ai flash dei paparazzi, sempre attorniato da bodyguard e da escort – il Rubygate ha riempito per settimane la cronaca politica (?) dell’anno appena conclusosi –, a una rappresentazione di sé tranquilla e un po’ grigia; un passaggio subito còlto dagli smaliziati pubblicitari (“tornano i tempi dove il classico prende il posto del trendy”). I nuovi protagonisti della scena sono però non di rado personalità già eminenti, per ruolo e responsabilità, nel ventennio della “faconda Repubblica”, che rispetto ai loro predecessori hanno solo il vantaggio d’essere stati poco illuminati dai riflettori della mediatizzazione.
E le loro parole sono nuove? In parte sì, in parte no. Il nuovo presidente del Consiglio ha tenuto un discorso d’insediamento breve, in linea con quelli dei capi di governo dell’era maggioritaria; più asciutto, più snello nell’apparato retorico, come è lecito attendersi da un economista, ma tutt’altro che formale e con più d’una concessione alla colloquialità, specialmente nelle ricorrenti zone di commento metalinguistico. Sobrio, come nelle vesti esterne, anche nel tasso di tecnicismi (aggiustamento per il ciclo, correzione dei saldi) e negli inevitabili, ma non banali, anglicismi (spending review). Sembrano semmai da migliorare la scioltezza di fronte alle telecamere (ma alcuni esponenti dell’esecutivo, fra tutti il ministro dello Sviluppo economico, sono apparsi subito tutt’altro che goffi) e soprattutto la capacità di coniare slogan. Un solo esempio: crescitalia. Parola macedonia o tamponamento, analoga al nome scherzoso Merkozy (in entrambi i casi c’è almeno una lettera in comune tra la coda e la testa delle due parole che si incrociano: crescita e Italia, Merk[el] e [Sa]rkozy), il composto ha una struttura soggiacente leggermente anomala, l’esortazione “cresci, Italia!”, molto vicina al nome del movimento politico che ha dominato la scena italiana a cavaliere degli anni ’90 e 2000. Insomma, una scelta non proprio felicissima.
 
Scomparsi dalla scena
 
Se nuovi attori sono comparsi, ma con i limiti che abbiamo notato, altri sono quasi svaniti dalla scena: i lavoratori che alla fine del 2010 occupavano le fabbriche, si accampavano sui tetti, presidiavano le gru; non hanno voce, o ne hanno troppo poca, gli immigrati, balzati drammaticamente all’onore delle cronache con i fatti di Rosarno e di Castel Volturno o nei mesi di più intensa richiesta d’accoglienza a Lampedusa, avamposto di respingimento dell’Unione Europea; flebile è, purtroppo, in un paese che negli ultimi vent’anni ha fatto molti passi indietro nel riconoscimento di una vera parità tra i sessi, la voce delle donne, di cui ancora pare contare solo il corpo. E nonostante i già ricordati media socievoli, sembra sempre in attesa di esplodere la rete come mezzo davvero efficace di comunicazione politica. La comunicazione politica passa ancora soprattutto per il canale televisivo, e per l’ennesima volta si ha l’impressione che gli osservatori – in buonafede o in malafede – sottovalutino la centralità di poter gestire questo mezzo di comunicazione per farsi ascoltare: non ci pare casuale che a non avere accesso in televisione siano proprio le categorie più deboli.
 
Tempo di bilanci. E di eufemismi
 
All’inizio degli anni ’90 del XX secolo si discuteva di come si fosse evoluto il significato di parole come destra e sinistra, federalismo, nazione, populismo “e, chi l’avrebbe mai detto? patria” (Leso 1994, p. 755). Quasi vent’anni dopo, costituzione, resistenza e tricolore sono le parole che i lettori di un noto quotidiano hanno votato come le più rappresentative dei 150 anni trascorsi dall’Unità a oggi; e patria ha conosciuto una lenta, ma indiscutibile, rivalutazione.
Nelle ultime settimane del 2011 le parole più pronunciate sono state sobrietà, equità, sacrifici. Se le si accosta a sinonimi o quasi sinonimi la scelta tra le due alternative appare non priva di motivazioni e di conseguenze: sobrietà piuttosto che austerità, che evocherebbe funesti scenari di recessione e di crisi energetica, tornati alla ribalta dopo il gravissimo incidente nucleare di Fukushima; equità piuttosto che legalità, con un annacquamento dell’uso più connotato di equo in espressioni come commercio equo e solidale, scongiurando echi giustizialisti e giacobini; sacrifici piuttosto che doveri, che respinge in lontananza la diade diritti/doveri al centro delle battaglie referendarie del giugno 2011 per la difesa dei beni comuni. Un’ultima coppia significativa: autonomie regionali o territoriali preferiti a federalismo, accuratamente evitato, suscitando la comprensibile irritazione della Lega.
In linea con una tendenza all’attenuazione eufemistica, già percepibile a un orecchio attento nel linguaggio politico del 2010, il carico dell’impegno a fronteggiare la crisi viene così attribuito alle classi medie, deresponsabilizzando chi è stato al potere nell’ultimo ventennio e svalutando l’operato di quanti hanno saputo mantenersi onesti nei comportamenti professionali e sociali mentre tutto, intorno a loro, li invitava all’immoralità. La logica non è distante da quella aziendalistica e tecnocratica che traspare, per esempio, dalle parole di un capitano d’industria nel settore delle tecnologie digitali:
 
«Alcune persone perdono il posto, ma altri posti di lavoro vengono creati con ogni nuova invenzione tecnologica. Le transizioni spesso sono dolorose, ma alla fine di questi periodi di passaggio, le persone vivono meglio» (intervista di Francesco D’Errico a Gary Shapiro, presidente della Consumer Electronics Association, «L’Espresso», 28/12/2011, p. 119).
 
Abbiamo aperto ricordando i futuristi e i responsabili. Quanto ai primi, va segnalato il rilievo che la parola futuro ha assunto – quantitativamente – nella comunicazione politica degli ultimi mesi: da elemento forte nei nomi di nuove realtà politiche (Futuro e Libertà, Italia Futura) a parola chiave di frasi a effetto: “non rubateci il futuro”, “l’uomo che ha inventato il futuro”. I responsabili testimoniano l’eterna validità dell’assunto per cui le parole della politica sono spesso bifronti, interpretabili in modo opposto a seconda dei punti di vista. Chiudiamo il cerchio col messaggio di fine anno del Capo dello Stato. Anche in quelle parole si faceva appello allo spirito di sacrificio degli Italiani e si insisteva sulla dura necessità di una fase di rigore; ma il presidente, mantenendo fede a una linea d’intervento che ha caratterizzato più volte il suo mandato, valorizzava l’impegno dei lavoratori, la necessità di una più piena occupazione delle donne e dei giovani e richiamava infine la necessità che si favorisca l’integrazione degli immigrati e dei loro bambini, conferendo loro una piena e attiva cittadinanza nel nostro Paese, giusto riconoscimento del contributo di lavoro che hanno apportato alla nostra economia nell’ultimo decennio. Il nostro presidente ricorreva poi, per due volte nel suo messaggio, al verbo sprigionare (spirito di sacrificio e slancio innovativo, poi volontà collettiva); avrà forse avuto in mente l’energia che si può sprigionare dallo scontro delle particelle elementari, nel cui studio eccelle in campo internazionale la ricerca italiana lanciando pacchetti di neutrini dal Gran Sasso fino alle viscere delle Alpi?
 
Riferimenti bibliografici
Riccardo Gualdo, Il linguaggio dell’economia, in R. Gualdo, S. Telve, Linguaggi specialistici dell’italiano, Roma, Carocci, 2011, pp. 357-410.
Riccardo Gualdo, Maria Vittoria Dell’Anna, La faconda Repubblica. La lingua della politica in Italia (1992-2004), San Cesario di Lecce, Manni, 2004.
Erasmo Leso, Momenti di storia del linguaggio politico, in Storia della lingua italiana, a cura di L. Serianni e P. Trifone, vol. II, Scritto e parlato, Torino, Einaudi, 1994, pp. 703-755.
Saggi di Massimo Arcangeli, Francesco Bruni, Chiara Di Benedetto, Massimo Vedovelli nel fascicolo 7 – 2010 della rivista «Lingua Italiana d’Oggi».
 
*Riccardo Gualdo (Roma, 1963), allievo di Luca Serianni, è professore straordinario di “Linguistica italiana” all’Università della Tuscia di Viterbo. Ha collaborato alla redazione del Vocabolario della Lingua Italiana Treccani diretto da Aldo Duro. Si è occupato, negli ultimi anni, di linguaggio giornalistico, politico e televisivo. Nel 2007 ha pubblicato, presso l’editore Carocci, il volume L’italiano dei giornali; con Claudio Giovanardi e Alessandra Coco ha scritto Inglese-italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi? (Lecce, Manni, 20082); nel 2010 il volume Per l’italiano. Saggi di storia della lingua nel nuovo millennio (Aracne editrice). Dal 2004 al 2010 è stato presidente dell’Associazione Italiana per la Terminologia, che si occupa di terminologie specialistiche e tecniche nell’italiano contemporaneo; coordina un’unità di ricerca nell’ambito del progetto nazionale di studio del linguaggio televisivo diretto da Nicoletta Maraschio (Università di Firenze).

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