25 gennaio 2012

I molti stili della narrativa di oggi

di Luigi Matt*

Un luogo comune ripetuto negli ultimi anni da molti critici vuole che quasi tutti i giovani narratori si servano di un italiano impoverito, esemplato sul linguaggio incolore di tante traduzioni di romanzi stranieri. La caratteristica principale della narrativa di oggi sarebbe una sconfortante omogeneizzazione stilistica. Tale lettura, per solito proposta senza il conforto di alcun esempio concreto, è smentita dalle analisi formali dei testi: si deve anzi prendere atto che le soluzioni stilistiche messe in atto dagli autori dei nostri anni si rivelano piuttosto variegate, anche se alcune tendenze sembrano maggioritarie rispetto ad altre (ciò che peraltro avveniva anche in passato). Le principali linee di ricerca perseguite dagli autori di oggi sembrano continuare, adattandole, le modalità già attuate dai grandi narratori novecenteschi.
 
Stili semplici (e semplicistici)
 
La sensazione di uniformità nasce forse dal fatto, innegabile, che negli ultimi anni tra i narratori si registra una netta propensione per la medietà linguistica, intesa come rifiuto sia del riciclaggio di materiali linguistici appartenenti alla letteratura del passato, sia di soluzioni sperimentali. Ma naturalmente, le possibilità espressive disponibili pur senza palesi escursioni al di fuori della medietà sono quasi illimitate. Certamente in alcuni narratori, evidentemente interessati solamente alle storie da raccontare, destinate a lettori di scarse pretese, l’opzione per l’italiano medio non è altro che un riflesso dello scarso impegno profuso nella scrittura. Un esempio di mediocrità stilistica è costituito dal fortunatissimo La solitudine dei numeri primi (2008) di Paolo Giordano; ad un livello più basso di controllo sulla forma si situa spesso la fiorente narrativa per adolescenti, il cui esponente più famoso (o meglio famigerato) è Federico Moccia.
Ma è anche indubbio che da altri autori quella stessa scelta viene esercitata in modo nient’affatto meccanico, grazie ad una consapevolezza espressiva che permette il raggiungimento di uno stile non banale. Parecchi scrittori non si privano della possibilità di attingere elementi propri di un registro letterario, o viceversa di tono colloquiale, ma armonizzano queste componenti rimanendo complessivamente dentro i confini di un italiano dell’uso che non viene mai meno alle esigenze della comunicatività. È ciò che saltava agli occhi nel principale modello per molti scrittori di oggi che si inseriscono in questo filone: Italo Calvino.
Un esempio convincente di stile semplice è costituito da Caos calmo di Sandro Veronesi (2005). Il tono prevalente è quello di una conversazione di buon livello, ed è derivato da una riuscita commistione di un vocabolario molto ampio, che accoglie forme proprie del linguaggio colto, accanto a forme più correnti, com’è normale nel modo di parlare degli strati sociolinguisticamente più elevati (la voce narrante appartiene ad un personaggio istruito e ben inserito nella società), e di una sintassi abbastanza varia ma sostanzialmente improntata a moduli colloquiali. Sono molti gli interpreti validi di questa tendenza (per far solo qualche nome, si pensi a Tullio Avoledo, Diego De Silva, Valeria Parrella, Laura Pugno).
 
Il riciclaggio della tradizione
 
In non pochi narratori si riscontra un atteggiamento che si può definire di totale rifiuto della contemporaneità. Ciò si nota tanto nel tipo di realtà rappresentata, quanto nello stile, che tenta di discostarsi dalla lingua d’uso per mezzo di facili ammiccamenti ai registri preziosi. È quanto succede ad esempio nel romanzo storico Il dolore perfetto (2004) di Ugo Riccarelli, vincitore del Premio Strega, in cui spesseggiano le descrizioni che vorrebbero essere “poetiche”, ma che si rivelano terribilmente banali («sul cielo rosso che incendiava la pianura»; «una notte [...] illuminata da una luna d’argento»).
In molti casi, in realtà, più che alla lingua della tradizione letteraria la prosa dei romanzi “passatisti” sembra guardare all’italiano scolastico. Lo si nota bene nel meccanismo più facilmente messo in opera: la preferenza per sinonimi più formali in luogo di parole correnti (recarsi o fanciulla in luogo di andare o ragazza). Allo stesso modello si dovranno i pronomi egli, ella, essi ancora piuttosto frequenti in questo tipo di prosa. La quale, è importante sottolineare, incontra i gusti di molti lettori, che da un romanzo si aspettano proprio uno stile d’antan.
 
Il rifiuto della tradizione
 
Alcuni scrittori tengono ben presenti le possibilità offerte dall’utilizzazione dei moduli propri del parlato, che però vengono assunti per lo più con molta cautela, senza giungere a quelle violente virate verso gli strati linguistici più bassi evidenti in molti autori che hanno cominciato a pubblicare negli anni Novanta (tra le altre si possono ricordare le esperienze, peraltro piuttosto diverse tra loro, di Rossana Campo, Aldo Nove, Isabella Santacroce, Paolo Nori). Come spesso capita nelle fasi che seguono i momenti di intenso sperimentalismo, oggi sembrerebbe prevalere una scrittura che tiene conto di quelle esperienze ma le assorbe in una pratica per così dire normalizzata. Due recenti eccezioni sono costituite da Per oggi non mi tolgo la vita (2010) di Alfonso Brentani, la cui prosa si basa su di un’adesione integrale alla sintassi del parlato, e da Bella pugnalata di Alessandra Saugo, (2010). Quest’ultimo è costruito su un monologo serrato e incalzante, continuamente destabilizzato da una serie di procedimenti, a cominciare da soluzioni grafiche non convenzionali. Da notare il frequente uso di neoformazioni, che sembra avere pochi uguali nella narrativa degli ultimi anni (moncheriniche, baciamaneria), e di un modulo caro alle avanguardie primonovocentesche come la fusione di sostantivi o aggettivi uniti da un trattino, che ha spesso la funzione di mostrare icasticamente i rapporti tra le cose (secchione-sadichetto, partner-lunapark). Il tutto inserito in una prosa che rifiuta le strutture bilanciate della tradizione, e procede con un periodare sincopato, fatto di costruzioni puramente allineative, che procedono per continue aggiunte di elementi per lo più indipendenti uno dall’altro.
 
Plurilinguismo
 
Molto poco rappresentato, nell’ultimo decennio, è il filone che si può ricondurre al plurilinguismo. Una realizzazione interessante è costituita dal romanzo d’esordio della giovanissima Angela Bubba, La casa (2009). Vi si ritrova un lessico straordinariamente ricco, formato da parole della tradizione (affocati, guatandosi), arcaismi rari (tramescolio, lustrore), calabresismi (divacava ‘vuotava’), neologismi (incarmigliato ‘pettinato’, gondolarle ‘dare loro forma di gondola’), che affollano pagine tenute in bilico tra i due estremi della lingua ipercolta della voce narrante e quella iperpopolare dei personaggi (non senza contaminazioni tra i due piani).
 
*Luigi Matt insegna Storia della lingua italiana nell’Università di Sassari. È condirettore degli «Studi linguistici italiani». Ha pubblicato tra l’altro Teoria e prassi dell’epistolografia italiana tra Cinquecento e primo Seicento. Ricerche linguistiche e retoriche (Roma, Bonacci, 2005), Gadda. Storia linguistica italiana (Roma, Carocci, 2006), La narrativa del Novecento (Bologna, Il Mulino, 2011), Narrativa in Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta ad oggi, a cura di A. Afribo e E. Zinato (Roma, Carocci, 2011).

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0