Da millennium bug a tweet: dieci anni di italiano in rete

di Elena Pistolesi*
 
Gli utenti
 
Nel 2011 gli italiani che dichiaravano di essersi collegati a Internet almeno una volta negli ultimi sette giorni erano 23 milioni a marzo e 24 milioni a settembre (fonte: Gandalf.it). Il numero di accessi, che dal 2000 al 2005 era raddoppiato passando a circa dieci milioni, è cresciuto costantemente a partire dal 2008, quando si sono consolidate le connessioni casalinghe. Nonostante questo, l’Italia si colloca al ventunesimo posto fra i Paesi dell’UE per penetrazione di Internet nelle famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 74 anni. I dati dicono che siamo ancora lontani dal superamento del digital divide, che oggi riguarda soprattutto le persone anziane e quelle a basso reddito (rapporto Istat Cittadini e nuove tecnologie relativo al 2011). Il divario di genere, sensibile sopra i 35 anni e in relazione al tipo di attività, è stato quasi colmato sotto questa soglia, in particolare se si considera la partecipazione ai social network. Nel 2011 è avvenuto il sorpasso femminile nel segmento 11-19 anni. I più attivi in rete sono i giovani tra gli 11 e i 24 anni (circa 80%), mentre la quota di utenti decresce con l’aumentare dell’età, fino a scendere sotto la soglia del 50% dopo i 54 anni. Con l’allargamento a categorie economiche e culturali più ampie, è diminuita la percentuale di persone che conoscono l’inglese e che hanno un buon livello di istruzione.
 
Il web 2.0, dallo statico al dinamico
 
La partecipazione alle reti sociali e la consultazione dei blog occupano oltre un terzo del tempo trascorso online dagli italiani (rapporto Nielsen Q3 2011). Secondo l’ultima rilevazione Audiweb (dati riassunti in VincosBlog), nel 2011 gli utenti registrati su Facebook erano 21 milioni, con 13 milioni di accessi quotidiani, la metà dei quali da dispositivo mobile; LinkedIn vanta oltre 2.8 milioni di iscritti, Twitter un milione e mezzo di utenti attivi. Questi sistemi rinviano al web 2.0, etichetta invalsa a partire dal 2004 per indicare il passaggio dal web statico, caratterizzato dalla scarsa interattività, a quello dinamico, cioè allo sviluppo di applicazioni che favoriscono la condivisione delle risorse, la collaborazione e l’interoperatività. Per quanto la nozione sia controversa, le definizioni disponibili insistono sulla folksonomy (da folks e taxonomy), che indica tanto il metodo di classificazione dei contenuti generato dalla collaborazione fra utenti attraverso l’uso di metadati (o tags), quanto le pratiche sociali che ne sono scaturite. Vediamone alcuni esempi in ordine cronologico: nel 2001 viene lanciata Wikipedia, che usa il software collaborativo wiki sviluppato alla metà degli anni Novanta; i blog, nati alla fine del millennio, cominciano ad affermarsi in Italia nel 2001 con l’offerta dei primi servizi gratuiti; nel 2003 arrivano Myspace e LinkedIn, nel 2004 Facebook e Flikr, nel 2005 Youtube, nel 2006 Twitter. Proprio nel dicembre del 2006 milioni di utenti si riconobbero nella copertina del Time che li eleggeva, riflessi sullo schermo di un computer, “persona dell’anno”.
 
Evoluzioni e ibridazioni
 
Lo stadio attuale del web consente di fissare alcuni punti sulle produzioni scritte:
1) i diversi ambienti presentano gradi distinti di formalità e informalità in base al tema, alla rapidità dello scambio, alle convenzioni adottate all’interno di una comunità e alle competenze degli utenti. A queste componenti si collegano le grafie sintetiche e gli espedienti grafici tipici di Internet che, confinati in rete, non hanno colonizzato l’italiano scritto come si temeva.
2) L’integrazione fra sistemi un tempo distinti, che consente di produrre e di condividere un oggetto digitale (testo o immagine che sia) da postazioni e da dispositivi diversi, ha ripercussioni sulla composizione, sulla visualizzazione e sulla funzione dei messaggi.
3) Si assiste a un’ibridazione degli stili e degli scopi comunicativi che, ancor prima che di genere, è di sistema; l’ibridazione riguarda tanto l’innovazione a partire da un medium già esistente, quanto il riuso di materiali già presenti in altri contesti a formare una nuova aggregazione di informazioni, dati e significati.
4) La produttività del suffisso micro- (microcontent, microblog, micromedia, ecc.) riflette due tendenze: (a) il dominio della brevitas nel dialogo digitale, favorita anche dai limiti dello spazio di scrittura; (b) il processo di scomposizione e ricomposizione di unità informative indipendenti, sempre raggiungibili con un permalink (permanent link), rimodulabili entro qualunque formato come frammenti di una nuova unità: basti pensare alla composizione delle bacheche degli “amici” di Facebook.
5) Le trasformazioni interessano i generi e i formati, come mostra l’analisi di Vincenzo Cosenza, Tendenze della blogosfera italiana, basata su quasi duemila blog italiani: «accanto ai blog personali, nucleo originario della blogosfera, hanno trovato posto dapprima i network di nanopublishing e i blog multi-autore, poi i magazine online che hanno cercato, chi più, chi meno, di conservare alcuni tratti».
6) I generi evolvono nella direzione di una maggiore apertura e dinamicità: dal punto di vista testuale si è passati da ambienti relativamente conclusi (e-mail, sito web, forum), e con ciò descrivibili secondo parametri stabili (come la distinzione tra sincrono e asincrono o quella tra scambio uno-a-uno, uno-a-molti, ecc.) a relazioni dinamiche che richiedono nuovi criteri di studio: la connessione permanente e la possibilità di selezionare puntualmente la rete di destinatari hanno reso obsolete le categorie del web 1.0.
 
Modelli di analisi più complessi
 
L’evoluzione del web appena delineata complica i modelli di analisi.
In primo luogo, l’integrazione della scrittura in una retorica intersemiotica articolata deve includere la combinazione con gli altri codici senza limitarsi al dominio verbale.
In secondo luogo non sembra possibile una descrizione dei testi che prescinda dalle relazioni di sistema, che sono relazioni comunicative fondamentali, cioè strutturali. Le ricerche linguistiche sulla blogosfera, su Twitter o su Facebook non possono essere estrapolate dal diagramma delle connessioni che si realizzano a più livelli secondo le dinamiche dei sistemi complessi: un hashtag in Twitter precede una parola attiva in profondità, in estensione e in durata.
In terzo luogo, la frammentarietà o granularità delle forme entro contenitori apparentemente unitari pone il problema fondamentale delle unità di analisi: che cosa sono oggi una pagina o un sito web? La migrazione, la disgregazione e la riaggregazione degli oggetti digitali comportano un’“infedeltà pragmatica” di cui si deve tenere conto.
Infine, anche in virtù dei dati sugli utenti riportati all’inizio, serve una sociolinguistica delle reti capace di descrivere le pratiche sociali mediate.
 
Dal baco al cinguettìo
 
Il decennio inizia con il millennium bug (detto anche Y2K), la temuta catastrofe informatica che costò ai governi circa 300 miliardi di dollari e che aprì la strada alla prima bolla speculativa del secolo legata alla new economy. Il “baco informatico” – capace di bloccare treni, banche, ospedali, di scatenare un’involontaria guerra missilistica – avrebbe causato la fine della civiltà: «Per il 1° gennaio si teme uno scenario da apocalisse: rapine e disordini - LONDRA, UN’ARMATA ANTI-MILLENNIUM BUG - Il Governo richiama metà delle forze dal Kosovo» («La Stampa», 20 luglio 1999, p. 10). La vera catastrofe è avvenuta, senza preavviso, nell’agosto del 2011 con le rivolte che per giorni hanno devastato il Regno Unito, nelle quali i BlackBerry e Twitter (parola dell’anno nel 2009) hanno avuto un ruolo chiave, così come prima era accaduto nella cosiddetta “primavera araba”. Sulle connessioni tra questi eventi, casualmente associati nel nome al mondo animale, si potrebbe scrivere la storia globale dell’ultimo decennio.
 
Fonti dei dati statistici
 
*Elena Pistolesi è ricercatrice di Linguistica italiana presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Modena. I suoi interessi di ricerca attuali riguardano le dimensioni sociolinguistiche dell’italiano contemporaneo, in particolare il rapporto tra scrittura e nuovi media, e i meccanismi linguistici di costruzione dell’identità. Tra le sue pubblicazioni in questi ambiti si ricordano: Il parlar spedito. L’italiano di chat, e-mail e SMS (Padova, 2004); ha curato i volumi: (con S. Schwarze) Vicini/lontani. Identità e alterità nella/della lingua (Frankfurt a. M., 2007), e Lingua scuola e società. I nuovi bisogni comunicativi nelle classi multiculturali (Trieste, 2008).

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