La lingua dell’opera lirica dal Seicento a oggi

 

Con Giacomo Puccini (di cui si celebrano quest’anno i 160 anni dalla nascita) si giunge all’acme della «coautorialità del musicista nella composizione e nella veste finale del libretto». L’Ottocento si chiude con il (grande) musicista-tiranno che piega libretti e librettisti al suo volere. Scrive Puccini a Giuseppe Adami: «Non si spaventi: i libretti si fanno così. Rifacendoli. Finché non raggiungeremo quella forma definitiva che è necessaria a me per la musica, non le darò tregua». Le citazioni, tratte dal recente volume La lingua dell’opera lirica di Ilaria Bonomi ed Edoardo Buroni (Il Mulino), aiutano a cogliere il senso della relazione drammatica tra musica e libretto, musicista e autore del testo, nel momento in cui, nella sua patria d’elezione, l’Italia, si raggiungono gli alti esiti finali di una tradizione che, da lì in poi, nel Novecento e fino a oggi, in virtù di un cambiamento globale della società e delle teorie e pratiche dell’azione e della ricezione artistica, si diffrangerà in mille rivoli, rendendo più difficile sondare e valutare la forma e il linguaggio musicale da una parte e la consistenza e natura dei testi nell’opera lirica (che spesso i suoi stessi autori chiameranno in altro modo). E prima? Prima c’è tutto il vibratile splendore di una forma d’arte che, specialmente nel Settecento, e in parte nell’Ottocento, ha permesso all’italiano di diventare lingua internazionale della musica nel canto teatrale. Al centro, sin dalle origini secentesche, sta l’anfibia creatura che prende vita su un palco, per “parlare cantando” e “cantare parlando”, bisognosa di musica che ben atteggi le parole e di parole che, cantate, facciano procedere il dramma musicale. Il fascino di tale relazione, letto attraverso i secoli, è sempre grande: sia quando l’autore del testo, nel Seicento e soprattutto nel Settecento dei Metastasio, Calzabigi, Da Ponte, è onorato come “poeta” e la lingua del libretto accompagna la grande musica da pari a pari; sia quando, nonostante si affermino grandi autori come Romani, Cammarano e, soprattutto, Arrigo Boito, a farla da padrone è il musicista che manipola i testi e tiranneggia i librettisti, ridotti ad artigiani di un genere paraletterario. Le dinamiche culturali e linguistiche di questa lunga storia vengono tratteggiate qui da Edoardo Buroni, Emanuele d’Angelo, Paolo D’Achille, Paolo Fabbri, Stefano Telve.
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