07 luglio 2016

Il motto di spirito tra Freud e la testualità

di Luigi Spagnolo*

 

Il witz e l'inconscio

 

Nel noto saggio freudiano del 1905 (Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten, «Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio») si analizzano varie facezie (quasi tutte circolanti nella Vienna dell’epoca) con osservazioni di tipo linguistico relative alla tecnica.

Potremmo riassumerle nello schema seguente:

 

1.             Condensazione:

a.             con formazione di parole miste (i «modi familionari » del barone Rothschild);

b.             con modificazione («Quell’uomo ha un grande avvenire dietro di sé»).

2.             Impiego del medesimo materiale:

a.             parole intere e loro componenti, ovvero sciarada («“Tutti gli italiani danzano così male?”. “Non tutti, ma buona parte ”», scambio di battute tra Napoleone e una signora italiana);

b.             ordine diverso («Secondo alcuni il marito ha guadagnato molto e si è un po’ adagiato , secondo altri è la moglie che si è un po’ adagiata e così ha guadagnato molto»);

c.             lieve modificazione (« Trad ut tore trad i tore »);

d.             medesime parole in accezione ‘piena’ e ‘vuota’ («“Come va ?”. “Come vede …”», il cieco allo zoppo).

3.             Doppio senso:

a.             nome proprio e suo significato materiale (« Scarica la compagnia di te, Pistola!» [Enrico IV, pt. II, a. II, sc. IV]);

b.             significato metaforico e letterale («Non mi stupisce che tu [Arthur Schnitzler] sia diventato un grande scrittore: tuo padre infatti ha messo i suoi contemporanei davanti allo specchio [il dottor Schnitzler aveva inventato il laringoscopio, in tedesco Kehlkopfspiegel ‘specchio della laringe’]»);

c.             doppio senso vero e proprio, ovvero gioco di parole («Il medico al marito: “Sua moglie non mi piace ”. E lui: “Anche a me non piace , e da tempo!”»);

d.             equivocità («Questa ragazza mi ricorda Dreyfus: l’esercito non crede nella sua innocenza »);

e.             allusione (Quando Napoleone III, appena arrivato al potere, sequestrò i beni degli Orléans dissero: «C’est le premier vol de l’aigle» “Questo è il primo volo/furto dell’aquila”).

 

Freud distingue due grandi categorie: il motto innocente, puro divertimento, riconducibile alla sola tecnica verbale; il motto tendenzioso, fondato su una triangolazione fra mittente, destinatario e bersaglio. All’interno di questo gruppo Freud individua quattro tipologie di motti:

 

a.             di denudazione od osceno (vd. sopra, 1.3d);

b.             ostile («Il sovrano allo straniero che gli somiglia: “Vostra madre è mai stata a palazzo?”. “No, ma c’è stato mio padre”»);

c.             cinico («Una moglie è come un ombrello. Poi però si prende una vettura di piazza»);

d.             scettico («“Dove vai?”. “A Cracovia”. “Guarda che bugiardo! Se dici che vai a Cracovia, vuoi farmi credere che vai a Leopoli. Ma io so che vai proprio a Cracovia. Perché menti, dunque?”»).

 

Il motto tendenzioso, quello che fa più ridere, ottiene un risparmio sul dispendio psichico richiesto dall’inibizione o dalla repressione (profitto di piacere). Nel motto di spirito ritrova libero sfogo la ribellione del bambino contro i lacci della logica e del principio di realtà. L’essere umano, ricercatore instancabile di piacere, sfrutta il linguaggio a fini edonistici. Secondo Freud, le condizioni soggettive del lavoro arguto non sono molto dissimili da quelle della nevrosi. Ogni motto richiede un proprio pubblico; il destinatario deve condividere con il mittente la stessa inibizione per poterla aggirare grazie al motto. La brevità del motto impedisce che l’attenzione dell’ascoltatore sia deviata verso emozioni o pensieri secondari. Il lavoro intellettuale conscio è di ostacolo al riso. Un buon motto ha lunga vita perché l’ascoltatore non può resistere all’impulso di narrarlo a sua volta; chi racconta il motto ride di rimbalzo.

 

La facezia secondo una prospettiva linguistica

 

L’odierna linguistica testuale illumina molti aspetti della tecnica del motto (non debitamente analizzati da Freud), i quali prescindono dalle differenze motivazionali della facezia. Consideriamoli nell’ordine alfabetico dei vari fenomeni (inclusi quelli retorici).

Coesione – Rispetto dei rapporti grammaticali (regole morfologiche e sintattiche). Cfr. l’incrocio tra imperfetto enclitico arcaico, imperativo e congiuntivo esortativo nei servizi televisivi della Vulvia di Corrado Guzzanti: ad es., «Lo sapevate? Il calendario romano aveva solo dieci mesi, ma gli avanzavano sempre due foto della Ferilli. Sapevatelo , su Rieducational Channel!». La fortuna di questa forma sgrammaticata, divenuta un vero e proprio tormentone, la dice lunga sul rapporto conflittuale degli italiani con la lingua nazionale.

Connettivi pragmatici – Elementi testuali che segnalano (spesso in apertura) il punto di vista del parlante sull’enunciato o sull’atto di enunciazione. Le principali funzioni interattive sono la presa di turno (allora, , ecco), la richiesta di attenzione (senti, guarda, ascolta, un attimo), la modulazione del contenuto dell’enunciato (attenuazione: in un certo senso, per così dire; rafforzamento: proprio, appunto, davvero), il feedback (eh? capito?). Nell’esempio seguente il semplice connettivo consente la rivalutazione semantica dell’intera frase del primo locutore: «L’ottimista: “Questo è il migliore dei mondi possibili!”. Il pessimista: “ Appunto !”».

Coreferenza – Attribuzione di elementi testuali a un medesimo referente. Suscita il riso la mancata coreferena: ad es., «“Pierino, hai un dito nel naso!”. “Lo so, mamma, è il mio”» (spostando l’attenzione sull’ovvia ellissi del possessivo, il monello si sottrae alla censura del gesto).

Cornice (ingl. frame) – Schema cognitivo entro cui collochiamo un oggetto o una situazione. Il cambio di cornice suscita il riso: ad es., nel brevissimo scambio di battute «“Papà, l’America è lontana?”. “Zitto, e nuota!”», l’imperativo finale (fulmen in clausula, ‘battuta fulminante in chiusura’, come negli epigrammi di Marziale; in inglese, punch-line) muta la cornice, che dal rassicurante ambiente domestico si sposta in pieno oceano. Attenzione: in questo caso l’inferenza (‘Padre e figlio cercano di raggiungere l’America a nuoto’), obbligatoria ai fini del motto di spirito, potrebbe essere sostituita da un’altra: ‘Mentre padre e figlio stanno nuotando a pochi metri dalla riva, il secondo infastidisce il primo, forse affaticato, con una domanda sciocca’. Per il principio della continuità tematica (l’unitarietà dell’argomento nel medesimo testo) questa inferenza è scartata a priori.

Discorso riportato – Può essere di quattro tipi: d. diretto (DD), il più frequente nelle barzellette; d. indiretto (DI), in cui il primo locutore (L1) riconduce al proprio campo indicale (l’insieme delle coordinate spazio-temporali entro cui si svolge la comunicazione) quello del secondo locutore (L2); d. diretto libero (DDL), senza introduttori sintattici e segni paragrafematici, impiegato per riprodurre frammenti di pensiero o monologhi interiori, segnalato a volte dal corsivo; d. indiretto libero (DIL), con intersezione dei campi indicali di L1 e L2 (espediente narrativo largamente adottato da Verga e dai veristi, sulla scorta del romanzo naturalista francese del secondo Ottocento). Nelle barzellette prevale il DD, e i locutori solitamente sono due, al massimo tre: ciò si spiega con l’esigenza (messa in luce da Freud) di calare il destinatario in un dialogo reale, riducendo al minimo il lavoro intellettuale conscio, che ostacola il riso.  

Dislocazione a destra – Costruzione con cui si evidenzia il rema (ciò che si dice) posponendo il soggetto o l’oggetto, richiamati da un pronome cataforico (rinvio a ciò che segue); ciò consente di collocare alla fine la battuta: ad es., «La moglie al marito, mentre fuggono nella savana inseguiti da un leone affamato: “Te l’ avevo detto, io, che dovevamo portare con noi il bambino !”».

Ellissi – Soppressione di un elemento facilmente desumibile. Alcuni motti si basano sull’ellissi fraintesa, di tipo cataforico. Nell’esempio seguente, all’inizio il soggetto sembra tutt’altro: «“Dottore, non le sembra di esagerare? Solo una volta a settimana! Come posso dire di no a mia moglie? A me [Ø] piace troppo!”. “Capisco, ma le ripeto che la parmigiana le fa male…”».

Inferenza – Procedimento logico con cui da un enunciato si ricavano delle conseguenze non esplicitamente asserite. Nel motto di spirito è frequente l’inferenza disattesa. Ad es., nello scambio di battute tra il sovrano e il suddito che gli somiglia particolarmente («“Vostra madre è stata a servizio a Palazzo, vero?”. “No, Altezza, ma c’è stato mio padre”») si passa da una inferenza all’altra: ‘Vostra madre vi ha avuto da una relazione clandestina con mio padre, il re’ > ‘Mio padre, un semplice popolano, ha messo incinta vostra madre, la regina’.

Ipotesto – Testo sottostante, al quale si allude. Nella parodia (letteralmente, ‘controcanto’) si ride solo se si conosce il testo di riferimento: ad es., Maurizio Crozza che fa il verso ad Angelo Branduardi (Alla fiera dell’Est) cantando Alla fiera dell’Expo / quanti soldi / il cittadino italiano buttò. Nei casi più raffinati non è facile cogliere l’allusione (vd. sotto).

Paradosso – Ragionamento che, partendo da presupposti universalmente accettati, arriva a conclusioni contraddittorie. Molti aforismi sono paradossali: «La fortuna è cieca, ma la jella ci vede benissimo» (qui l’apparente paradosso nasconde una rivalutazione semantica del sostantivo fortuna, che nel proverbio è vox media, ovvero indica il destino).

Paronomasia (o bisticcio) – Accostamento tra parole foneticamente simili (non necessariamente isosillabiche e identiche nei fonemi sia iniziali sia finali, come vuole la perfetta paronomasia): ad es., «La sveglia del killer suona alle cinque del mattino per ricordargli la sua luttuosa missione… Si alza il si c ario».

Presupposizione Informazioni presupposte dalla semantica di un elemento della frase. Nel motto «La moglie di Tizio è nubile» la presupposizione violata (che costituisce un paradosso) nasconde una rivalutazione semantica dell’aggettivo (‘non ha mai avuto rapporti sessuali con Tizio’).

Reversio – Recupero delle stesse parole in ordine inverso, con rivalutazione semantica: ad es., «Molti si occupano delle Ferrovie dello Stato, ma pochi si occupano dello stato delle ferrovie».

Rivalutazione e svalutazione semantica – La rivalutazione semantica è il risultato di un processo di reinterpretazione che determina l’incremento del valore informativo di un’espressione apparentemente povera: ad es., «Si sposeranno a maggio. Sono felice per loro, se lo meritano … Così imparano!». La svalutazione semantica è il risultato del processo inverso: ad es., «Chi ti dona il suo cuore è iscritto all’AIDO [Associazione Italiana Donatori Organi]». Molte facezie riguardano frasi idiomatiche in cui la metafora di fondo è intesa in senso letterale.

 

Aggredire la comunicazione e la socialità

 

In ultima analisi, si potrebbe dire che il motto di spirito aggredisce le radici stesse della comunicazione e della socialità, giocando con la lingua e al contempo mostrandone le ambivalenze, dietro le quali si nasconde il conflitto tra predazione e cooperazione. Del resto, come la fiaba, il motto è in origine un racconto, anche breve, suscettibile di mille variazioni attraverso la tradizione orale. Così accade nel passaggio dal ‘tipico’ allo ‘storico’ (e viceversa). Un comandante dei carabinieri, a bordo di un’imbarcazione, chiede al timoniere perché non siano già entrati in porto, e quello risponde: «Ci sono gli alisei»; «E allora arrestateli!», grida il carabiniere; «Non posso, signore, sono venti»; «Fossero anche cento, arrestateli!». Questa storiella, durante il fascismo, fu adattata sostituendo al carabiniere un gerarca o lo stesso Mussolini (a volte cambiando gli alisei in monsoni, con riferimento alla guerra d’Etiopia).

 

Le doti del buon motteggiatore

 

Di séguito si propone un decalogo per chi voglia raccontare barzellette senza fare brutta figura.

 

1)             Scegliere l’uditorio adatto: non ha senso proporre un testo che richiede conoscenze al di fuori della portata di chi ascolta; occorre anche tener conto del grado di inibizione dei destinatari, in relazione ai tabù violati nel racconto.

2)             Dare il massimo rilievo alla battuta finale.

3)             Non sprecare parole, se non per ritardare, in alcuni casi, la battuta, attraverso il meccanismo dell’iterazione (proprio anche della fiaba).

4)             Attribuire ai personaggi intonazioni diverse.

5)             Evitare il discorso indiretto, le lunghe descrizioni e le narrazioni elaborate.

6)             Ricorrere talvolta al dialetto o all’italiano regionale.

7)             Non aggiungere troppi personaggi (tre al massimo).

8)             Non fornire glosse esplicative.

9)             Nella narrazione, prediligere la sintassi nominale, laddove possibile.

10)           Non eccedere nei sorrisi e lasciare che alla fine siano gli altri a ridere.

 

Se poi i vostri interlocutori preferiscono la satira politica, basta ricordare che il passaggio dal ‘tipico’ allo ‘storico’ è sempre possibile; ma anche lo scambio tra l’attualità e la storia dà buoni frutti, come dimostra la seguente battuta del sito Lercio: http://www.lercio.it/giuda-gesu-stai-sereno/.

 

Bibliografia

 

Mario Andreassi, Le facezie del Philogelos: barzellette antiche e umorismo moderno, Lecce, Pensa Multimedia, 2004.

Stefano Bartezzaghi, Barzellette, «Enciclopedia dell’Italiano», Roma, Treccani, 2010.

Henri Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico, introduzione di Fabio Ceccarelli, traduzione e note di Franco Stella, Milano, BUR, 2008.

Tommaso Braccini, Come ridevano gli antichi (Philogelos), prefazione di Maurizio Bettini, Genova, Il Melangolo, 2008.

Achille Campanile, Trattato delle barzellette, postfazione di Stefano Bartezzaghi, Milano, Rizzoli, 20042.

Sigmund Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, saggio introduttivo di Francesco Orlando, traduzione di Silvano Daniele ed Ermanno Sagittario, Torino, Bollati Boringhieri, 1998.

Massimo Palermo, Linguistica testuale dell’italiano, Bologna, il Mulino, 2013.

Luigi Pirandello, L’umorismo, introduzione di Nino Borsellino, prefazione e note di Pietro Milone, Milano, Garzanti, 20074.

Umberto Rapallo, L’umorismo, verbale e non verbale, nostro e altro, antico e moderno, Firenze, Le Lettere, 2004.

 

Immagine: “Rifrugamento fanfalucco” (Del fare introspezione in modo un po’ cialtrone), Sabrina D’Alessandro, 2012.

 

*Luigi Spagnolo è ricercatore di Linguistica italiana presso l'Università per Stranieri di Siena. Studioso di testi letterari dalle Origini al Cinquecento (con particolare riguardo per le opere dantesche e il poema ariostesco), nonché di questioni etimologiche e sintattiche, si è occupato anche di storia del lessico politico, specialmente dell'italiano costituzionale. Ha pubblicato sulle riviste «Studi linguistici italiani», «La lingua italiana. Storia, strutture, testi» e «Studi e problemi di critica testuale».

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