19 giugno 2014

Da Salviati a Manzoni: che cosa disse chi lo lesse

di Rosarita Digregorio*
 
Le intuizioni di Machiavelli hanno conosciuto un successo ininterrotto e il suo pensiero penetra ancora nella saggistica e persino nella narrativa contemporanee. Nel romanzo autobiografico di Edoardo Nesi Storia della mia gente, vincitore del premio Strega nel 2011, l’autore confessa di essersi più volte addormentato con la testa sul Principe, e si rammarica del fatto che «bisognava aver letto quelle pagine di Machiavelli in cui si dice che un buon principe deve imparare la natura de’ siti e conoscere come surgono ‘e monti, come imboccano la valle…», per dire che la politica avrebbe dovuto conoscere meglio il territorio per difenderlo.
 
Il “fratello” Foscolo
 
Gli studi linguistici e gli spogli lessicografici su Machiavelli, invece, hanno subito alterne vicende. L’accoglimento in sede lessicografica di esempi tratti dalle opere di Machiavelli fu per lungo tempo ostacolato dal parere negativo della Crusca e l’inserimento degli scritti machiavelliani nell’Indice dei libri proibiti accentuò drammaticamente quest’ostracismo lessicografico e letterario. Ricorda Foscolo nei Frammenti su Machiavelli: «ogni edizione delle opere di sì grande ingegno fu dall’anno 1594 interdetta in Italia: si davano licenze di leggere libri proibiti, eccettuando sempre quelli di Machiavelli; il suo nome non fu pronunziato; e i letterati che lo citavano, appena ardivano di notarlo sotto il titolo di Segretario Fiorentino: e così fece sempre l’Accademia della Crusca. I frati, e segnatamente i Gesuiti, s’insignorirono di tutte le scuole, e instillarono il loro odio e i loro pregiudizi a tutta la gioventù italiana». L’autore dei Sepolcri sentì assai affine per sorte umana e intellettuale lo scrittore fiorentino e tuttavia, nei discorsi Sulla lingua italiana, sulla lingua sembra esprimersi negli stessi termini di un Salviati: «Niuno scrisse in Italia mai né con più forza né con più evidenza né con più brevità del Machiavelli. Il significato d’ogni suo vocabolo par che partecipi della profondità della sua mente, e le sue frasi hanno la connessione rapida, splendida, stringente della sua logica. […] L’unico difetto della lingua e dello stile del Machiavelli deriva dalla barbarie in cui trovò il suo dialetto materno. Ben ei si studiò di dargli tutta la dignità che Sallustio, Cesare e Tacito avevano dato al latino, ma si studiò ad un tempo, e con molta saviezza, di non disnaturare la lingua italiana e il dialetto fiorentino; onde talvolta, per preservarne alcune peculiarità, cadde qua e là in certi sgrammaticamenti».
In una delle redazioni Della lingua italiana considerata storicamente e letterariamente, il parere di Foscolo si fa tuttavia più ammirato: «Machiavelli, spogliandosi affatto di quelle trasposizioni boccaccesche, scrisse per primo l’italiano purgato e netto. Le idee in esso vengono chiare, e vi si gustano le originali bellezze della nostra lingua. Si dice che poco sapesse di lingua latina; forse questa sua ignoranza contribuì a distaccarlo dai difetti di Boccaccio».
 
«Poco diligente» per Leopardi
 
Quella che per Foscolo è un’originalità funzionale e ammirabile, per Leopardi tradisce una scarsa competenza linguistica: nello Zibaldone (4008), Machiavelli è definito «scrittore poco diligente nella lingua, in particolare nella Storia” e, ancora, a proposito di alcuni detti popolari attribuiti a Castruccio Castracani, si ribadisce che «non sapeva il greco, poco o nulla il latino, ed era poco letterato”.
 
Baretti ammirato, ma...
 
D’altro canto, ancora per tutto il Settecento, era prevalsa l’incomprensione per una scrittura non facilmente incasellabile e dunque dal sapore ‘sgrammaticato’. Baretti, per esempio, ammirava strenuamente il Machiavelli teorico dell’arte dei governi, al punto da curare, nel 1772, per i tipi della londinese Davies, la raccolta dell’opera omnia e meritare l’appellativo di «restauratore del culto di Machiavelli in Piemonte» - definizione di Gobetti – ma ne denigrava sia l’impianto linguistico teorico, sia lo stile. Nella prefazione al Discorso sopra la lingua il giudizio è duro e repentino: «Di tutte le cose scritte dal nostro Niccolò, questa è la meno pregevole; anzi è tanto meschina, che a malapena si può credere sia uscita di quel suo cervello». Nella prefazione alle Istorie Fiorentine si nota la stessa severità: «la lingua in cui Niccolò le scrisse, è tratto tratto un po’ sgrammaticata, come in quasi tutte l’altre cose sue: pure è nitida molto, e toscanissima. Lo stile nondimeno l’approverei più, se tenesse dietro più che non fa, all’ordine naturale delle idee».
 
Le lodi di De Sanctis
 
E tuttavia nell’analisi di Baretti la matrice delle critiche non risiede più nei dettami cruscanti, ma in una nuova visione del linguaggio come materia incandescente strettamente connessa alle vicissitudini umane: vi si scorge insomma l’animo romantico e naturalistico proprio dell’Ottocento, che vedeva nelle lingue nazionali e nei dialetti la possibilità per l’uomo di connettersi con la realtà interiore ed esteriore in cui è immerso, oltreché l’espressione della spirito primigenio dei popoli. Il contesto romantico dunque considerò un valore il municipalismo linguistico di Machiavelli, nonché l’obbedienza del suo stile alla verità effettuale delle cose; così scrive De Sanctis: «[Machiavelli…] Investe la cosa direttamente, e fugge le perifrasi, le circonlocuzioni, le amplificazioni, le argomentazioni, le frasi e le figure, i periodi e gli ornamenti, come ostacoli e indugi alla visione […]. Quella sua rapidità, quel suo condensare non è artificio, come talora è in Tacito e sempre nel Davanzati; ma è naturale chiarezza di visione, che gli rende inutili tutte quelle idee medie, di cui gli spiriti mediocri hanno bisogno per giungere faticosamente ad una conseguenza, ed è insieme pienezza di cose, che non gli fa sentire necessità di riempire gli spazi vuoti con belletti e impolpature, che tanto piacciono a’ cervelli oziosi».
 
Ariosto e Machiavelli
 
Anche Manzoni predilesse, spogliandole e postillandole con cura, le pagine di Machiavelli e del resto la sua elaborazione strettamente linguistica, che elegge a modello la lingua parlata dai fiorentini colti del tempo, è piuttosto vicina a quella del Segretario Fiorentino. L’autore dei Promessi Sposi, nella Appendice sull’unità della lingua italiana, con accento ironico, per dimostrare quanti e quali siano stati i suoi ‘travagli’ di scrittore non naturaliter in possesso di una lingua italiana forgiata sul fiorentino vivo, paragona, con le modestia retorica che gli è propria, la sua esperienza a quella dell’Ariosto, così come riportata proprio dal Segretario Fiorentino: «Ma perché non si dica ch’io pretenda di darvi come un argomento dimostrativo un experimentum in anima vili, v’addurrò un’osservazione fatta da un altro sopra un ben altro soggetto. E lo trovo nel “Discorso, ovvero Dialogo” sulla lingua, attribuito al Machiavelli, e certamente non indegno di lui; dove figurando di stare a tu per tu con Dante, gli dice: “Io voglio che tu legga una commedia fatta da uno degli Ariosti di Ferrara, e vedrai una gentil composizione, e uno stile ornato e ordinato; vedrai un nodo bene accomodato, e meglio sciolto; ma la vedrai priva di que’ sali che ricerca una commedia tale,…perché i motti ferraresi non gli piacevano, e i fiorentini non sapeva; talmenteché li lasciò stare».
 
Le criptocitazioni manzoniane
 
Tante le criptocitazioni dello scrittore fiorentino in Manzoni; nel Sentir messa, in seno alla critica a Monti e a quanti pretendano di decretare dall’alto la vita o la morte delle parole, senza un reale confronto con l’Uso, si fa l’esempio del verbo ammonire, che «può invecchiare e uscire affatto dell’Uso: ammonito in quel significato speciale che ebbe in certi tempi della repubblica fiorentina, d’uomo interdetto dai magistrati, è vocabolo che dovrà sempre adoperare chi scriva la storia di quella repubblica, o chi tocchi, per qual si voglia cagione, quel fatto; perché è il solo vocabolo che sia e possa esser mai atto a ciò», là dove la definizione tecnica di ammunito è consacrata proprio da Machiavelli, nelle Storie fiorentine, III, 3: «tutti quelli che in Firenze sono privi di potere esercitare i magistrati si chiamano ammuniti». Se saggi e opere storiche manzoniane sono ricche di riprese più o meno esplicite di Machiavelli, non mancano tributi anche nei Promessi Sposi. Il famoso ‘nome parlante’ Azzeccagarbugli appare già infatti in un passo delle Legazioni, dal sapore vivace e idiomatico tipico di Machiavelli: «Voi sapete che i mercatanti vogliono fare le cose loro chiare e non azzeccagarbugli».
 
Per un primo approccio alla lingua di Machiavelli, ai giudizi critici e agli studi linguistici ad essa relativi, si può leggere Machiavelli. Storia linguistica italiana di Carmelo Scavuzzo (Roma, Carocci, 2003).
 
*Rosarita Digregorio si è laureata in Storia della Lingua Italiana sotto la guida di Luca Serianni, con una tesi sulla lingua della Chiesa cattolica italiana postconciliare. Ha conseguito il dottorato di ricerca nell’ambito del gruppo ARSIL (Archivio di Sintassi dell’Italiano Letterario), guidato da Maurizio Dardano, occupandosi delle proposizioni temporali della posteriorità in italiano antico. Tra i suoi interessi, la riproduzione letteraria del linguaggio infantile in Elsa Morante, il plurilinguismo de La Storia, la terminologia biblioteconomica, le traduzioni recenti della Bibbia, la storia culturale delle parole. Ha svolto attività lessicografica come redattrice del Grande Dizionario Garzanti della Lingua Italiana e del Vocabolario dei sinonimi e contrari della Le Monnier. Si è occupata degli studi linguistici su Machiavelli per la Bibliografia delle edizioni di Niccolò Machiavelli: 1506-1914 (Manziana, Vecchiarelli Editore, in fase di pubblicazione), progetto internazionale a cura di Piero Innocenti e Marielisa Rossi. Attualmente lavora per l’Istituzione Biblioteche Centri Culturali di Roma Capitale.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0