In Salento e Calabria le voci della minoranza linguistica greca

di Antonio Romano*

Le comunità alloglotte greche in Italia si distinguono in salentina (nella provincia di Lecce) e calabrese (nella provincia di Reggio Calabria; v. voce Greca, comunità dell’Enciclopedia dell’Italiano Treccani, 2010).
Le aree geografiche in cui vivono queste comunità sono note rispettivamente come Grecìa Salentina e Bovesìa e consistono rispettivamente in nove comuni (Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Sternatìa e Zollino, dove la varietà alloglotta è ancora piuttosto vitale, insieme a Melpignano e Soleto, dove invece ha sofferto di un’irrimediabile riduzione del numero di parlanti) e in alcune località del reggino. La Bovesìa è infatti costituita da comunità originariamente residenti nelle località aspromontane di Bova, Condofuri, Gallicianò di Condofuri, Roccaforte e Roghudi (un tempo anche altri paesi) e oggi in parte migrate nei centri di Bova Marina e Reggio Calabria, dove si sono integrate con le comunità provenienti da altre località.
 
Griko e grecanico
 
I dialetti greci parlati da queste comunità sono tradizionalmente noti come greco-otrantini (o greco-salentini), quelli parlati nel Salento, e greco-calabresi (o greco-calabri), quelli del Reggino. Sono inoltre menzionati come grecanici, romaici o greco-italioti. Queste ultime denominazioni (note per lo più solo agli specialisti) risultano oggi in disuso, mentre il termine grecanico si ritrova più specificamente applicato all’area calabrese, visto che per le varietà salentine ha progressivamente guadagnato consensi la designazione locale di griko (graficamente anche grico), che è oggi la più conosciuta e la più usata. Vi è tuttavia chi preferisce riservare greco-salentino e greco-calabro alle attuali isole alloglotte, designando grecanici i territori dell’Italia meridionale di una più vasta antica grecità.
 
Magnogreci o bizantini?
 
Le più antiche testimonianze sull’esistenza delle colonie greche d’Italia risale a notizie frammentarie della fine del XIII sec. e del XIV sec. La questione sull’origine delle comunità ellenofone d’Italia nacque tuttavia nella prima metà dell’Ottocento e divenne in pochi decenni una di quelle che più appassionarono (e appassionano ancora) linguisti e storici. In risposta alla monumentale opera di Gerhard Rohlfs (Scavi linguistici nella Magna Grecia, Roma, 1933, e numerosi altri contributi), che proponeva l’ipotesi di un’origine magnogreca, nel 1953 Oronzo Parlangèli aveva infatti pubblicato il saggio Sui dialetti romanzi e romaici del Salento, nel quale mostrava argomenti a favore di un’antica romanizzazione di quest’area. Inoltre, riconoscendo un’affinità di queste parlate col greco moderno (già argomentata da Giuseppe Morosi sin dal 1870), concludeva con elementi che confermavano l’ipotesi di una grecità d’impronta bizantina. Considerando le diverse condizioni in cui dev’essersi svolta la colonizzazione di queste due aree in un’Italia meridionale interessata da forme di antico bilinguismo, alcuni studiosi hanno infine sostenuto l’innesto di elementi bizantini in una preesistente matrice magnogreca. Tuttavia, si può dire che trovi oggi maggiore accettazione l’ipotesi che, almeno nell’area salentina, il greco sia stato introdotto solo in epoca bizantina.
 
Tredicimila
 
Nella seconda metà del secolo scorso, in seguito al risveglio di un certo interesse accademico e mediatico, hanno visto la luce alcune descrizioni scientifiche dello stato di queste parlate. Le indagini condotte, per la Grecìa dal Gruppo di Lecce e per la Bovesìa da Paolo Martino, descrivevano comunità che, se anche non lo erano in passato, si presentavano schiettamente plurilingui. Infatti, se all’inizio del Novecento molte di queste comunità erano ancora a maggioranza greca, negli anni ’50-’60 un numero crescente di famiglie si serviva delle varietà romanze o dell’italiano nella comunicazione con gli altri abitanti non ellenofoni della regione.
In seguito a questi cambiamenti, le parlate greche d’Italia compaiono oggi tra le lingue che, nelle stime dell’Unesco, sono definite seriamente minacciate di estinzione. Il numero dei parlanti, in base a diverse fonti, si è infatti ridotto complessivamente a circa 13.000. Se questo dato è attendibile, almeno limitatamente alla conoscenza passiva, è verosimile che le cifre sull’uso reale e sulla competenza attiva siano anche più basse.
 
Voce all’identità repressa
 
In base a simili considerazioni, insieme a un’equilibrata descrizione del repertorio linguistico di queste comunità, alcuni studi degli ultimi anni incoraggiano la costituzione di vaste basi di dati linguistici. Considerando la progressiva riduzione del corpus e dello status di queste parlate, un’iniziativa meritoria in questo senso era quella dell’Università di Patrasso che aveva portato alla realizzazione di una base di dati sonori on line che però ora, purtroppo, non è più disponibile.
Grazie anche alla legge di tutela delle minoranze 482/99, il patrimonio linguistico e culturale associato a queste aree è stato oggetto di imponenti campagne di recupero, condotte da operatori e associazioni culturali locali, e di intense attività di sensibilizzazione dei parlanti da parte delle amministrazioni locali e di alcune istituzioni di Governo. Molto è stato fatto, con notevoli ripercussioni di immagine a livello politico, culturale e persino economico: queste iniziative hanno effettivamente giovato al rinvigorimento delle parlate alloglotte in alcune famiglie. Marchiate per decenni come indice d’inferiorità culturale e sottosviluppo, queste parlate stanno infatti ritrovando consensi in diverse fasce di popolazione e cominciano a essere avvertite come portatrici d’importanti elementi identitari fin qui latenti o repressi.
Sul piano delle iniziative di politica linguistica, sono stati istituiti enti per promuovere lo sviluppo economico di queste aree e curarne la tutela del patrimonio linguistico e culturale. Questi si sono affiancati alle numerose associazioni culturali locali e, in qualche caso, ne hanno riciclato i materiali.
 
*Antonio Romano è nato a Castrignano del Capo (Lecce) nel 1968. Ricercatore confermato di Glottologia e Linguistica presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università degli Studi di Torino, è responsabile del Laboratorio di Fonetica sperimentale “Arturo Genre” (www.lfsag.unito.it). Svolge ricerche sulla variazione intonativa e ritmica in lingue e dialetti romanzi (e non), conducendo indagini fonetiche sperimentali anche su lingue di minoranza. Oltre a un centinaio di articoli su temi di dialettologia, fonetica descrittiva e sperimentale, acustica e articolatoria (su riviste e atti di convegni e di conferenze nazionali e internazionali), ha all’attivo una decina di pubblicazioni di più ampio respiro (libri o capitoli di libri), tra i quali la sua tesi di Dottorato, pubblicata in Francia (Analyse des structures prosodiques des dialectes et de litalien régional parlés dans le Salento: approche linguistique et instrumentale, Lille: Presses Univ. du Septentrion), Inventarî sonori delle lingue (Alessandria, Dell’Orso), Il griko nel terzo millennio (Parabita, Il laboratorio, in collaborazione con P. Marra), Vocabolario del dialetto di Parabita, (Lecce, Del Grifo), Argomenti scelti di glottologia e linguistica (Torino, Omega, in collaborazione con A. M. Miletto).

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