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L’universo delle minoranze linguistiche in Italia

di Fiorenzo Toso*

Praticamente in ogni Paese del mondo esistono idiomi parlati da “minoranze” di persone, che si definiscono tali rispetto all’insieme della popolazione (la “maggioranza”) che fa un uso più o meno esclusivo della lingua ufficiale adottata dallo Stato.
In realtà però, il concetto di “minoranza linguistica” è ampiamente dibattuto dagli studiosi, e persino a livello corrente risulta di non facile definizione. Sul piano politico poi, basterebbe dare uno sguardo alle legislazioni in vigore, anche solo nei diversi Paesi dell’Unione Europea, per verificare quanto diverse siano le situazioni raggruppate sotto il titolo generico di “minoranze linguistiche”, e quanto differenti siano le iniziative di tutela e promozione attuate (o quanto meno previste) nei loro confronti.
 
Non per forza coincidenti
 
A differenza di quanto comunemente si crede, in ogni caso, la nozione di “minoranza linguistica” non si sovrappone necessariamente a quella di “minoranza nazionale”. Quest’ultima, di formulazione tardo-ottocentesca, definisce gruppi umani che, all’interno di una concezione tradizionale di Stato-nazione, non condividono (o addirittura rifiutano) tutti o alcuni dei cosiddetti “caratteri nazionali” (comune retaggio storico, cultura materiale e spirituale, la lingua appunto, ecc.) condivisi dal resto della popolazione, che ne accetta invece la formulazione e la codificazione storicamente proposte dall’élite intellettuale e politica del Paese.
L’equivalenza tra minoranza linguistica e minoranza nazionale è resa problematica del fatto che un senso di appartenenza linguistica differenziato rispetto a quello della restante popolazione non è di per sé sufficiente a definire una diversa identità nazionale: se, ad esempio, può essere considerata “minoranza nazionale” e al tempo stesso “minoranza linguistica” quella germanofona dell’Alto Adige, che rivendica tradizionalmente, in maniera pressoché unanime, un’alterità forte rispetto al contesto italiano, è certamente una “minoranza linguistica” ma non una minoranza “nazionale” quella di lingua albanese dell’Italia meridionale; analogamente, si considera una minoranza “nazionale” quella di lingua catalana in Spagna, ma l’uso tradizionale dello stesso idioma non pare sufficiente ad estendere tale qualifica alla popolazione di Alghero in Sardegna.
 
I diritti degli alloglotti
 
Quando un gruppo minoritario afferma e promuove collettivamente un’alterità identitaria in competizione col senso di appartenenza nazionale, e in particolare quando tale alterità è appoggiata da uno Stato-tutore di riferimento (ad esempio l’Austria nel caso dei Sudtirolesi), la minoranza sente spesso l’esigenza di attuare forme di rivendicazione della sua specificità, per affermare i propri inalienabili “diritti linguistici”, che nei Paesi a democrazia avanzata lo Stato egemone ha il dovere di tutelare sulla base di una consolidata prassi internazionale.
Nel caso invece di minoranze linguistiche che non siano al tempo stesso minoranze nazionali, il problema si pone piuttosto nel senso di una tutela del patrimonio linguistico di tali comunità. In linea di principio infatti, i “diritti linguistici” che riguardano gli appartenenti a tali gruppi non sono diversi da quelli di qualsiasi altro membro della comunità nazionale in cui si integrano: il diritto alla non discriminazione per motivi linguistici, il diritto alla preservazione del bene culturale-lingua di cui nella fattispecie si è portatori, ma anche diritto all’accesso agli strumenti linguistici di maggiore utilità ai fini del proprio inserimento sociale, sono parte integrante dei diritti che debbono essere garantiti a tutti i cittadini all’interno di un Paese.
Sotto questo punto di vista, con riferimento alla lingua, il concetto di “minoranza” appare in Italia un po’ travisato, perché, se si esclude il caso delle “minoranze nazionali” effettivamente riconoscibili come tali, i “diritti linguistici” degli individui e delle comunità tradizionalmente riconosciute come “minoranze linguistiche” (ossia quelle che praticano una varietà alloglotta) non dovrebbero essere considerati diversi, ad esempio, da quelli di persone o di gruppi che hanno come forme di espressione tradizionale i dialetti italiani.
 
Ambiguità: dialetti considerati lingue
 
Il problema è complicato dunque proprio dalla difficoltà (particolarmente evidente in Italia) di distinguere i concetti di “lingua” e “dialetto”, tema sul quale le stesse istituzioni europee, al di là delle dichiarazioni di principio in materia di patrimoni linguistici storici, hanno sempre mantenuto un atteggiamento fortemente ambiguo come dimostrano le enunciazioni della pur fondamentale Carta Europea delle lingue Regionali o Minoritarie emessa nel 1991 dal Consiglio d’Europa.
Per quanto riguarda lo specifico del nostro Paese, nessun linguista sosterrebbe oggi criticamente che i “dialetti italiani” siano “dialetti dell’italiano”, ossia varietà della lingua nazionale (o addirittura, come si diceva in passato, “storpiature” della lingua): potrebbe entrare in gioco semmai una maggiore o minore “distanza” rispetto alla lingua nazionale, nel senso che il dialetto di Siena è più affine strutturalmente all’italiano che non quello di Campobasso, e che quest’ultimo mostra una parentela più forte rispetto alla lingua nazionale che non quello di Cuneo, e così via: ma questo non vuol dire affatto, da un punto di vista strettamente scientifico, che il sardo ad esempio o il friulano siano “lingue” e che il piemontese o il molisano siano “dialetti”.
Nel continuum rappresentato dalle varietà neolatine, il sardo e il friulano sono eventualmente varietà dialettali particolarmente distanti dall’italiano, ma la loro ammissione a tutela risulta fortemente condizionata da valutazioni extralinguistiche, connesse con livelli diversi di rivendicazione politico-culturale.
Da un punto di vista degli usi sociali, poi, la constatazione che il dialetto walser è di discendenza germanica o che il grico salentino è di origine ellenica non eludono il fatto che ambedue queste varietà alloglotte, prive di parentela diretta o indiretta con la lingua nazionale, presentano tradizionalmente forme di utilizzo non diverse da quelle delle varietà dialettali circostanti; sotto questo aspetto, le modalità di tutela di queste componenti del patrimonio linguistico italiano non dovrebbero essere in linea di principio dissimili da quelle che potrebbero riguardare altre componenti, quali i dialetti salentini o quelli lombardo-piemontesi: anche se è poi evidente che, in una prospettiva di valorizzazione complessiva, le applicazioni di questo principio sono suscettibili di variare considerevolmente da situazione a situazione.
 
Italia, una legge dannosa: a Ischia si parla tedesco
 
Alla luce di queste considerazioni appare evidente il danno arrecato alla tutela del patrimonio linguistico italiano dalla legge 482/1999 in materia di minoranze linguistiche storiche: essa si basa infatti su un principio che equipara alle “minoranze nazionali” un gruppo di “minoranze linguistiche” alloglotte, formalmente riconosciute come tali, escludendo da ogni forma di riconoscimento il resto delle varietà tradizionalmente parlate in Italia e creando gerarchie antistoriche dettate dal presupposto di una identificazione (ideologicamente pericolosa) tra senso di appartenenza linguistica e senso di appartenenza nazionale.
Per di più, la legge ha escluso deliberatamente da ogni forma di tutela alcune varietà i cui parlanti costituiscono a tutti gli effetti gruppi caratterizzati da una precisa originalità basata sulla specificità linguistica; e, fatto forse ancora più grave ai fini di una valutazione complessiva del patrimonio linguistico tradizionale italiano come oggetto di valorizzazione, ha introdotto un assurdo criterio di autocertificazione, al di sopra di ogni considerazione di ordine scientifico e storico-culturale, da parte delle amministrazioni locali: è in base a tale principio che, qualche anno fa, i comuni dell’isola d’Ischia non esitarono a dichiararsi compattamente germanofoni…
 
La corsa all’appartenenza etnica
 
I benefici (soprattutto di natura economica) previsti dalla legge hanno infatti indotto decine di amministrazioni comunali a dichiarare una inesistente appartenenza a questa o a quella minoranza: col risultato, ad esempio, che le comunità di lingua ladina si sono moltiplicate nel Veneto in maniera tale da “sommergere” numericamente la minoranza ladina “storica”, e che in Piemonte e in alcune aree della Liguria la minoranza “occitana” si è vista attribuire ambiti territoriali e realtà dialettali che nulla hanno mai avuto a che fare con essa; e nella minoranza ellenofona in Calabria e tra i gruppi germanofoni minori delle Alpi sono invece compresi, oggi come oggi, comuni nei quali le parlate tradizionali sono ormai estinte da secoli.
Questa “corsa all’appartenenza etnica”, oltre agli evidenti risvolti reazionari nel processo di elaborazione e ri-elaborazione delle identità locali, impedisce tra l’altro di valutare serenamente, oggi, le diverse modalità di intervento su molti aspetti della protezione del bene-lingua, poiché l’attribuzione a un’area linguistica differente da quella di reale appartenenza di ciascun dialetto locale rende difficile operare in loro favore.
 
Il fallimento della tutela delle minoranze linguistiche in Italia
 
Il fallimento della tutela delle minoranze linguistiche in Italia si può verificare anche attraverso le diverse iniziative finora avviate: al di là degli usi impropri delle scarse risorse disponibili, ci si è preoccupati per lo più di assicurare non tanto la vitalità degli usi parlati delle diverse varietà ammesse a tutela, quanto di fissare “norme” sopralocali sulla base di presupposti spesso e volentieri rifiutati dagli stessi parlanti: tutto ciò in ottemperanza alla burocratizzazione e ingessatura delle varietà minoritarie, sancita da una legge che non si preoccupa affatto di tramandare il patrimonio linguistico tradizionale e di educare le giovani generazioni al rispetto delle differenze e alla pluralità del proprio percorso linguistico, quanto di assicurare alle lingue minori (e più in particolare ai gestori politici e culturali di esse) spazi di utilizzo che esulano comunemente dall’esperienza propria delle popolazioni coinvolte, in nome di una “parificazione” giuridica all’italiano (destinata comunque a rimanere sulla carta) che attiene semmai ai diritti delle “minoranze nazionali” ma non alle prospettive di una effettiva e aggiornata tutela del patrimonio culturale delle “minoranze linguistiche”.
 
*Fiorenzo Toso (1962) è professore associato di Linguistica generale all’Università di Sassari. I suoi interessi vanno dalla dialettologia della Liguria, sua regione d’origine, allo studio dei fenomeni di insularità e contatto linguistico, dalla lessicografia (come collaboratore del Lessico Etimologico Italiano) alla riflessione su temi sociolinguistici, con particolare riferimento alle minoranze. Tra le sue opere più recenti, Lingue d’Europa (Milano, Baldini e Castoldi 2006), Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino 2008), Linguistica di aree laterali ed estreme (Udine, Centro Internazionale sul Plurilinguismo 2008).
 

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