09 novembre 2011

Quante e quali minoranze in Italia

di Fiorenzo Toso*

Quante e quali sono le minoranze linguistiche presenti in Italia? (link alla cartina tratta dall’Enciclopedia dell’italiano, diretta da Raffaele Simone, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, vol. II, Roma 2011, pp. 1628-29) Un computo in tal senso non è affatto semplice, e va ricordato preliminarmente che, riferendosi a tale categoria, la legislazione italiana fa esclusivo riferimento a quelle di antico radicamento, presenti da secoli sul territorio in cui sono insediate. In altri Paesi invece per “minoranze linguistiche” si intendono anche (o soprattutto) quelle di recente formazione, nate da flussi migratori risalenti a pochi decenni fa, se non addirittura ancora in corso.
Gli idiomi dei “nuovi italiani” di origine romena, neo-albanese, araba, africana, latinoamericana, ecc., non vengono quindi presi in considerazione come parte integrante del patrimonio linguistico nazionale: ciò, a onor del vero, anche in ragione del fatto che la loro eventuale promozione o tutela propone aspetti e problemi in gran parte diversi rispetto alle “minoranze linguistiche storiche”.
 
Secondo la non attendibile legge
 
Rimanendo a quest’ultima tipologia, però, la stessa formulazione proposta dalla legislazione nazionale in materia non è affatto attendibile, almeno secondo i parametri ai quali sono soliti fare riferimento gli studiosi che si occupano di questi argomenti. In base alla lettera della L.N. 482/1999, così, viene comunque ammessa a tutela in Italia “la lingua delle popolazioni”
 
-           Albanesi in Italia meridionale (tra le 70 e le 100.000 persone), come conseguenza di antiche migrazioni verificatesi fra il Quattro e il Settecento in alcune decine di comuni sparsi dalla Sicilia alla Calabria (dove vi è la maggiore concentrazione), dalla Basilicata alla Campania, dalla Puglia al Molise e all’Abruzzo;
 
-           Germaniche, lungo l’arco alpino, in una varietà di situazioni storiche e sociolinguistiche ( link all’articolo di Marco Caria );
 
-           Greche, in Aspromonte e nel Salento ( link all’articolo di Antonio Romano );
 
-            Slovene (circa 60.000 persone) lungo il confine orientale in provincia di Trieste e di Gorizia, compresa una parte delle popolazioni dei due capoluoghi. In provincia di Udine, lungo la frontiera, si parlano dialetti slavi dei quali la popolazione locale tende ad affermare l’originalità rispetto allo sloveno standard;
 
-           Croate (circa 3.000 persone) in tre piccoli centri del Molise;
 
-           Catalane (circa 15.000 persone) ad Alghero in Sardegna; 
 
La legge parla inoltre di popolazioni parlanti
 
-           il francese, intendendo l’uso ufficiale di tale lingua in Valle d’Aosta e il suo utilizzo tradizionale come lingua di cultura in alcuni centri montani della provincia di Torino (ma tali usi non coincidono con un’effettiva diffusione della pratica parlata);
 
-           il francoprovenzale (dalle 50 alle 70.000 persone), che è un insieme di varietà dialettali con caratteri originali, diffuse nell’uso parlato in Val d’Aosta e in parte della fascia montana della provincia di Torino, praticate anche, in seguito a un’antica emigrazione, in due piccoli centri della Puglia;
 
-           il friulano, praticato in gran parte del Friuli ( link all’articolo di Fabiana Fusco ), con un’appendice in provincia di Venezia;
 
-           il ladino (circa 30.000 persone) diffuso in alcune valli della provincia di Bolzano (dove la popolazione ha per seconda lingua il tedesco e gode di maggiori prerogative nell’uso delle varietà locali), e in aree delle province di Trento e Belluno (dove lo si parla accanto all’italiano);
 
-           l’occitano (dalle 20 alle 40.000 persone)parlato nelle alte valli alpine del Piemonte occidentale tra la Vermenagna e la Val di Susa e (in seguito a un’antica immigrazione) in un comune della Calabria;  
 
-           il sardo (circa un milione di persone) praticato nelle sue diverse varietà in gran parte della Sardegna, ad esclusione delle isole linguistiche catalane e tabarchine e della fascia settentrionale dell’isola, dove prevalgono invece dialetti còrsi (e per inciso, il còrso è riconosciuto come lingua minoritaria in Francia ma non in Italia).
 
Popolazioni o lingue?
 
In questa elencazione non è chiaro il discrimine attuato dalla legge tra la definizione “popolazioni albanesi, catalane…”, che sembra implicare l’ammissione di una diversa appartenenza nazionale, e quella che si riferisce a “popolazioni parlanti il francese, il francoprovenzale” ecc., per le quali si insiste invece su un’appartenenza meramente linguistica: questa distinzione lascia adito come è ovvio a non poche perplessità.
Se infatti per una parte (e una parte soltanto) dei cosiddetti “Germanici” o degli “Sloveni”, ad esempio, ha senso parlare di un effettivo rapporto di solidarietà culturale e politica con la popolazione di uno Stato diverso da quello di cittadinanza, lo stesso non si può dire evidentemente dei “Greci”, degli “Albanesi”, dei “Croati” e dei “Catalani”: ossia delle comunità di lingua greca, albanese, croata e catalana da secoli radicate in Italia, che storicamente non hanno intrattenuto relazioni coi Paesi d’origine al di là di contatti culturali il più delle volte riavviati solo in tempi recenti.
Infatti, sotto la denominazione di “popolazioni germaniche”, ad esempio, vengono annoverati gruppi linguistici e culturali diversissimi per modalità d’impianto storico, tipologie dialettali, realtà sociolinguistica, oscillando tra la compatta maggioranza “etnica” della popolazione della provincia di Bolzano e i piccoli gruppi sparsi lungo tutta la catena alpina.
A sua volta, lo sloveno standard viene sostanzialmente rifiutato come “tetto” linguistico da una parte della popolazione di lingua slava della provincia di Udine, sia per motivi di ordine storico-ideologico, sia per l’effettiva distanza tra le arcaiche parlate delle valli del Resia e del Natisone e il modello che si è venuto elaborando, soprattutto a partire dal secolo scorso, come lingua letteraria dell’attuale Repubblica di Slovenia: come conseguenza di questa situazione, l’enunciazione dell’art. 2 della 482 è stata duramente contestata da gruppi locali che si sono fatti promotori di proposte di legge con le quale si chiede l’ammissione a tutela delle lingue slave «natisoniana», «Po-Nasen» e «Resiana» parlate rispettivamente nelle valli del Natisone, del Torre e del Resia.
Ancora, la distinzione tra popolazioni parlanti il francese e il francoprovenzale, date le peculiari modalità della pluriglossia e del plurilinguismo valdostani è priva di senso, in quanto il francese è, come si è visto, soltanto il “tetto” statutario dei dialetti francoprovenzali della regione, dove non ha in pratica una vitalità propria come lingua materna.
La definizione di «occitano», infine, ha precise implicazioni di ordine politico-culturale, ed ha scatenato le non infondate proteste dei fautori di una denominazione alternativa, quella di «provenzale», non meno legittima anche se non meno connotata, per certi aspetti, di venature ideologiche. In questo caso più che per altri, poi, l’appartenenza “dichiarata” alla minoranza da parte delle amministrazioni locali stride spesso con la realtà linguistica del territorio, quale è nota da tempo agli studiosi e alle stesse popolazioni coinvolte: questa circostanza è particolarmente evidente nel caso di un comune e di due frazioni in provincia di Imperia (Olivetta San Michele e Realdo e Verdeggia nel comune di Triora), in cui si parlano da sempre varietà liguri alpine.
 
Galloitalici del Sud, tabarchini e zingari
 
Alla panoramica così illustrata a partire dal testo di legge, occorre inoltre aggiungere quelle realtà minoritarie che per motivi tutt’altro che chiari sono rimaste escluse dall’enumerazione in esso formulata: si tratta di gruppi di popolazione che rappresentano realtà oggettivamente “altre” rispetto al contesto linguistico e culturale nel quale sono inserite, e il cui mancato riconoscimento costituisce una palese violazione dei principi stessi sui quali si basa (o dovrebbe basarsi) la tutela delle minoranze linguistiche. Si tratta in particolare delle popolazioni che parlano
 
-           i dialetti cosiddetti “galloitalici” o “alto italiani” (circa 60.000 parlanti) diffusi in Sicilia e (con modalità diverse di conservazione) in Basilicata e in Campania, come conseguenza di migrazioni di epoca medievale dall’Italia settentrionale;
 
-           il tabarchino (circa 10.000 persone), una varietà di origine ligure diffusa oggi in due centri della Sardegna meridionale, dove è stata trasferita nel corso del Settecento da gruppi di coloni provenienti dall’Africa settentrionale ( link all’articolo di Fiorenzo Toso );
 
Sono parte integrante del patrimonio linguistico italiano anche
 
-           i dialetti zingari, praticati da una minoranza la cui presenza è storicamente accertata in Italia almeno a partire dal XV sec., per quanto incrementata di recente da nuovi flussi migratori.
 
L’esclusione dei dialetti zingari dalle forme di tutela previste dalla L.N. 482/1999 si basa sul fattore discriminante dall’assenza di un radicamento territoriale di tali varietà, circostanza di per sé ovvia dato il carattere nomade della popolazione interessata; analoghi criteri devono avere comportato l’esclusione dell’ebraico e dell’armeno, che non rappresentano peraltro le forme abituali di espressione di comunità linguistiche, ma gli idiomi della tradizione culturale e liturgica di altrettante minoranze religiose storicamente radicate in Italia.
Quest’ultima osservazione consente di sviluppare un’ulteriore riflessione in merito alle caratteristiche culturali e linguistiche delle comunità alloglotte: come per l’insieme della popolazione italiana, esse sono storicamente coinvolte in un quadro di plurilinguismo e di pluriglossia all’interno del quale la lingua minoritaria è soltanto una delle componenti di un repertorio linguistico assai più ricco e articolato; ma anche di questa realtà storica e attuale la legislazione vigente non ha saputo o voluto tener conto. 
 
*Fiorenzo Toso (1962) è professore associato di Linguistica generale all’Università di Sassari. I suoi interessi vanno dalla dialettologia della Liguria, sua regione d’origine, allo studio dei fenomeni di insularità e contatto linguistico, dalla lessicografia (come collaboratore del Lessico Etimologico Italiano) alla riflessione su temi sociolinguistici, con particolare riferimento alle minoranze. Tra le sue opere più recenti, Lingue d’Europa (Milano, Baldini e Castoldi 2006), Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino 2008), Linguistica di aree laterali ed estreme (Udine, Centro Internazionale sul Plurilinguismo 2008).

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0