09 novembre 2011

La minoranza negata: i Tabarchini

di Fiorenzo Toso*

Sotto i ficus giganti della piazza ci sono i sedili dove gli anziani si ritrovano a discorrere del tempo, del mare e di vecchi naufragi. Intorno, i bambini giocano a palla e le loro madri fanno lunghe chiacchierate al cellulare: cose che succedono in qualsiasi paese d’Italia. Poi uno dei bambini scivola, dà una sederata per terra e scoppia a piangere. Accorre la mamma: «Meicö, nu stò à cianze, ch’àua a mamma a te tie sciü» (poverino, non piangere, adesso la mamma ti rimette in piedi). Il bambino insiste in lacrime sotto lo sguardo impassibile dei vecchi: «ma me fa mò, ma me fa mò» (mi fa male). La mamma: «E àua, ascidiuzu! Tite sciü e vagni à divertite» (su, non fare il noioso, alzati e torna a giocare). Voce di un anziano da sotto le fronde del ficus: «Nu se dixe divertise, o Grasiédda! Se dixe demuose» (non si dice divertise, Graziella, si dice demuose).
 
Là dove si ormeggiano le automobili
 
L’aneddoto è assolutamente vero e riflette il rapporto dei Tabarchini col loro modo di parlare: perché i Tabarchini, non solo gli anziani, alla propria lingua ci tengono, e alcuni ne vivono l’inevitabile trasformazione con un forte disagio. Un atteggiamento eccessivo, perché il tabarchino non è un reperto d’altri tempi, da tenere in naftalina o sotto una campana di vetro, ma lo strumento di comunicazione abituale per circa diecimila persone tra Carloforte e Calasetta, nelle isole del Sulcis: e poco importa se gritta viene sostituito da granciu e se qualcuno non si ricorda che il ratupenügau è il ‘pipistrello’; vale di più che ci sia tanta creatività linguistica da dire ad esempio che una macchina non si posteggia, ma a s’ormezze si ormeggia come una barca.
Questa capacità della lingua di reinventarsi adattandosi a esigenze nuove è il vero segnale della sua vitalità, riflessa da percentuali “bulgare” nell’uso, che nessun’altra parlata tradizionale in Italia può forse vantare: dati del 2006 parlano per Carloforte di un 86,7% di locutori, con un 84% di giovani tra i 15 e i 34 anni solidamente ancorati all’utilizzo del tabarchino, e di una distribuzione omogenea di parlanti per sesso, classe sociale e livello di istruzione: anche il 13,3% di persone che non parla il tabarchino lo capisce, e il sardo risulta compreso (ma non parlato!) da un esiguo 12,2%.
 
Assemblee pubbliche per decidere la grafia
 
Chi viene dal resto della Sardegna, così, deve per forza adattarsi (ci sono stati casi di separazione per incompatibilità linguistica), e le statistiche parlano di un uso prevalente del tabarchino, rispetto all’italiano, non solo in famiglia, ma anche al bar, nei negozi e negli uffici; i nomi delle strade sono rigorosamente bilingui, persino i graffiti sui muri sono spesso in tabarchino, e l’annuale Festival della canzone tabarchina suscita passioni che manco quello di Sanremo; radio e televisioni locali trasmettono spesso in tabarchino, e le scuole promuovono iniziative didattiche sulla lingua locale: non per insegnarla, che sarebbe inutile, ma per tramandare attraverso di essa la storia, la geografia locale, la memoria collettiva, per informare sulla realtà quotidiana e sui problemi dell’isola. Sono iniziative volute dai genitori e fortemente appoggiate dal corpo insegnante: qualche anno fa, quando si trattò di fissare una grafia per la didattica del tabarchino, le scuole organizzarono assemblee pubbliche dove ognuno poteva dire la sua. Ne uscì fuori anche una grammatica, e di lì a poco i libri di testo, illustrati dai ragazzi, che costituiscono l’orgoglio delle maestre della scuola elementare.
 
I fuori-legge di Carloforte e Calasetta
 
Eppure Carloforte e Calasetta non sono un mondo isolato e rinchiuso nel proprio passato, vivono la contemporaneità senza complessi, e non c’è affatto, come succede in altre realtà minoritarie, lo sbandieramento di una specificità linguistica artefatta, tenuta in piedi da un manipolo di volenterosi cultori locali per motivi promozionali o per più o meno esplicite pulsioni micro-nazionaliste: il tabarchino vive e lo si vive per davvero, senza piagnistei sulle lingue tagliate e sulle identità conculcate.
Forse per questo ai Tabarchini non va giù che la controversa L.N. 482 abbia negato quella qualifica di “minoranza linguistica storica” che la comunità scientifica è concorde nell’attribuire loro: per un pasticcio tutto italiano, questi due comuni sono gli unici in Sardegna a non essere ammessi a una doverosa tutela di un patrimonio linguistico, che almeno finora (e qui il paradosso rasenta la farsa) la legislazione regionale riconosce come parte integrante della specificità sarda. Proposte di emendamento, disegni di legge e interrogazioni parlamentari si sono susseguite così, dal 1999 a oggi, senza intaccare il muro di gomma che la lobby delle minoranze riconosciute ha opposto al riconoscimento del tabarchino e di altre realtà escluse dalla tutela: cosa che non impedisce ai parlanti, del resto, di continuare a manifestare la propria irriducibile specificità linguistica e culturale.
 
Tra Turchi e Sardi
 
Se vaggu pe mò i Türchi m’aciàppan, se vaggu pe tera i Sordi m’amàssan (se vado per mare i Turchi mi catturano, se vado per terra i Sardi mi ammazzano): il proverbio è indicativo della percezione che Carlofortini e Calasettani hanno di sé stessi in rapporto agli “altri”. Fino a qualche anno fa, per zittire i bambini noiosi si diceva amìa ch’aciammu u sordu (chiamo il sardo che ti porta via), e ’na cósa da Sordi (una cosa da Sardi) è ancora sinonimo di scarsa qualità; pigiò u draghéttu p’anò in Sardégna (prendere il traghetto e andare in Sardegna), poi, ha un significato non molto differente da quello che coinvolge chi s’imbarca per Genova o Civitavecchia. Eppure, non c’è mai stato disprezzo o lontananza nei confronti di chi, proveniente da fuori, ha saputo integrarsi linguisticamente. Gran parte dei cognomi di Carloforte e Calasetta, del resto, non sono affatto genovesi, ma sulcitani, campidanesi, siciliani, ponzesi, campani, calabresi e via dicendo. Soprattutto a partire dall’Ottocento, infatti, lo sviluppo economico delle comunità tabarchine attirò una quantità di immigrati di varia origine.
 
Discendenti dei pescatori di corallo
 
Per il resto, la singolare vicenda storica dei Tabarchini spiega abbondantemente la loro originalità linguistica. I “padri fondatori” arrivati dalla Tunisia nel 1738 erano i discendenti dei Liguri che nella prima metà del Cinquecento si erano trasferiti sull’isolotto africano di Tabarca, ma la tradizione storica che parla di un povero gruppo di pescatori di corallo aggrappati al remoto scoglio tunisino, poi profughi in Sardegna per le persecuzioni degli “infedeli”, è stata ormai ampiamente sconfessata: sfruttando una singolare condizione di extraterritorialità, Tabarca fu emporio fiorente e sede di scambi commerciali, dove la pesca del corallo si associava ai traffici che solo i suoi abitanti, unici europei stabilmente insediati sulla costa maghrebina, erano abilitati a intrattenere con le popolazioni locali nei secoli duri della guerra di corsa. Da qui il prestigio del loro idioma, veicolo commerciale importante e destinato a rimanere tale, in Tunisia, anche dopo che una parte della popolazione di Tabarca, prevenendo la fine di quell’esperienza irripetibile, si trasferì appunto sull’isola di San Pietro in Sardegna. Ma ancora per tutto l’Ottocento questa lingua si parlò a Tunisi, dove una comunità tabarchina fu fiorente e ben integrata ancora dopo l’istituzione del protettorato francese nel 1881, e da dove nel 1770 un altro gruppo di coloni si era intanto trasferito a Calasetta; e sino ai primi del Novecento la si parlò anche sull’isola di Nueva Tabarca in Spagna, colonizzata nel 1769 da quel che rimaneva della residua popolazione di Tabarca, resa schiava nel 1741, poi deportata ad Algeri e riscattata infine dal Re Cattolico.
 
Mai diventato un fossile linguistico
 
Lingua mediterranea per eccellenza, che consentiva di stabilire relazioni con comunità genovesi distribuite da Gibilterra a Costantinopoli, il tabarchino mantenne a lungo la sua funzione, e di conseguenza il suo prestigio, anche dopo la deportazione dei Carlofortini a Tunisi, tra il 1798 e il 1803: questo episodio ne rafforzò anzi la presenza in Tunisia sotto il regno di Ahmad bey (1838-1855), grande sovrano riformatore, figlio appunto di una ex schiava carlofortina. Del resto anche a Carloforte e Calasetta i contatti con Genova e altri porti furono così frequenti, per tutto l’Ottocento, da evitare la trasformazione del tabarchino in un fossile linguistico: i mercanti delle tonnare erano genovesi, dalla Liguria provenivano i lavoratori della ciürma de tera, e i marittimi Carlofortini si imbarcavano prevalentemente su navi di armatori liguri.
 
500 anni, 2 continenti, 4 Paesi e una parlata sola
 
La ricerca scientifica ha constatato così come l’evoluzione del tabarchino sia andata di pari passo con quella del genovese metropolitano. Ancor oggi, se si escludono pochi tratti fonetici e lessicali, un genovese e un carlofortino possono conversare facilmente tra loro, e non sono poi molte le voci di origine forestiera entrate in tabarchino: espressioni legate a particolari consuetudini alimentari (una per tutte il cascà o couscous, dall’arabo), a specializzazioni professionali (nella terminologia della tonnara abbondano i sicilianismi, in quella della pesca i napoletanismi), al paesaggio e all’ambiente (dove i sardismi sono abbastanza numerosi), qualche francesismo dovuto alla presenza di una borghesia straniera legata alle industrie minerarie e all’emigrazione stagionale nella Tunisia coloniale.
In ogni caso però, l’identità culturale e linguistica dei Tabarchini, sballottati per cinquecento anni tra due continenti e quattro Paesi, rimane nettamente distinta da quella dei Liguri continentali. Quel che per il linguista è un eccezionale campo di ricerca e di osservazione, è anche per il “non addetto ai lavori”, dunque, un valore aggiunto nella singolare realtà etnografica e ambientale delle isole sulcitane: l’esistenza di una lingua viva e vitale, che parla di una storia originale e di orizzonti lontani, e che viene intelligentemente tramandata di generazione in generazione come un valore positivo.
 
*Fiorenzo Toso (1962) è professore associato di Linguistica generale all’Università di Sassari. I suoi interessi vanno dalla dialettologia della Liguria, sua regione d’origine, allo studio dei fenomeni di insularità e contatto linguistico, dalla lessicografia (come collaboratore del Lessico Etimologico Italiano) alla riflessione su temi sociolinguistici, con particolare riferimento alle minoranze. Tra le sue opere più recenti, Lingue d’Europa (Milano, Baldini e Castoldi 2006), Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino 2008), Linguistica di aree laterali ed estreme (Udine, Centro Internazionale sul Plurilinguismo 2008).

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