Assaggi da un dizionario di italianismi nel mondo

di Leonardo Rossi*

Il fenomeno dell’italianismo stupisce per ampiezza e capillarità: le parole italiane che, per così dire, si sono rifatte una vita all’estero sono più di ventimila; le lingue coinvolte, un numero imprecisato. Nella ricerca curata da Luca Serianni, Lucilla Pizzoli e Leonardo Rossi, in corso di lavorazione, ne sono state prese in considerazione finora 66, da tutti i continenti; a questo totale ci riferiremo indicando le cifre parziali, relative a ogni parola, nel corso del presente articolo. Gli italianismi costituiscono motivo di interesse per almeno due ragioni, da cui scaturiscono due modi di avvicinarsi alla materia. La prima è evidentemente di tipo linguistico: il passaggio di una parola da una lingua ad un’altra − non solo dall’italiano, quindi − provoca fenomeni di adattamento, di mutamento, di reazione. Sul piano fonetico, ad esempio, la necessità di accogliere in un sistema assai difforme dall’italiano fonemi italiani può portare a vistosi adattamenti: in giapponese allegro e salame divengono areguro e sarami, nell’arabo parlato in Egitto partitura e pasta, bartituura e basta, in finlandese fuga e medaglia, fuuga e mitali. Inoltre, possono offrire spunto di riflessione la qualità del materiale lessicale “emigrato” dall’Italia (ad esempio, quello dialettale, di cui diciamo più avanti), o alcuni aspetti quantitativi. Ad esempio, per particolari ragioni storico-linguistiche, ora ben ricostruite dal linguista Giuseppe Brincat, l’immissione di parole di origine italiana in maltese è stata tanto massiccia da superare lo stesso lessico autoctono, a base araba (il maltese annovera infatti quasi 20.000 italianismi, contro i poco più di 13.000 etimi arabi).
L’altra ragione di interesse è di tipo culturale nel senso più ampio del termine: gli italianismi raccontano ciò che dell’Italia e degli italiani è parso all’estero notevole o tipico a qualche titolo, o riflettono aspetti della cultura, invenzioni o prodotti, che hanno avuto la loro origine o la loro fortuna in Italia, tanto da diffondersi insieme alla parola italiana che li designava.
È evidente che i due approcci alla materia sono strettamente intrecciati: l’affermazione che maltese, albanese (www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/nazioni/digiovine.html), greco moderno, cipriota, inglese (www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/nazioni/iamartino.html), francese (www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/nazioni/zanola.html), tedesco, polacco e neerlandese (ai quali potremmo aggiungere verosimilmente serbo, croato e rumeno) sono le lingue che contano più di mille italianismi rischia di rimanere un dato poco più che aneddotico, se non si indagano i multiformi e secolari rapporti tra l’Italia e quelle civiltà, responsabili di una così massiccia presenza.
 
Passato e presente: trio per fagotto, conclave e dolce vita
 
Quello dell’italianismo è un fenomeno che abbraccia vari secoli e conosce punte di notevole intensità tra Cinque e Settecento, un’epoca in cui − è da notare − l’Italia non era ancora nata come entità politica unitaria, ma esisteva evidentemente come nazione, e comunque come tale era percepita al di fuori d’Italia.
Se innegabilmente marineria, commercio e finanza nel Medioevo, arte, teatro e musica nel Sei e Settecento fanno la parte del leone, non devono essere trascurati settori solo apparentemente minoritari. A partire dalla Controriforma, ad esempio, la cattolicità romana conosce un deciso rilancio attraverso la costituzione di diocesi, seminari, missioni in Europa e nel mondo. Si diffondono così nomi di ordini religiosi − (frate) cappuccino è italianismo in 21 lingue −, nomi di vesti ecclesiastiche (come mozzetta o sottana), nomi che si riferiscono ad aspetti istituzionali della Chiesa (conclave, nunzio e nunziatura, papabile...). Le missioni portano questi termini in zone remote dall’Italia: in swahili abbiamo derivati di missionario, appunto, padre ‘religioso’, papa, quaresima, rosario, e altri.
Parecchi termini fanno riferimento a giochi o ad attività ricreative: fianchetto e gambetto (mosse degli scacchi), lotteria, lotto, morra, tarocco, tombola, ecc. Anche la scienza ha una parte non trascurabile, per il peso degli scienziati italiani (pila si deve al Volta, mattoide al Lombroso; dall’ambiente di via Panisperna nascerà più tardi neutrino); o talvolta perché peculiari assetti del territorio o manifestazioni geologiche si presentano in Italia in forma tipica (fumarola, passato anche nella forma campana fumaruola, laguna, lava, tombolo, vulcano, ecc.). Da notare, infine, diversi italianismi che si riferiscono a tipi di rocce: gabbro, granito, pozzolana, tufo, ecc.
Ma il fenomeno dell’italianismo è vitalissimo ancora oggi. Il cinema di Fellini lancia due parole italiane nel mondo: paparazzo (in 23 lingue) e dolce vita (16); a quello di Leone si deve la fortuna degli spaghetti western (o western spaghetti). Soprattutto alla vittoria dell’Italia ai mondiali di Spagna del 1982 si dovranno italianismi del calcio come libero (in 18 lingue), tifoso, -i (17) e azzurri (8). Il settore più dinamico è sicuramente quello della gastronomia, specie negli anni Novanta. Ormai tiramisù (in 23 lingue, tra cui non passano inosservate giapponese, indonesiano, thai e laotiano), pesto (16), carpaccio (13), bruschetta (13), rucola (11) cominciano a insidiare i già stagionati ravioli (36), salame (32), espresso (31), risotto (27), cannelloni (25), se non i primatisti del settore spaghetti (54), pizza (50), e cappuccino (40). Molto diffusi anche ciao (in 37 lingue) e − nota pesantemente negativa − mafia (45).
 
Parole e olio di gomito
 
Quando a prevalere è il contatto diretto tra i parlanti, l’italianismo devìa più spesso dai consueti àmbiti “di prestigio”. Prendiamo il caso delle lingue delle ex colonie italiane (e di molti paesi dell’Africa mediterranea), in cui le parole di origine italiana sono maggiormente legate alla vita di tutti i giorni o ad attività manuali. Abbiamo così termini che si riferiscono all’artigianato (tigrino fālaňama, fālaňāma, somalo faryaame ‘falegname’), alla meccanica o all’industria (amarico kalāwdo ‘collaudo’, amar. gomistā ‘gommista’, tigr. grāso ‘grasso, lubrificante per ingranaggi’), all’edilizia (amar. siminto, tigr. čamanto, som. shamiinto ‘cemento’), all’abbigliamento (tigr. ğākā ‘giacca’ e gonā ‘gonna’), alla casa, agli elettrodomestici o all’arredamento (tigr. karadensā ‘credenza’ e čērā ‘lucidatrice’, som. iskafaale ‘scaffale’), alla burocrazia (tigr. končiseyona ‘concessione’ e ličansā ‘licenza’), alla medicina o ai medicinali (som. burgaanti o burkaanti ‘purgante’, kaabsul ‘capsula di medicinali’, farmashiye o farmasi, tigr. fārmāčā ‘farmacia’), eccetera.
 
Dal dialetto, il sèllero polacco
 
Un caso particolare di trafila orale è quello delle parole dialettali penetrate nelle lingue estere. Alcune si espandono per contatti che rimontano al Medioevo e proseguono anche fino al Seicento. In àmbito marinaro spiccano le due Repubbliche di Genova e Venezia, con riflessi in numerose lingue del Mediterraneo. Così, dai veneziani pupa e patarazzo derivano rispettivamente turco púpa ‘poppa, parte posteriore della nave’ e greco moderno pataràtso ‘fune che dalla sommità degli alberi di gabbia pende sino ai due fianchi della nave’; dal genovese antico tersanà deriva il turco tersané ‘cantiere navale’. A testimonianza della diffusione non solo recente della gastronomia italiana, possiamo fare l’esempio di alcune verdure, come sèllero, -i ‘sedano’, diffuso in un’ampia zona dell’Italia centrale e settentrionale, da cui francese céleri, tedesco Sellerie, ungherese zeller, polacco seler, e altri; o come l’italiano settentrionale articiocco ‘carciofo’, presente in svariate lingue.
Al fenomeno dell’emigrazione a cavallo tra Ottocento e Novecento di masse perlopiù dialettofone dall’Italia si connettono invece diverse parole dialettali diffusesi nel Sudamerica, specialmente nel Rio de la Plata. Le parole interessate sono molte e da diversi dialetti: dell’Italia settentrionale, specialmente piemontese e genovese (come nàppia, da cui spagnolo argentino napia ‘naso grande’), o dal Meridione (cecato e cucuzza danno chicato ‘miope’ e cucuza o varianti ‘testa’)
Va però detto che molti di questi termini, forse perché troppo legati al gergo della malavita dei quartieri malfamati di un tempo o al testo di vecchi tangos, sembrano aver conosciuto un regresso nella lingua comune. C’è da chiedersi perciò quanto siano effettivamente usate oggi parole come murra ‘gioco della morra’ o pertuso ‘buco’ e in particolare ‘ano’ (genovese mürra e pertûzo), come anduma ‘andiamo!’ (esortativo, dal piemontese anduma), o come cafaña ‘individuo di bassa qualità, miserabile, malvivente’ (italiano meridionale cafónë), o infine come canaruzo ‘gola’ o escoñar ‘ferire, lesionare’ (napoletano o campano cannaruózzo e scugnare).
 
Peperoni pizza: le nuove generazioni
 
Funziona anche per gli italianismi il principio della conservatività delle aree laterali, tagliate fuori dalle innovazioni del centro (cioè, in questo caso, dell’Italia stessa). Accade così che si conservino forme o significati oggi obsoleti in Italia: ceco e slovacco markytán, tedesco Marketender ‘vivandiere’, neerlandese marketenter ‘vivandiere nell’esercito’, e analoghi in altre lingue, muovono dalla forma arcaica mercatante o mercadante; portogallo nel senso di ‘arancia’ è disusato in italiano (anche se resiste in alcuni dialetti), ma si conserva in greco moderno portokáli e in turco portakál.
Si registra peraltro anche un fenomeno di segno diverso: la creazione di significati innovativi rispetto all’italiano (un chiaro segno che sono state ormai abolite le distanze che spesso comporta il termine forestiero). Se nei paesi anglosassoni si ordina una pepperoni pizza, il cameriere non porta una pizza ai peperoni, ma una pizza con la salsiccia (pepperoni significherà perciò ‘salsiccia aromatizzata con il peperoncino; salsiccia piccante’). Polenta o pulenta ha nello spagnolo argentino gergale il significato di ‘energia, vigore fisico’. Mandollin in coreano può indicare una ‘donna incinta’. Cantata nel portoghese parlato in Brasile può assumere colloquialmente il significato di ‘discorso allettante per sedurre o convincere qualcuno’. Leporelló in ungherese e Leporello in tedesco sono passati ad indicare un libro che si apre “a fisarmonica” (e, in tedesco, anche la protezione antisole pieghevole per coprire il parabrezza delle automobili); questo, poiché nel Don Giovanni di Mozart Leporello legge il celeberrimo catalogo delle imprese amorose del proprio padrone da un foglio piegato in forma simile. E gli esempi si possono facilmente moltiplicare.
 
*Leonardo Rossi (Roma 1968) insegna nelle scuole statali. Si occupa da tempo di storia della lingua italiana. È uno degli autori dell’opera La lingua nella storia d’Italia, a cura di Luca Serianni (Società Dante Alighieri/Scheiwiller, Roma-Milano 2002) e ha collaborato alla mostra Dove il sì suona. Gli italiani e la loro lingua (Firenze — Galleria degli Uffizi, 2003). Con Paola Marongiu ha scritto la Breve storia della lingua italiana per parole (Le Monnier, Firenze 2005). Attualmente sta curando, con Lucilla Pizzoli, una grande opera sull’italianismo nel mondo diretta da Luca Serianni.

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