25 giugno 2009

La fortuna dell'italiano nel mondo

Intervista a Luca Serianni*

 

È ormai quasi un luogo comune ricordare che l’italiano vive una rinnovata stagione di grande fortuna al di fuori dei suoi confini nazionali. Qualcuno ha anche provato a quantificare il numero di studenti di italiano all’estero, ipotizzando che l’italiano sia attualmente addirittura la quarta o quinta lingua più studiata al mondo.

Tenendo conto di questo quadro, la redazione di “Lingua italiana” del Portale Treccani si è rivolta a Luca Serianni, docente di Storia della Lingua italiana nell’Università degli studi di Roma “Sapienza”. Serianni dirige una ricerca sulla diffusione dell’italiano nel mondo (coadiuvato da Lucilla Pizzoli e Leonardo Rossi), da giudicare quanto mai opportuna, anche in considerazione della fortuna secolare della lingua italiana in tanti importanti settori della cultura occidentale.

 

In che cosa consiste questo studio? Quali risultati sta dando?

 

Lo studio, che ha coinvolto molte decine di studiosi italiani e stranieri, intende sondare la presenza della lingua e della cultura italiane nel mondo attraverso un certo numero di saggi panoramici e un vero e proprio dizionario di italianismi. I saggi si muovono lungo due direttrici principali: le grandi aree storico-geografiche (dalla Francia all’Australia all’Estremo Oriente) e i principali settori terminologici (dalla musica alla gastronomia allo sport). I dati che stanno emergendo sono molto interessanti. Qualche esempio. Si conferma l’importanza della musica: gli italianismi musicali mancano solo dove la musica occidentale non ha attecchito (come nel giavanese); ed è interessante che i termini possano aumentare anche quando l’influsso musicale declina, come avviene nella Germania dal XVII secolo. Appare stretto il legame tra italiano e cattolicesimo: col tramonto del latino, l’italiano ha assunto il ruolo di lingua veicolare della Chiesa, persino a preferenza di inglese e francese. Nello zulu iLoma ‘membro della chiesa cattolica’ altro non è che il nome di Roma, mediato attraverso l’inglese; e in Finlandia l’italiano circola tra i sacerdoti cattolici colà operanti, quasi tutti provenienti dall’estero (Polonia, Vietnam, oltre che Italia). Ma sono molti altresì i dati inattesi: dall’emersione di italianismi anche in lingue che non hanno avuto contatti con la cultura italiana (in hausa, una lingua parlata da alcuni milioni di persone in Nigeria e Niger, sono italianismi mediati dall’arabo s ā̀bulū̀   ‘sapone’ e b ā̀bur − è l’it. vapore − ‘motocicletta’) alla presenza di italianismi anche in settori in cui l’apporto italiano sembrerebbe marginale. Lo zero è una novità della matematica araba, diffusa in Italia nel XIII secolo dal pisano Leonardo Fibonacci: e gran parte delle lingue europee si servono dell’arabismo italiano zero (francese, inglese) o della sua traduzione italiana antica nulla (così il tedesco, il russo, lo slovacco, il neogreco).

 

Perché, secondo lei, l’italiano gode di tanto successo in questo momento?

 

Per evitare indebiti trionfalismi, andrà forse precisato che, se anche l’italiano è la quinta lingua più studiata del mondo, ciò comporta cifre assolute relativamente modeste; e soprattutto che il borsino delle lingue è estremamente mobile, proprio come avviene per la finanza. Lingue gloriose possono essere meno richieste (come il francese) e lingue “nuove” possono suscitare largo interesse (come il cinese in America, Oceania e nella stessa Europa). Ciò premesso, giocano a favore dell’italiano alcune percezioni tradizionalmente positive legate all’Italia: non solo alla sue bellezze artistiche e naturali, ma anche al tradizionale prestigio in certi settori (moda, design, calcio...). Né va dimenticato che nel mondo ispanico (la richiesta di italiano è tradizionalmente forte nell’America meridionale, specialmente in Argentina) la forte affinità tra italiano e spagnolo spinge molti verso lo studio della nostra lingua. Per i paesi mediterranei (Malta, Albania ecc.) è, o è stato fondamentale, il ruolo della televisione, almeno fin quando la ricezione era libera, non soggetta ad abbonamento.

 

Molte istituzioni si preoccupano oggi di promuovere lo studio dell’italiano all’estero. Ha senso ipotizzare un’azione di politica linguistica in questa direzione? E quali sarebbero le strategie più adatte?

 

Oltre a un’auspicabile interazione tra i vari centri di insegnamento dell’italiano all’estero, sarebbe importante promuovere la diffusione del libro italiano a prezzi di favore, specie in aree di forte richiesta (oltre all’America meridionale, l’Europa orientale), e incrementare le borse di studio con soggiorni in Italia per studenti meritevoli.

 

Come dovrebbero porsi gli insegnanti di italiano (come lingua straniera o lingua seconda) di fronte alla varietà del repertorio italiano? Quale modello di italiano dovrebbero proporre al pubblico degli studenti stranieri?

 

Il modello da insegnare dovrebbe essere soprattutto quello rappresentato dall’italiano effettivamente parlato "in situazione", cioè nei concreti contesti comunicativi. Per esempio, il passato remoto, che ormai non si usa più in gran parte d’Italia, può essere insegnato a livello avanzato, ma potrebbe essere tranquillamente ignorato a livello elementare (a differenza degli altri tempi storici dell’indicativo: imperfetto e passato prossimo). E lo stesso si dica per i pronomi personali soggetto egli e soprattutto ella, che può far comodo conoscere per la lettura, ma che non sono una priorità per parlare e capire il parlato. È bene non dimenticare che le modalità didattiche cambiano radicalmente a seconda che i discenti siano studenti madrelingua (o stranieri comunque stabilmente inseriti in un contesto italofono, come avviene per gli immigrati) oppure no.

 

Quali testi rappresentano al meglio questo modello?

 

Direi l’italiano dei giornali, in particolare quello degli articoli di fondo, scritti da giornalisti o da intellettuali abituati a usare un italiano lessicalmente ricco e preciso, ma anche sintatticamente chiaro e fluente. I romanzi contemporanei vanno scelti con cautela: l’esplosione della prosa che è stata chiamata "ipermedia" (G. Antonelli), con la sua deviazione rispetto allo standard, consiglia di orientarsi verso romanzi di lingua e di struttura più tradizionali. Del resto, non mancano certo esempi adatti, anche cercando tra i grandi successi degli ultimi anni: da Ammaniti (Io non ho paura), alla Mazzantini (Non ti muovere) a Giordano (La solitudine dei numeri primi).

 

*Luca Serianni insegna Storia della lingua italiana nell’Università degli studi di Roma “Sapienza”; è socio dell’Accademia della Crusca, dei Lincei, dell’Arcadia, consigliere centrale della Società Dante Alighieri, dottore h.c. dell’Università di Valladolid e direttore delle riviste «Studi linguistici italiani» e «Studi di lessicografia italiana». Si è occupato di vari momenti e aspetti di storia linguistica italiana, dal Medioevo ( Testi pratesi, 1977) all’età contemporanea (Italiani scritti, 20072), dalla lingua della poesia (Introduzione alla lingua poetica italiana, 20092) al linguaggio della medicina (Un treno di sintomi, 2005). Con Pietro Trifone ha curato una Storia della lingua italiana a più mani (1993-1994), redigendo il capitolo sulla prosa letteraria. Molto nota una sua Grammatica italiana, apparsa nel 1988 e più volte ristampata; a questo filone di ricerca appartiene anche uno degli ultimi volumi finora apparsi, Prima lezione di grammatica (2006). Da poco in libreria è Scritti sui banchi (2009), dedicato alla prassi correttoria degli insegnanti delle superiori sui cosiddetti “temi” di italiano, scritto a quattro mani con Giuseppe Benedetti.


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