03 dicembre 2018

Prima l’italiano, a scuola e per tutti

di Luca Serianni*

Qual è l'andamento del mercato delle lingue per quel che riguarda l'italiano? Recenti dati diffusi dal Ministero degli ESTERI (MAECI), relativi al 2017, documentano un discreto numero di studenti sparsi nel mondo: 2.145.000, distribuiti in 115 Paesi. Ma sono anche cifre da non enfatizzare. Da una ricerca di Claudio Giovanardi e Pietro Trifone (dati relativi al 2010) ricaviamo che l'italiano non rappresenta mai la prima scelta, una posizione saldamente occupata dall'inglese, tranne ovviamente nei Paesi anglofoni, con tre quarti delle opzioni. Come seconda scelta l'italiano raggiunge il 4,6%, molto meno di francese (36,3%), spagnolo (19,3%) e tedesco (18,2), anche se il doppio del russo (2,3%). A parte i numeri, va ricordato che la lingua straniera che permette all'apprendente di arrivare a una buona padronanza è la prima; la seconda, non parliamo della terza e la quarta quando vengono effettivamente praticate, è generalmente studiata accontentandosi dei gradi più bassi del sistema europeo di riferimento, noto con la sigla QCER.

 

L’italiano appreso in Italia dai non autoctoni

 

Ma non c'è solo l'italiano all'estero. C'è anche l'italiano appreso in Italia dai non autoctoni, si tratti di cittadini optimo iure o di stranieri che soggiornano per periodi più o meno lunghi nel nostro Paese. Questo composito gruppo ammonta, secondo i dati ISTAT più recenti, dislocati tra 1.1.2016 e 1.1.2018, a poco più di cinque milioni, compresa una quota di cittadini comunitari, i rumeni, la principale comunità non autoctona, che ammonta a ben 1.190.000 persone: più degli abitanti di Napoli o Torino per capirci. Il grado di competenza dell'italiano è molto diverso e dipende da diversi fattori. Al vertice potremmo collocare la realtà dei cosiddetti scrittori migranti: scrittori di varia provenienza che hanno scelto l'italiano come lingua d'affezione, raggiungendo in diversi casi un certo successo, come l'algerino Amara Lakhous, la somala Igiaba Scego, l'americana di origine bengalese Jhumpa Lahiri. Ma accanto a loro vanno collocati tutti coloro che hanno completato il ciclo di istruzione, magari arrivando anche all'Università. La perfetta padronanza dell'italiano emerge anche dal fatto che questi bambini o adolescenti, immersi nel contesto dei loro coetanei, parlano l'italiano con un accento regionale. Chi viaggia a Roma sui mezzi pubblici, per esempio, ha varie occasioni di cogliere un perfetto romanesco in bocca a ragazzi la cui etnia diversa si ricava solo dai tratti più superficiali: e alludo proprio alla superficie in senso letterale, all'epidermide, al colore della pelle. I gravi episodi di bullismo e di intolleranza che ogni tanto si leggono nei giornali, e che colpiscono peraltro anche altre minoranze come i gay o presunti tali, non devono farci sottovalutare il grandioso fenomeno di integrazione che avviene sotto i nostri occhi, non attraverso l'insegnamento linguistico, ma attraverso il naturale scambio tra parlanti.

 

L’italiano per chi soggiorna da poco

 

Al polo opposto si situano o i migranti appena arrivati che magari mirano a raggiungere altri Paesi, e quindi privi, non che della possibilità, nemmeno della motivazione di apprendere la lingua del Paese ospite; o coloro che, pur soggiornando da tempo in Italia, hanno scarse frequentazioni al di fuori del proprio gruppo etnico o addirittura familiare e hanno poche occasioni, e ancora una volta pochi stimoli, per imparare l'italiano. Quest'ultimo fenomeno riguarda in particolare la popolazione femminile di comunità in cui la donna è relegata al tradizionale ruolo domestico, come quella islamica. Può anche darsi il caso di badanti che assistono un anziano dialettofono e che apprendono semmai un po' di dialetto: è stato descritto il caso di una badante rumena cinquantacinquenne, da 9 anni a Reggio Calabria, che parla un italiano molto precario intriso di elementi dialettali (per esempio l'inciso comu si rici? 'come si dice?').

Come si sa, ma non ci si deve mai stancare di ripetere, la quota di non autoctoni è complessivamente limitata (non arriva al 10% della popolazione presente), in parte notevole già pienamente integrata o in corso di integrazione: pensiamo ai rumeni o agli albanesi, la comunità di più antico insediamento – spesso ventennale – (482.000), o a coloro che provengono dalle Americhe, specie dall'America latina (406.000). Tra l'altro non c'è nessun rischio di "islamizzazione", visto che la grande maggioranza, circa i quattro quinti, è costituita da cristiani o agnostici (è quasi sempre il caso della consistente comunità cinese).

 

Perché i migranti possano studiare l’italiano

 

La legge Maroni (94/2009) ha introdotto specifici obblighi a carico del migrante che richieda un permesso di soggiorno non inferiore a un anno: acquisizione del livello A2, conoscenza dei principi costituzionali di base, adempimento dell'obbligo scolastico per i figli minorenni. Sono richieste ragionevoli: il problema sta nel dovere che incombe sui pubblici poteri di creare le condizioni materiali per l'adempimento degli obblighi richiesti ai migranti. L'ammirevole sostegno fornito dal volontariato, cattolico e laico, non può evidentemente esimere lo Stato dallo svolgere fino in fondo le sue funzioni.

L'italiano va promosso all'estero, non c'è dubbio; e va promosso per ragioni in primo luogo culturali, ma anche mirando a una valorizzazione del turismo, un settore da tempo in crisi. Ma i margini di espansione, non nascondiamocelo, sono ridotti e quello della "quarta lingua più studiata nel mondo", come spesso si sente ripetere, è poco più che un mito. Pensiamo anche a rafforzare l'italiano all'interno dei confini: con una più efficace didattica nelle scuole, prima di tutto, e insieme con una politica che favorisca l'acquisizione della lingua da parte delle comunità non autoctone, con particolare riguardo a categorie deboli (ragazzi arrivati da poco in Italia e collocati magari nell'ultima classe di una secondaria di primo grado, o donne adulte con poche occasioni di interazioni extra-familiari).

 

Nota bibliografica

P. Caretti, G. Mobilio (a cura di), La lingua come fattore di integrazione sociale e politica, Torino, Giappichelli, 2016.

C. Giovanardi, P. Trifone, L'italiano nel mondo, Roma, Carocci, 2012.

M.S. Rati, Varietà dialettizzate e code mixing italiano-dialetto nel parlato degli immigrati, «Carte di viaggio», 8 2015, pp. 143-162.

L. Ricci, Neoislamismi e altri "migratismi" nei romanzi di Amara Lakhous, «Carte di viaggio», 8 2015, pp. 115-142.

 

*Luca Serianni ha insegnato Storia della lingua italiana alla Sapienza - Università di Roma. Accademico dei Lincei e della Crusca, consulente del Ministero dell'istruzione per l’apprendimento della lingua italiana, è autore di una grammatica dell’italiano più volte ripubblicata negli ultimi venticinque anni (Italiano, con A. Castelvecchi, ultima edizione Garzanti 2012). Tra i suoi libri più recenti: La lingua poetica italiana. Grammatica e testi (Carocci 2009); Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti (con G. Benedetti, Carocci 2009); Manuale di linguistica italiana. Storia, attualità, grammatica (con G. Antonelli, Bruno Mondadori 2011); Prima lezione di grammatica (Laterza, 2011); L'ora di italiano. Scuola e materie umanistiche (Laterza, 2012); Italiano in prosa (Franco Cesati Editore 2012); Leggere, scrivere, argomentare. Prove ragionate di scrittura (Laterza 2013); Storia dell'italiano nell'Ottocento (Il Mulino, 2013); Prima lezione di storia della lingua italiana (Laterza, 2015); Parola (Il Mulino, 2016), Storia illustrata della lingua italiana (con L. Pizzoli, Carocci, 2017), Per l’italiano di ieri e di oggi (Il Mulino, 2018).

 

Immagini: Christ School [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], from Wikimedia Commons


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