28 luglio 2016

“Cattedrali di luci nel cuore”: cantautori genovesi tra aulico e popolaresco

di Daniele Scarampi*

 

Multiforme e austero poeta della cinquecentesca Repubblica Genovese, il nobiluomo Paolo Foglietta scriveva in una sua lirica poi convogliata nelle Rime diverse in lingua genovese: “Chi mi sente sospirare fugge in casa pur di non bruciare, perché ogni mio sospiro è lampo e tuono”. Versi d'impatto, che ruggiscono di tempra foscoliana e deflagrano in una sinestesia passionale, nella quale, con un po' di fantasia, riesco a scorgervi l'urlo disperato di Bruno Lauzi, quel io soffro tanto, tanto ma tanto della celebre Amore caro, amore bello, classe 1971.

Perché la canzone d'autore, almeno quella che cavalca il ventennio successivo al 1960 e che ha in Genova il suo epicentro culturale e musicale, è anzitutto passionalità vulcanica, denunzia sociale e voce di un profondo disagio.

 

Tutto cominciò nella città vecchia

 

Non è affatto casuale che tutto abbia inizio, ideologicamente, nella città vecchia genovese, l'antica zona dell'angiporto dove i traffici commerciali si mescolavano alle losche faccende dei reietti e delle “graziose”. Qui, nel cuore della Superba medievale, si trova la nota via del Campo cantata da De André, anello di congiunzione tra l'area di Prè, dedalo di carrugi e friggitorie, e il quartiere della Foce - a due passi dal mare -; dove, seduti ai tavolini del bar Igea in via Cecchi, un nutrito gruppo di giovani talentuosi (tra i quali De André, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese, Joe Sentieri e il tormentato Luigi Tenco) avrebbe dato vita all'epopea artistica conosciuta come “scuola genovese”, capace di sancire una netta rottura con la precedente tradizione musicale italiana.

 

Irrequieti, dal jazz a Brel

 

Le influenze culturali dei cantautori genovesi, di nascita o d'adozione, sono davvero molteplici e li avrebbero condotti a cantare esperienze sentimentali, politiche o ideologiche con un approccio più ricercato e caleidoscopico, se paragonato alla precedente uniformità tematica delle generazioni artistiche italiane della prima metà del '900. Intellettuali irrequieti e non solo cantanti, i “genovesi” si ispiravano al jazz, allo swing e al folk d'oltreoceano; alla filosofia esistenzialista e individualista d'oltralpe, musicata da cantautori quali Georges Brassens e Jacques Brel; alla tradizione letteraria italiana e ligure in particolare (Montale, Sbarbaro o Caproni) e, non in ultimo, alla filosofia anarchica della Beat Generation.

 

Contro l'ipocrisia della società borghese

 

Personalità alternative nello stile e nel linguaggio, i cantautori genovesi denunziavano l'ipocrisia e il conformismo della società borghese del loro tempo, il “mal di vivere” e l'emarginazione delle classi meno abbienti, l'intima difficoltà nel costruire legami amorosi importanti, i patemi esistenziali generati dai grandi perché della vita, ma anche i crucci d'ogni giorno. Con i “genovesi”, la figura del cantautore, impegnato menestrello, cerca di riavvicinare la poesia alla sua dimensione originaria, inscindibilmente legata alla musica. Il testo, tuttavia, riveste sempre un ruolo dominante e la melodia di base spesso non è che una traccia subordinata ai contenuti narrati.

Quindi il cantautore, attraverso l'artificio poetico, inserisce nuove sfumature – letterarie, sarcastiche, politiche – ai motivi dominanti della canzone popolare e l'uso simbolico della parola avvia nuove sperimentazioni prima sconosciute.

 

De André: gli umili messi alla prova

 

Ora, quantunque il fronte cantautorale della Superba sia stato (ed è ancor oggi) nutrito, è facile identificare in Fabrizio De André, Gino Paoli e Bruno Lauzi i tre più noti e amati esponenti di quegli anni.

De André , uomo schivo e visceralmente legato alla sua terra, del poeta aveva le stigmate: con poche parole, calibrate, riusciva a dipingere un mondo di sentimenti autentici, in cui il fiabesco e il folkloristico diventavano una concreta via di fuga da una realtà opprimente e insoddisfacente. Per esempio, nella Guerra di Piero (1964), il cantautore genovese esprime dolore e paura attraverso figure retoriche e immagini evocative, che restituiscono perfettamente il disagio di un soldato prossimo alla morte: “e mentre il grano ti stava a sentire     / dentro le mani stringevi un fucile / dentro la bocca stringevi parole / troppo gelate per sciogliersi al sole”.

Sempre in conflitto con l'ambiente borghese del suo tempo, De André ricercava, non solo nelle canzoni, l'isolamento dalla società, ritenuta convenzionale e posticcia; continuo moto individualistico, il suo, che ne ha accompagnato l'intera carriera.

Le sue liriche in musica, inoltre, provviste sempre di una morale sarcastica, raccontavano o storie di umili messi alla prova dalla vita (che due celebri brani, Bocca di rosa e La canzone di Marinella, siano sufficienti come esempio), oppure mettevano in scena - con triste pessimismo - una sorta di totale rovesciamento dei valori, con la sistematica sconfitta dei più deboli (come accade in Un giudice).

 

Paoli: una finestra sul cuore

 

Quella di Gino Paoli, invece, giocando sul titolo di un suo successo discografico, più che una lunga storia d'amore si può ben definire una lunga storia d'autore, iniziata come pittore di strada e disegnatore pubblicitario nelle viuzze del centro storico genovese, intrise di storia medievale e del profumo di focaccia, quella della tradizione gastronomica ligure.

Paoli legge voracemente liriche e prose, imparando ad amare i poeti ermetici della generazione montaliana, la sensualità dei simbolisti francesi, Verlaine su tutti, nonché i fermenti esistenziali di Neruda e Tagore; ma anche le realistiche percezioni sociali del Nobel d'oltreoceano John Steinbeck.

Per sua stessa ammissione, la poesia è una “finestra sul cuore” e non va declamata, bensì “bevuta”, in modo che possa trasmettere quelle emozioni astratte che cela ai più. E, testi alla mano, l'espressività e la capacità quasi pittorica di ricostruire situazioni attraverso poche parole scelte ed evocative, si possono ben ascrivere al Paoli cantautore; basti pensare ai brani autobiografici La gatta e Senza fine (ispiratogli, quest'ultimo, da uno dei suoi amori più intensi e colpevoli, Stefania Sandrelli) o alla celeberrima Il cielo in una stanza, nella quale le conseguenze dell'innamoramento producono una progressiva perdita di contatto con la realtà, fino a trasfigurarsi in un vortice di spazi aperti e suoni melodiosi (Borgna, 1992 e 2006), come se il quotidiano potesse racchiudere in sé l'insolito e il finito l'infinito, da leopardiana reminescenza. E questa tensione verso l'impalpabile e l'eterno spicca, con inusuale dolcezza, in un passo - tra i più conosciuti - della sua dichiarazione d'amore a Stefania Sandrelli: “Senza fine / tu sei un attimo senza fine / non hai ieri non hai domani / tutto è ormai nelle tue mani, mani grandi mani senza fine”.

Tutta la produzione di Paoli è orientata in tre direzioni: l'amore malinconico, la ricerca della libertà e del distacco da un presente angusto e il dubbio, ovvero la tensione continua verso il perché delle cose, sovente fonte di fraintendimenti.

Queste direttrici fondamentali vanno poi inserite in un più ampio contesto di denunzia politica e di contestazione disillusa, come si evince dalla frustrazione dei celebri quattro amici al bar, che tentavano invano di cambiare il   mondo.

 

Lauzi: amore e denunzia sociale

 

Quanto infine a Bruno Lauzi, l'“anticonformista”, interprete amatissimo e al contempo talentuoso paroliere per i colleghi (renda l'idea solo la struggente Almeno tu nell'universo, che fece il successo della compianta Mia Martini), era cresciuto artisticamente meditando sulla poesia di García Lorca e di Ezra Pound, con una netta predilezione, musicalmente parlando, per l'esistenzialismo di Charles Aznavour.

Tema cardine della produzione lauziana è l'amore, sempre sfaccettato e complesso: ora doloroso e sfortunato (Amore caro, amore bello) ora dagli esiti drammatici (Il poeta), quasi sempre stereotipato e disilluso, come nella celebre Ricorderai: “e quando tu sarai con me / ritroverai tutte le cose che non volevi vedere intorno a te / e scoprirai che nulla è cambiato / che son restato l'illuso di sempre”.

Un amore in un certo senso rivoluzionario, mai banale, emotivamente devastante; capace però di risvegliare le coscienze solo dopo esser stato perduto.

Da non sottovalutare poi, sentimenti a parte, il ruolo della denunzia sociale: altro Leitmotiv del Lauzi cantautore, che ebbe sempre in odio, al pari dei colleghi, le opinioni e le logiche delle formazioni politiche dei suoi anni (si ricordi, ad esempio, il brano Io canterò politico).

 

La rottura di Modugno

 

La triade succitata, simbolo della scuola genovese, rappresenta dunque una sorta di avanguardia artistica, che denota la sua peculiarità soprattutto nelle scelte linguistiche, sulle quali vorrei infine soffermarmi.

De André e soci sanno far uso sapiente delle parole, cangianti e per nulla stereotipate; parole che mirano a elevarsi verso vette poetiche, ma che, parallelamente, sanno svelare il grande libro del mondo, ossia la quotidianità.

La svolta linguistica della canzone italiana (Coveri, 1996) si ha a cavallo degli anni '60, quando Modugno sbanca il Festival sanremese con Nel blu dipinto di blu.

Tutta la canzone a lui precedente s'era sempre orientata verso temi melodici poco brillanti e scelte linguistiche obsolete. Il vocabolario del Reuccio Claudio Villa e dei suoi compagni di viaggio, infatti, poggiava su occorrenze di reminescenza trobadorica, continue apocopi non solo verbali (basti pensare a tutti quegli “infiniti tronchi”, per dirla con Francesco De Gregori, come amar, cantar, pensar, ecc.), francesismi melodrammatici e soluzioni poetiche vincolate alla rima baciata.

 

Ricercatezza stilistica

 

Poi, col ventennio dei “genovesi”, si va progressivamente verso una lingua meno abusata, che si fa mimesi della realtà; comincia a dominare i testi l'ampio campionario di figure retoriche poetiche (analogie, metafore, sinestesie, antifrasi), declinate tuttavia verso forme colloquiali e sintatticamente più distese e meno artificiose (Antonelli, 2010; Borgna, 1992).

L'uso attento e vivo della parola, che produce una notevole ricercatezza stilistica, allontana i cantautori dall'omogeneità incolore delle cosiddette “canzonette” e li conduce verso soluzioni linguistiche nuove, sospese tra l'aulico e il popolaresco.

Questa doppia veste artistica spicca ad esempio nella produzione di   Fabrizio De André, capace d'alternare brani d'ispirazione letteraria (come nella raccolta Non al denaro, non all'amore né al cielo) a virtuosismi retorici (La domenica delle Salme) o a scelte chiaramente plurilinguistiche (Creuza de mä, Don Raffaè). Tra l'altro, come è già stato notato a suo tempo (De Mauro, 1977), l'aspetto ricercato delle canzoni del ventennio d'oro convive senza forzature con quello popolaresco, in quanto il lessico utilizzato dai cantautori, laddove aulico, è sempre ironizzato e stemperato, dunque accessibile.

Insomma, la “scuola genovese” ha rappresentato una fucina d'innovazione, nello stile e prima ancora nella lingua; nei temi, meno prevedibili e banali, nonché nell'impostazione delle canzoni, nelle quali la dimensione testuale prevale decisamente sulla musica. E le generazioni successive, nell'àmbito del pop nostrano d'autore (da Guccini a Lucio Dalla, da De Gregori a Vinicio Capossela), pur spaziando dall'erudito al commerciale, ne hanno giocoforza seguito l'esempio.

 

Bibliografia essenziale

- Fiorenzo Toso, La letteratura ligure in genovese e nei dialetti locali, Recco, Le Mani, 2012 (Vol. III, Il Cinquecento, p.52).

- Giuseppe Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo d'italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010.

- Fernanda Pivano, I miei amici cantautori, Milano, Mondadori, 2005.

- Gianni Borgna, Storia della canzone italiana, Bari, Laterza, 1992.

- Lorenzo Coveri, Per una storia linguistica della canzone italiana, Novara, Interlinea, 1996.

- Fabio Caon, Canzone popolare e canzone d'autore per la didattica della lingua, della cultura italiana e per l'approccio alla letteratura, atti del Laboratorio ITALS, Dipartimento di Scienze del Linguaggio, Venezia, Università Ca' Foscari, 2004.

- Tullio De Mauro, Note sui cantautori dopo la rivoluzione degli anni '60, in G. Borgna, S. Dessi, C'era una volta una gatta. I cantautori degli anni '60, Roma, Savelli, 1977.

 

Sitografia di riferimento

www.viadelcampo29rosso.com

www.faberdeandre.altervista.org

www.emmebyrock.blogspot.com

www.lafavolablu.it

www.ginopaoli.it

www.faberdeandre.it

www.brunolauzi.it

 

*Daniele Scarampi è dottore in Storia, orientamento antico, presso l'Università degli Studi di Genova. Insegnante di Lettere negli Istituti d'istruzione secondaria della provincia di Savona, si occupa, tra l'altro, di problemi di didattica e di didattica dell'italiano. Ha collaborato con alcune riviste locali d'ambito culturale e divulgativo. Ha esordito in letteratura, nel 2010, con un romanzo breve.

 

Immagine: Una foto panoramica di Genova

 

Crediti immagine: Gabriel Rinaldi [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0