28 luglio 2016

Il canto e le parole dei nuovi “italianati”

di Stefano Telve*

 

Una delle novità della scena musicale, non solo italiana, degli anni ’90 è stato il fenomeno hip hop e rap: testi di denuncia declamati in un parlato ritmico vanno controcorrente e scombussolano per qualche tempo il panorama musicale. Col passare degli anni, però, in Italia il fenomeno si è via via in buona parte stemperato, e alcuni rappresentanti di quel genere hanno lentamente virato verso il cantabile e il melodico, rientrando nei canoni consueti della musica italiana tradizionalmente intesa.

L’attrazione verso questo polo stilistico è effettivamente uno dei tratti storicamente e culturalmente più forti e rappresentativi dell’italianità musicale. Un’attrazione a cui è difficile resistere. La riprova di questo si ha guardando a quanto succede non solo entro i confini nazionali ma soprattutto all’estero. Se si fa attenzione a come, nel corso degli ultimi decenni, l’italianità musicale sia stata vista, recepita e riprodotta nei paesi stranieri, è facile riscontrare l’importanza di questa impronta stilistica − anche se naturalmente il quadro, in relazione al particolare momento storico e allo spazio, può cambiare ed essere molto diverso.

 

Caruso il paesano

 

Nel primo Novecento e ancora nei primi anni ’50, tanti emigrati italiani nel mondo portano con sé, al momento della partenza, bagagli ridotti al minimo o nessun bagaglio. Quelli più cari, intimi e personali, però, da cui non ci si può e non ci si vuole separare, sono pochi ma preziosi beni immateriali: la propria tradizione ovvero la propria cultura, e in particolare la propria lingua e la sua espressione artistica, il canto. In alcune nuove terre il canto italiano prolifera e genera nuovi stili: negli Stati Uniti, ad esempio, la canzone non è solo ripiegamento nostalgico ma diventa strumento d’espressione del proprio genio artistico, di sentimento e di creatività. È così almeno dall’epoca del grande tenore Caruso, che alterna alle arie d’opera le nuove «canzonette» (’O sole mio), e fino ai brani di Rosemary Clooney, Louis Prima e altri, dove lo spaccato di vita provinciale e paesana degli immigrati più che venarsi di marezzature intimistiche e patetiche preferisce raffigurare briosi quadretti punteggiati di vivaci note di colore, con tracce di regionalità spiccatamente tipizzate (paesano, tarantella, mozzarella, baccalà , vino , espressioni come «Hello che si dice?», «Hey cumpà: Mambo italiano ). Sul finire del secolo esplode − o meglio, dopo Caruso e altri tenori e dopo le calde voci dei crooners, riesplode − il canto melodico-lirico. Si ricorderà il trio Pavarotti-Domingo-Carreras, e poi ancora Bocelli.

 

Il successo di Amici forever

 

Ma l’attenzione va rivolta soprattutto a molti altri cantanti e gruppi stranieri (Amici forever, I l Divo e molti altri) che si presentano ora come nuovi “italianati”: all’estero e specialmente nei paesi anglofoni sono recepiti come icone della quintessenza dell’italianità musicale internazionale e raccolgono successi strepitosi (Amici forever, Nella fantasia e Il Divo, Dov’è l’amore). Prova ne sia il fatto che un cantante statunitense, il baritono Josh Groban, autore tra l’altro di canzoni originali in lingua italiana, figura, unico straniero, in una rosa di cantanti tutti italiani, del passato e del presente, chiamati a rappresentare la musica italiana in uno spettacolo organizzato ad Abbazia, in Croazia, nel 2014 (Josh Groban, Mi mancherai).

 

In Germania, Zuppa romana

 

Anche se il pop lirico dei nuovi “italianati” ha un successo internazionale, in Europa il canto italiano veicola altri valori culturali, recepiti e interpretati in modo diverso. Nei paesi germanofoni si va ad esempio, dai quadretti con chiaro sfondo storico-sociale (come Zwei kleine Italiener di Conny Froboess e Capri-Fischer), eventualmente con implicazioni amorose e sentimentali legate al mito e alla pratica dell’Italienreise, fino alla decantazione dello stile di vita italiano, compresa la buona cucina, con tanto di rovesciamenti parodici (ad esempio Pizza calzone, Broccoli e Zuppa romana), che spesso sono semplici nonsense punteggiati di italianismi.

 

Il ritmo trascina

 

Come spesso avviene in ambito musicale, la comprensione delle parole, o meglio del senso del testo, non è naturalmente sempre necessaria a una felice trasmissione dell’italianità: ne sono testimonianza anche i successi europei di canzoni in italiano di alcuni artisti (Drupi, Gianna Nannini, Tiziano Ferro e molti altri) e un’esplicita dichiarazione: “Le parole [italiane] non le capisce molto, ma il ritmo la trascina” (‘riječi baš i ne razumije, samo ritam nosi je’) recita la canzone Ciao ragazza della band croata Latino. Quando non sia il contenuto del testo a trasmettere una certa italianità, più o meno “reale” (anche se parziale, stereotipata o reinterpretata, ma comunque con finalità anche descrittive e denotative), può dunque soccorrere la musica, per via del ritmo oppure della cantabilità del pezzo o ancora della mera sonorità della lingua, che consentirà di restituire se non un’italianità “reale”, dei contenuti e delle cose, perlomeno una sorta di italianità “percepita”, fatta di sensazioni e di atmosfere.

 

Picobello : lo pseudo vincente

 

D’altra parte, quel che accade nella musica sembra accadere anche in altri ambiti culturali o in altri momenti storici. Qualche esempio si ha ad esempio nel vocabolario: in tante lingue straniere, accanto a italianismi veri e propri, circolano anche – è cosa nota − pseudoitalianismi (in tedesco, ad esempio, picobello e alles paletti), come del resto avviene anche in altre lingue. Di là dalla loro autenticità genetica, italianismi “doc” e pseudoitalianismi possono entrambi risultare ugualmente dotati della stessa aura di italianità ed essere liberamente impiegati con funzioni connotative nelle canzoni in lingua straniera. Lo dimostra non solo la loro frequenza all’interno dei testi ma anche il fatto che molto spesso sono collocati in posizione vistosa, cioè nei titoli. Qualche altro esempio si ha poi nella grammatica: le grammatiche di italiano per stranieri, è stato osservato, spesso hanno proposto all’estero, nel passato, modelli di lingua che non corrispondevano esattamente con quelli che venivano proposti in patria.

 

Cappuccino?

 

Tanto basti. Ma certo sarebbe facile aggiungere altri esempi, pensando ad altri ambiti. Quanti di noi, ad esempio, appena arrivati in un paese straniero, avranno ordinato un cappuccino e si saranno trovati a bere qualcosa di molto diverso rispetto alle attese?

 

*Stefano Telve insegna Linguistica italiana presso l’Università degli studi della Tuscia. È membro dell’Associazione per la Storia della lingua italiana (ASLI) e si occupa di linguaggi specialistici, grammaticografia, lingua dei libretti d’opera, parlato trascritto, sintassi dell’italiano in diacronia. Sul tema trattato in questo intervento ha scritto That’s amore. La lingua italiana nella musica leggera straniera (Bologna, Il Mulino, 2012) e Italianismo “reale” e italianismo “percepito” nella musica leggera straniera: uno sguardo su Germania, Croazia e Olanda dagli anni ’50 a oggi nel volume L’italiano della musica nel mondo, a cura di Ilaria Bonomi e Vittorio Coletti, Accademia della Crusca-goWare, 2015.

 

 

Immagine: Caruso posa accanto a un elegante grammofono modello Victrola

 

Crediti immagine: Unknown photographer; Bain News Service, publisher. Restored by Michel Vuijlsteke [Public domain]


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