29 maggio 2015

Fra narrazione e saggistica: note su un “nuovo” genere letterario

di Francesca Gatta*

 

Nel disorientante e confuso panorama saggistico contemporaneo, negli ultimi tempi ha preso forma una linea con una fisionomia ben precisa (riconducibile per certi aspetti alla prosa emotiva di Un week-end postmoderno di Tondelli), che la distingue da scritture di taglio più logico-argomentativo (come le scritture civili di Prosperi e Zagrebelsky) o da scritture di taglio più scopertamente letterario e moralistico, come, per esempio, quelle di Pontiggia o di Arbasino. Gli autori sono spesso narratori che – lasciata momentaneamente la letteratura d’invenzione – si confrontano con la realtà contemporanea: svincolati dagli obblighi dell’intreccio narrativo, trovano nella scrittura saggistica una libertà di modi e di forme che permette loro di restituire aspetti inediti e marginali dell’attuale paesaggio italiano.

 

La “saggificazione” occidentale

 

L’abbandono della narrazione per forme di scrittura più libere è una tendenza diffusa nella letteratura occidentale (e spiega l’attuale fortuna del genere documentario nel cinema) che la critica anglosassone ha definito con il termine “saggificazione”   (Wampole 2013): a metà fra narrazione e saggismo (spesso reportage con inserti di fotografie e materiali eterogenei), compito di queste scritture erranti (di cui Sebald è riconosciuto come indiscusso maestro) sembra essere quello di proporre percorsi accidentali e inediti, che mettono in luce i lati in ombra della realtà, e per questo si propongono anche come testimonianza di una visione non omologata del mondo.

 

Autobiografismo senza fiction

 

Pur avendo spesso un carattere autobiografico e narrativo, la dimensione soggettiva e l’assenza di fiction rende queste scritture pienamente ascrivibili alla saggistica: come scrive Adorno, la dimensione dell’esperienza è all’origine del punto di vista del saggista e conferisce al saggio una irriducibile dimensione temporale, all’origine di quell’anacronismo che però è la sua attualità.

 

Paesi, città, regioni e panchine

 

Lo sguardo del saggista si radica, dunque, nell’esperienza autobiografica che può essere più o meno manifesta all’interno della raccolta: alle volte essa nasce dall’intensità di un’esperienza autobiografica (Francesco Piccolo, L’Italia spensierata, 2007); alle volte l’esperienza si materializza in un luogo, le panchine, che diventa un punto di osservazione privilegiato del mondo (Beppe Sebaste, Panchine, 2009); alle volte, invece, il punto di vista nasce dalla perlustrazione di città e di luoghi che – pur ben definiti – rispecchiano l’intera nazione: è così per la Palermo di Giorgio Vasta (Spaesamento, 2010), per i paesi sotto i 500 abitanti, quelli che hanno la bandiera bianca della rassegnazione, indagati dal “paesologo” Franco Arminio, perché in essi si può cogliere la rassegnazione della vita che il “circo cittadino” impedisce di vedere (Vento forte fra Lacedonia e Candela, 2008); è così per un territorio, il Nord-Est di Vitaliano Trevisan (Tristissimi giardini, 2010) e di Ilvo Diamanti (Sillabario dei tempi tristi, 2009), le cui inarrestabili e continue trasformazioni raccontano di un’umanità profondamente mutata.

 

Vita e oggetti in repertorio

 

In alcuni casi è la vita stessa che deve essere repertoriata perché se ne possa percepire la reale consistenza nel mondo degli eventi globali: «la domanda è se nelle nostre vite – fuori dal rumore pervasivo del mondo amplificato dai media – ci sia qualcosa che accada e meriti di essere raccontato» (Tiziano Scarpa, La vita, non il mondo, 2010). Alle volte invece sono gli oggetti dismessi ad essere repertoriati, non per nostalgia del tempo che fu, bensì come metodo; come scrive Gabriele Papi (Inventario sentimentale, 2013), la nostalgia «è uno sguardo che si concentra sulla mancanza per riconoscere quello che è arrivato, che individua nelle assenze i luoghi in cui si è annidato il presente».  

 

La lingua semplice dell'Io

 

Essendo spesso la narrazione condotta in prima persona, diventa quasi una conseguenza naturale l’opzione per una lingua semplice nel lessico e nei moduli sintattici, duttili ad accompagnare la narrazione e a passare repentinamente alla riflessione quando un dettaglio, un particolare messo a fuoco dalla scrittura, acquista improvvisamente il valore di un “segno” per lo scrittore, come i paesi di Arminio, che in modo quasi inavvertito diventano immagini della rassegnazione e del vuoto: «questo è un luogo per chi ha due minuti di vita tra le dita, uno per sé e l’altro per il mondo, un posto per chi sente l’urgenza di allontanarsi da tutto e di avvicinarsi a tutto».  

 

Accelerazioni emotive, cambi di ritmo

 

Oltre agli improvvisi passaggi dalla dimensione descrittiva a quella, per così dire, “riflessiva”, nelle scritture più consapevoli – quelle in cui maggiore è la ricerca da parte dello scrittore di una corrispondenza fra materia trattata e ricerca stilistica – i semplici moduli sintattici si prestano ad improvvise accumulazioni, funzionali a cambi di ritmo che movimentano la prosa accompagnando l’intensificazione della partecipazione emotiva da parte dello scrittore: si tratta di vistose accelerazioni, spesso sottolineate dagli spazi bianchi della pagina, vuoti in cui si espande la concentrazione del testo. Si tratta di accumulazioni che fanno leva preferibilmente su rapporti semantici (sfruttando la ripetizione lessicale) piuttosto che su legami di tipo logico-sintattico. Ripetizioni, accumulazioni, giustapposizioni, pause: sono scelte che denunciano un dialogo proficuo con altre forme espressive (per esempio, la musica), piuttosto che con la tradizione letteraria.   Si vedano i passi che seguono, il primo tratto da Trevisan (il territorio del Nord- Est viene paragonato ad un disco fisso, su cui «gli umani depositano la loro memoria»), il secondo da Scarpa (in questo caso, la ripetizione dei moduli sintattici agevola la coesione del testo):

«Il metodo garantisce velocità, ma non ordine. Col tempo, l’occupazione frammentata e scoordinata della superficie totale, oltre a rallentare l’accesso ai dati, visto che il sistema operativo è costretto a cercare seguendo strade illogiche e tortuose – un po’ come uno di quegli autisti di Tir che vengono dal Nord Europa, e devono trovare una ditta più o meno piccola in una delle innumerevoli zone industriali e/o artigianali, altrettanto piccole, che costellano il nostro territorio; ammesso, e non concesso, che riesca a trovare prima la zona industriale che gli interessa, impresa non da poco anche per un autista indigeno; inoltre, tale scoordinata e frammentata occupazione della superficie totale, riduce anche l’area degli spazi utili, cioè liberi, cioè provvisoriamente dimenticati, presi singolarmente, che sono a loro volta disseminati in modo sempre più frammentato e scoordinato, così che il sistema operativo è costretto nuovamente a cercare il blocco che ha necessità e urgenza di depositare, circostanze che com’è logico determinano un rallentamento progressivo dell’intero sistema». (p. 31)

 

«Cominciare con un’idea non troppo definita, oppure molto definita, sapendo comunque che in entrambi i casi (in tutti i casi) si finirà per scrivere qualcosa di completamente diverso, qualcosa che non era previsto prima di cominciare a scrivere. Cominciare sapendo che non si sa che cosa si scriverà, sorprendendosi da soli, nell’illusione di essere soli, in realtà dialogando con le parole, chiedendo alle parole, senza rendersi conto che è a loro che si chiede, senza avere coscienza, mentre di scrivere, che scrivere è fare domande alle parole, è chiedere aiuto alle parole, è impastare il pensiero con le parole, questi pacchetti di pensiero che sono le parole, pacchetti confezionati dai morti e che ci sono stati consegnati chiusi: il pensiero impacchettato dentro la parola «pensiero», dentro la parola «parola», dentro la parola «il»… Chiedere aiuto ai morti, scrivere pacchetto dopo pacchetto, consegnarli a quelli che verranno, a quelli che leggeranno, maneggiare pacchetti chiusi». (Cominciare con un’idea non troppo definita)

 

L'onestà concreta

 

La “semplicità” della scrittura sembra essere ricercata, quasi che fosse garanzia di una “onestà” che scelte più astratte o letterarie avrebbero compromesso; è come se la lingua cercasse di neutralizzarsi per mettere in primo piano la concretezza del mondo che si manifesta in luoghi e avvenimenti quotidiani, ignorati dalla realtà mediatica. Solo così possono trovare spazio le palme malate di Palermo, le panchine e il mondo che le frequenta, i fotografi da cerimonia, il governo della casa e la sua ripetitività, il girovagare nella notte bianca; come scrive Arminio, «queste non sono faccende filosofiche, non ho grandi pensieri, sono appeso alle immagini».

 

Raccolte saggistiche citate

 

Franco Arminio, Vento forte fra Lacedonia e Candela, Roma-Bari, Laterza, 2008 (ebook)

Ilvo Diamanti, Sillabario dei tempi tristi, Milano, Feltrinelli, 2009

Gabriele Papi, Inventario sentimentale, Roma-Bari, Laterza, 2013 (ebook)

Francesco Piccolo, L’Italia spensierata, Roma-Bari, Laterza, 2007

Giuseppe Pontiggia, Prima persona, Milano, Mondadori, 2002

Adriano Prosperi, Cause perse. Un diario civile, Torino, Einaudi, 2010

Tiziano Scarpa, La vita, non il mondo, Roma-Bari, Laterza, 2010 (ebook)

Beppe Sebaste, Panchine: come uscire dal mondo senza uscirne, Roma-Bari, Laterza, 2009

Pier Vittorio Tondelli, Un week-end postmoderno, Milano, Bompiani, 1990

Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini, Roma-Bari, Laterza, 2010

Giorgio Vasta, Spaesamento, Roma-Bari, Laterza, 2010 (ebook)

Gustavo Zagrebelski, Sulla lingua del tempo presente, Torino, Einaudi, 2010

 

La citazione di Adorno è tratta da Il saggio come forma (1954-1958), in Note per la letteratura, Torino, Einaudi, 1992; di “saggificazione” ha parlato C. Wampole in un articolo pubblicato su La Repubblica, 7/7/ 2013.

 

*Francesca Gatta insegna Linguistica italiana all’Università di Bologna (Dipartimento di Interpretazione e Traduzione). Si è occupata principalmente della lingua d’autore del Novecento e della lingua dello spettacolo, in particolare di melodramma e di cinema (Il teatro al cinema. La lingua del cinema degli anni Trenta, 2008). Si è occupata inoltre di storia della traduzione e di didattica dell’italiano.


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