29 maggio 2015

Poesia in prosa / Prosa in prosa

di Paolo Zublena*

 

Che cos’è la “poesia in prosa”? Semplificando al massimo, al concetto di poesia corrispondono una definizione sostanziale e una definizione formale: poesia come scrittura letteraria che si differenzia per una sua specifica essenza, oppure poesia come scrittura in versi, o per lo meno caratterizzata da contraintes formali. In entrambi i casi il concetto di poesia si oppone a quello di prosa. E in entrambi i casi la prosa parrebbe definirsi per un deficit rispetto alla poesia: per una minore “altezza”, oppure per l’assenza della versificazione e di altre strutture di parallelismo. In un caso e nell’altro questa differenzialità della poesia come ci viene presentata dalla tradizione “teorica” riposa su un’inversione ideologica del rapporto genetico presunto dal senso comune. La distinzione stessa è, evidentemente, dovuta alla volontà di sottrarre un valore che non sia quello d’uso (ma rituale, estetico, ecc.) alla comunicazione quotidiana.

D’altro canto lo stesso concetto di prosa può essere definito sia formalmente sia sostanzialmente: il significato formale (la scrittura continua) è però di gran lunga prevalente, mentre quello sostanziale è in primo luogo metaforico (si pensi all’uso dell’aggettivo prosaico). È la «prosa del mondo» dell’Estetica di Hegel.

 

L'ossimoro della poesia in prosa

 

Se dunque i concetti di poesia e di prosa sono così ambigui, tanto più ambiguo, e anzi senz’altro contraddittorio – ma di una contraddizione che non può essere limitata all’indecidibilità tra due opzioni – sarà quello di poesia in prosa. Giustamente Paolo Giovannetti, in un saggio sulla questione che ancora oggi rimane fondamentale, riprendeva da Riffaterre la constatazione della natura ossimorica di quel “genere”. È ovvio che la contraddizione, addirittura insanabile, è massima se diamo un significato puramente formale a “poesia in prosa”: forzando al massimo l’estensione semantica dei due membri del sintagma potremmo arrivare a una definizione del tipo ‘discorso in prosa che funziona come un discorso in versi’. Ma è più opportuno intendere il lessema complesso poesia in prosa come costituito da due concetti che vengono impiegati in accezioni diverse: poesia con un valore di genere letterario, prosa con un valore formale. Si tratterebbe quindi della declinazione in una forma insolita di un genere letterario che – pur nella sua varietà – ha per tradizione la gabbia formale del verso (la “poesia in poesia”). Ma anche questo tipo di descrizione rimanda a un ente di difficile individuazione e con limiti di determinazione storica piuttosto stretti: c’è chi pensa che l’etichetta di “poesia in prosa” non sia più utile per la letteratura degli ultimi tempi.

Di fatto, è difficile andare oltre a una definizione di tipo pragmatico: la poesia in prosa è – o era – un testo in prosa che viene ricevuto come poesia.

 

Solo a partire dagli anni Settanta del Novecento

 

In ogni caso, nel pieno Novecento la poesia in prosa è stata poco praticata in Italia. Dopo gli inizi postbaudelairiani, la doppia ipoteca esercitata dalla prosa lirica di ambito vociano (Sbarbaro, Campana, Boine) – sperimentale ed espressionistica –, e, più avanti, dalla prosa rondesca, freddamente tornita e cristallina (Cardarelli, ma anche i Pesci rossi di Cecchi e quel che ne segue), getta sul genere della prosa poetica un’ombra di diffidenza, dovuto all’eccesso di letterarietà. E, in effetti, se si esclude l’inserimento di inserti in prosa nell’ambito di libri di poesia, una presenza forte di prosa che si offra come poesia – e addirittura di interi libri (o sezioni di libri) di poesia in prosa – non è frequente in Italia fino agli anni ’70 del Novecento. Tutt’altra cosa rispetto alla fortuna del poème en prose in Francia, che da Baudelaire in poi non smette di essere al centro del campo poetico (sia pure con soluzioni anche molto eterogenee: Char, Michaux, Jabès – ma insieme anche l’assai meno lirico Ponge). Anche per influenza francese – la traduzione degli autori appena ricordati – i testi in prosa che si presentano come poetici (isolati, in sequenze, in interi libri) aumentano nei decenni successivi. Proprio negli anni ’70 esordisce Giampiero Neri – che alterna sequenze in versi con sequenze in prosa, senza apparentemente variare lo stile piano ma enigmatico. Qualcuno si muove sulle sue tracce, ma i decenni successivi presentano altri casi tanto interessanti quanto eterogenei (dal postbeckettismo di alcuni – Ottonieri, ad esempio, al suggestivo impiego di “non versi” di Eugenio De Signoribus a partire da Principio del giorno – e siamo proprio nell’anno 2000). Del resto, accade anche che poeti che si erano mossi solo sul terreno dei versi si spostino verso una prosa che se non è proprio poetica in senso tradizionale, tuttavia non può essere rubricata sotto le consuete etichette della prosa narrativa: l’esempio più vistoso e cospicuo è quello di Valerio Magrelli (cui ormai si deve una tetralogia che inizia nel 2003 con Nel condominio di carne e finisce per ora nel 2013 con Geologia di un padre), ma da una prevalente produzione in versi partiva anche Franco Arminio (il cui testo in prosa più interessante è forse Circo dell’ipocondria, 2006: non a caso postfato da Magrelli).

 

La svolta del 2009: la prosa in prosa

 

Tuttavia il punto di svolta più percepibile lo possiamo collocare nel 2009, quando un gruppo di autori (Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos e Michele Zaffarano) grosso modo coetanei (nati tra il 1967 e il 1973) sente l’esigenza di far uscire un volume il cui filo rosso è proprio una nuova declinazione della poesia in prosa, che fin dal titolo viene rinominata Prosa in prosa (il volume esce non per caso nella collana fuoriformato diretta da Andrea Cortellessa presso Le Lettere). La prosa in prosa, anzi, la prose en prose è un’invenzione di Jean-Marie Gleize, cui i prosinprosatori italiani esplicitamente si richiamano. Gleize, collocandosi sulla linea di Ponge, di cui è anche studioso, ha definito (e praticato) la “prosa in prosa” come poesia che viene dopo la poesia, come un testo che vuole essere “letteralmente letterale”, non avere altro senso se non quello che propriamente dice. La littéralité di Gleize, insieme assenza di sovrasenso e riferimento all’evidenza della tipograficità alfabetica, conduce alla redazione di testi che sono sommamente chiari e enigmatici a un tempo. Enigmaticità che – secondo l’esempio dell’altro potente modello, quello della language poetry americana e più in generale delle varie modalità di poesia concettuale – può nascere dal contrasto tra la chiarezza del dettato e la necessità di interpretarlo secondo una collocazione pragmatica magari solo implicita (come nel ricorso a una postproduzione talvolta segnalata da indicatori peritestuali in Broggi), oppure dall’espressione di una pura evidenza delle cose che rimonta appunto a Ponge, Gleize, ma anche a Perec e alla sua rappresentazione dell’infraordinario.

 

Assenza di differenzialità estetica

 

In questa direzione, comune a tutti gli autori è l’assenza di differenzialità estetica, e quindi la revoca in dubbio dell’esistenza stessa di qualcosa come un testo letterario (e quindi di un oggetto d’arte) quale ente distinto dal non letterario (dal non artistico). Linguisticamente, questo significa rinuncia a tutte le marche di letterarietà: comprese quelle della tradizione modernista, dalla torsione espressionista all’indebolimento della coesione o della coerenza testuale – sia che i materiali siano originali, sia che provengano dal cut up di testi eterogenei. Se permane un deficit di coerenza, esso non rappresenta un blank nella produzione di senso, bensì l’ostensione di una strutturale impasse della percezione.

 

Bortolotti, estetica lo-fi

 

Nello stesso 2009 usciva, sempre di Gherardo Bortolotti, uno dei libri più belli dell’ultimo decennio, Tecniche di basso livello. L’estetica lo-fi che lo caratterizza spinge a leggere la sequenza di prose numerate che costituisce il testo come un esperimento sulle condizioni di senso che governano il rapporto tra lingua (una lingua sempre più zavorrata di ideologia) e mondo (un mondo in cui il valore di verità si propone sempre di più nelle pieghe della vita quotidiana, in ciò che sta sotto l’ordinario). Nelle parole di Bortolotti, la letteratura è ormai soprattutto «un’operazione sui parametri secondo cui noi ci sentiamo in vita» (http://www.alfabeta2.it/2010/08/14/non-e-un-problema-di-artigianato/). La prosa in prosa appare come il mezzo più adatto per veicolare questa operazione.

 

Cenni bibliografici

 

Suzanne Bernard, Le Poème en prose de Baudelaire jusqu’à nos jours, Paris,   Nizet, 1959.

Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello, Caserta, Lavieri, 2009.

Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Michele Zaffarano, Andrea Raos, Prosa in prosa, Introduzione di Paolo Giovannetti, Note di lettura di Antonio Loreto, Firenze, Le Lettere, 2009.

Paolo Giovannetti, Al ritmo dell’ossimoro. Note sulla poesia in prosa, «Allegoria», X, 28, 1998, pp. 19-40, poi in Dalla poesia in prosa al rap. Tradizione e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea, Novara, Interlinea, 2008, pp. 19-45.

Jean-Marie Gleize, A noir. Poésie et littéralité, Paris, Seuil, 1992.

Michel Sandras, Lire le poème en prose, Paris, Dunod, 1995.

Michel Sandras, Le poème en prose: une fiction critique?, in Crise de prose, sous la direction de Jean-Nicolas Illouz et Jacques Neefs, Saint-Denis, Presses Universitaires de Vincennes, 2002, pp. 89-101.

Paolo Zublena, Esiste (ancora) la poesia in prosa?, «L’Ulisse», 13, 2010, pp. 43-47.

Paolo Zublena, Politiche del sentirsi in vita. Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti, «il verri», LVI, 46, giugno 2011, pp. 76-81.

 

Paolo Zublena (Genova, 1973) insegna Linguistica italiana all’Università di Milano-Bicocca. Si è occupato soprattutto di stilistica e di analisi linguistica dei testi letterari (sintassi della prosa cinquecentesca, Leopardi, narrativa e poesia contemporanee, canzone d’autore), di teoria della letteratura, di critica tematica. Ha pubblicato i volumi L’inquietante simmetria della lingua. Il linguaggio tecnico-scientifico nella narrativa italiana del Novecento (Alessandria, Edizioni dell’orso, 2002), Giorgio Caproni. La lingua, la morte (Milano, edizioni del verri, 2013) e La lingua-pelle di Tommaso Landolfi (Firenze, Le Lettere, 2013). Di recente ha curato, insieme a Davide Colussi, Giorgio Caproni. Lingua, stile, figure (Macerata, Quodlibet, 2014). Fa parte del comitato di redazione del «verri».

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0