Icona_Motore-di-ricercaMotori di Ricerca Banche dati
  Biblioteche Meteo
 

Nomi che si scrivono e nomi che si dicono

di Giorgio Marrapodi*

Fin dove arriva il soprannome

Sarà capitato a tutti di passare davanti ad un manifesto funebre e di notare che, oltre al nome e cognome, compare tra parentesi il soprannome, quasi sempre in dialetto, del defunto. Questo si spiega col fatto, abbastanza scontato in sé, che nei paesi e in certi contesti cittadini (dove esiste ancora una radicata vita di quartiere) i prenomi e soprattutto i cognomi delle persone non venivano mai usati nell’interazione quotidiana, e le persone venivano identificate con un soprannome di invenzione popolare, di uso ristretto nella comunità locale. Quello sui manifesti è solo un segnale di un complesso sistema di denominazioni dialettali, che non hanno niente a che vedere con il binomio ufficiale in italiano (e generalmente diffuso nel nostro emisfero culturale) prenome + cognome che si trova sulle nostre carte d’identità.
Lo stesso accade per certi toponimi, anche se ci appare in maniera meno immediata: i nomi geografici sulle carte geografiche che designano piccoli appezzamenti di terreno nelle zone rurali spesso non sono gli stessi usati in dialetto dalla popolazione locale (sia formalmente che sostanzialmente). Trascurando il fatto delle false “traduzioni” dal dialetto dei parlanti all’italiano delle carte (come la galleria Bassadonna sulla A10 presso Valleggia, in provincia di Savona, che in realtà è il dialettale savonese baxadonna ‘malva’ e non si riferisce affatto alla statura delle abitanti di quella zona), spesso sulla carta si trovano nomi che non esistono nel repertorio usato dalla comunità dialettale, e viceversa. Fino ad arrivare agli estremi di cui ci parla Rita Caprini nel suo libro Nomi propri: in una carta dell’Istituto Geografico Militare si legge una serie di improperi e parolacce in dialetto al posto dei toponimi. L’intervistato, stufo dell’insistenza dei rilevatori amministrativi, ha cominciato a un certo punto a sciorinare il suo bagaglio (dialettale) di parolacce che, non essendo capite dai rilevatori, sono state registrate come veri e propri toponimi e sono perciò finite sulla carta ufficiale.
Dagli esempi riportati, sembra che questi fenomeni siano confinati all’opposizione italiano-dialetto, in realtà si trovano in maniera altrettanto diffusa anche all’interno della sola sfera dell’italiano: nelle forme di aggregazione organizzate (scuola, gruppi sportivi…) e spontanee (gruppi e compagnie di piazza, di paese…) le persone vengono sistematicamente ribattezzate con soprannomi che possono avere diversa motivazione (particolarità fisica o del carattere, abitudini, vizi o modi di dire tipici della persona, provenienza, somiglianza con qualche personaggio famoso, reale o fittizio).
Per quanto riguarda i luoghi, si può notare che questo fenomeno sembra abbastanza diffuso nell’odonomastica. A Savona c’è una piazza, tra le tante, dominata dal Palazzo della Provincia, al centro della quale si trova una grande aiuola (di una quindicina-ventina di metri di diametro) che funge da rotatoria per il traffico cittadino e nella quale si trovano alcune palme. Leggendo la segnaletica, o consultando una piantina della città, si scopre che si tratta di Piazza Saffi. In realtà la maggior parte degli abitanti la chiamano Piazza delle Palme. Non è che gli abitanti di Savona siano speciali: alcune ricerche di studenti di Roma Tor Vergata hanno mostrato che in quel quartiere il fenomeno di rinominare le strade e le piazze è sistematico. Si può anche prevedere (ognuno di noi può fare agevolmente una prova sulla base della sua esperienza personale nella propria città) che questo fatto sia presente in vari centri abitati italiani (e forse anche stranieri?) in maniera e modalità ogni volta differenti.
Due modi di denominare uno stesso ente (persona o luogo) che non fanno semplicemente capo ai due mondi della lingua e del dialetto, visto che questi processi di “battesimo” alternativo si trovano comunemente anche nell’italiano: un savonese che abita in Piazza delle Palme e dovesse scrivere il mittente su una lettera certamente scriverebbe Piazza Saffi. Così come il calciatore Altobelli, noto come Spillo, non avrebbe mai firmato con questo soprannome in calce ad un contratto per l’acquisto di una nuova auto.

Mi chiamo Mario, cioè Antonio

Ma perché tutta questa complessità? Proviamo a dare alcune possibili risposte.
Dare nomi è un modo per rafforzare spirito di identità e di appartenenza, ma serve anche per promuovere istanze di separazione e di esclusione. Per esempio un gruppo si riconosce solidale e unito nel fatto che ogni suo membro porta un soprannome e ha il diritto di usare quello degli altri (nel 1805 un’associazione di Besançon a scopo vagamente corporativistico prevedeva nel suo statuto che ogni membro dovesse dotarsi di soprannome, pena l’esclusione dall’associazione stessa, come ci informa Fournier in un articolo del 1952 comparso sulla «Revue Internationale d’Onomastique»). In passato in campagna certi nomi di luoghi erano tenuti segreti e usati solo all’interno di gruppi prestabiliti (specie la famiglia) per motivi connessi all’utilizzo delle risorse del territorio. L’importanza di questo fattore si intuisce anche nel fatto che si prova un certo fastidio, quando si sente il nostro soprannome (o quello di altri membri del nostro gruppo) pronunciato da persone che non c’entrano nulla. Ogni volta quindi che un gruppo o una comunità si forma nascono nuovi nomi propri per cementare le relazioni di gruppo. E siccome ogni persona può far parte di gruppi diversi, può ricevere nomi diversi.
Il “popolo” ha sempre percepito una certa diffidenza per tutto quello che aveva a che fare con il sistema amministrativo e con l’apparato burocratico del potere. Non stupisce quindi che il sistema ufficiale di nomi propri (specie quelli di persona, gli antroponimi) fosse confinato alle comunicazioni strettamente necessarie con l’amministrazione (per es. richiesta di documenti), specie nei secoli scorsi nelle comunità orali (di paese, di campagna, di quartiere). Nelle relazioni quotidiane tra di loro, i membri del paese usavano un altro sistema, inventato da loro stessi e che non si ritrova nelle documentazioni cartacee delle amministrazioni. Così capita che in certi paesi si dimentichi il cognome delle persone e – in non pochi casi – persino il nome di battesimo, sostituito da altri nomi di battesimo (non è infrequente il caso che un Antonio all’anagrafe diventi un Mario nella comunità di cui fa parte, processo che tecnicamente si chiama allonimia) o da soprannomi. Il cognome non riguarda i rapporti tra i membri della comunità, ma i rapporti che l’individuo deve avere – il meno possibile, ovviamente – con l’amministrazione pubblica. Lo stesso si può vedere nei toponimi: soprattutto nelle zone rurali la maggior parte degli abitanti ignora completamente la toponimia ufficiale delle carte e delle mappe catastali, e preferisce continuare a usare e tramandare la propria toponimia di tradizione orale.

Il doppio binario pubblico-privato

Questi fenomeni una volta erano, come già detto, vincolati all’opposizione lingua-dialetto, che coincideva quasi perfettamente con l’opposizione scrittura-oralità: il sistema ufficiale era un sistema in lingua italiana scritta, il sistema popolare era un sistema in dialetto orale. Con la deriva dei dialetti e il fatto che l’italiano prende il sopravvento anche nella comunicazione quotidiana tra individui (ma dobbiamo ricordare che secondo De Mauro ancora nel 1951 quasi 26 milioni di italiani erano estranei all’uso abituale ed attivo dell’italiano) questa dinamica si è spostata all’interno del sistema dell’italiano (come visto per i nomi di strade e piazze o i soprannomi nei vari gruppi spontanei e organizzati della nostra società contemporanea). Rimane viva però l’opposizione scrittura (mezzo dell’amministrazione pubblica)/oralità (mezzo delle interazioni comunicative quotidiane), che corrisponde all’opposizione pubblico/privato. Opposizione in cui ciascun individuo si trova a barcamenarsi, non senza conflittualità e remore, soprattutto per quanto riguarda la dimensione pubblica del suo esistere. Non deve stupire quindi che la necessità di rinominare (e di rifare propri rinominando) persone e luoghi sia sopravvissuta attraverso i secoli e con forme e strutture linguistiche ogni volta diverse.

*Giorgio Marrapodi (1970) si è laureato a Genova in Lettere e Filosofia nel 1996. Nel 2003 ha conseguito il titolo di Doktor in Italienische Philologie presso l’Università del Saarland (Germania) con il prof.dr. Max Pfister. Attualmente ricopre la carica di assistente alla cattedra di Italianistica (Prof.dr. Wolfgang Schweickard) nella stessa università.

SCELTI NEL WEB

Lingua Italiana

La cultura in rete secondo Treccani

UN LIBRO

Qabbalessico. Parole e fatti di oggi in odor di Qabbalà

Haim Baharier

Maestro di ermeneutica biblica, studioso fine e intenso di Torah e Talmud, psicoanalista, Haim Baharier, nato a Parigi nel 1947, ha scritto questo libriccino prezioso che ha la caratteristica di offrire una parola intimamente dialettica

TAG