01 gennaio 1970

Arepo e i suoi fratelli. Una breve testimonianza sul senso in gioco

di Stefano Bartezzaghi*

La vertigine del nonsenso Agon, alea, mimicry, ilinx: è la filastrocca che si ripetono i lettori di Roger Caillois, lo scrittore, sociologo, pensatore (come definirlo?) che ai Giochi e gli uomini ha intitolato quello che è a tutt'oggi il più utile contributo teorico alla comprensione del gioco. I quattro termini stanno per i quattro impulsi fondamentali al gioco: l'impulso alla competizione, quello alla sfida al caso, quello al travestimento e alla simulazione e infine l'impulso alla vertigine. Quest'ultimo è il più strano, e anche il più eversivo nei confronti delle precedenti teorie del gioco: permette di tenere conto di quei giochi infantili come l'altalena e il girotondo che altrimenti risultano inclassificabili, specie per i teorici che fanno delle «regole» del gioco un incrollabile feticcio. Nel suo libro Caillois non accenna che di sfuggita alla categoria dei giochi linguistici e di quelli letterari, categoria di dubbia ortodossia. Non è però difficile ritrovare gli impulsi anche lì: l'agonismo nelle tenzoni poetiche, l'alea nella letteratura combinatoria, la simulazione nella metaletteratura (romanzo nel romanzo, poetica dell'ambiguità). Quando si arriva alla vertigine lì una sola conclusione è possibile: la perdita dell'orientamento, l'altalena, il giramento di testa nel mondo delle parole è costituito dal nonsenso. In letteratura il nonsenso ha una tradizione venerabile e per rendersene conto non c'è bisogno di andare alla tradizione britannica (e irlandese) dei limerick e di Lewis Carroll, ma anche di Samuel Beckett e di Thomas S. Eliot. Anche in Italia abbiamo i nostri nominativi fritti e mappamondi e, per limitarci alla seconda metà del Novecento, il lonfo (che non vatercagluisce, e molto raramente barigatta) di Fosco Maraini o i levrieri di Toti Scialoja («Ieri vidi tre levrieri / neri neri; / oggi ho visto tre levroggi / mogi mogi / che domani sloggeranno / levri levri»). Per non dire di tutto sul nonsenso della neoavanguardia, con il culmine delle poesie toponomastiche di Giulia Niccolai («Igea travagliato […] di disgrazia in disgrazia / fino Pomezia. / Como era trieste, Venezia). Ma si sa che gli scrittori possono concedersele tutte, o quasi.

L’enigmistica del doppio senso Quel che è più difficile da giustificare è il nonsenso all'interno della cornice del gioco linguistico o del motto di spirito, la cui «psicogenesi» è legata proprio al superamento della barriera censoria dovuta al senso, almeno secondo Sigmund Freud. Il motto di spirito diventa osceno o aggressivo proprio per quello: per sfuggire al destino originario dell'insensatezza. Il nonsenso puro sarebbe così retaggio infantile, filastrocche e conte, fate la nanna coscine di pollo e ambarabà ciccì cocò. La stessa enigmistica - intesa in senso stretto - nasce alla fine dell'Ottocento e si sviluppa lungo il Novecento grazie all'ossessione non del nonsenso, non del senso ma addirittura del doppio senso: sino a configurarsi come una vera e propria sistematica dell'ambiguità. Nelle specialità «semantiche», come l'indovinello o la crittografia mnemonica, omonimie e polisemie rendono possibile il raddoppio delle linee di senso, per cui «Rien ne va plus» è interpretabile come un «Bando di concorso alle poste» poiché impedisce (bandisce) di partecipare (concorrere) alla puntata di gioco (posta). Nei rebus e nella sciarada il gioco è prima sintattico che semantico, e riguarda l'aggregazione delle sequenze alfabetiche: è il caso della famosa «signora che s'offre» interpretabile come «s'ignora che soffre». Nel cruciverba, di principio, non c'è lettera che non partecipi a una sequenza orizzontale e a una verticale. L'anagramma reimpiega ogni lettera; il palindromo rovescia il senso della lettura. In ognuno di questi casi ogni elemento deve essere sovradeterminato, deve avere due ragioni di esistenza e non una sola. È per questa duplicazione formale che gli enigmisti mostrano un certo snobismo nei confronti dei generici giochi con le parole. Eppure che invidia viene da provare per chi è così sicuro di sé quando tiene conto di quanti sensi ha o non ha un'espressione...

Un bifronte poco mistico A livello lessicale, è in realtà quasi facile: c'è la parola inventata e c'è la parola registrata. Ho intitolato un libro Accavallavacca: era un palindromo, inventato da un lettore per riferirsi a un macchinario utile a stivare una vacca sopra l'altra, o anche una vacca sopra un cavallo. Parola inventata, certo. Anche se poi le regole lessicali consentono di formare parole come «accavallavacca», che non sarà poi così diversa da «spartitraffico» o «ammazzacaffè». In quel libro mi occupavo di molte di quelle che chiamavo «parole da gioco»: parole cioè inventate al solo scopo di seguire le regole di un gioco. C'era, per esempio, un capitolo su Arepo, la seconda parola del famoso quadrato Sator Arepo Tenet Opera Rotas. Esegeti di vario tipo e spessore si sono esercitati su questo vero e proprio hápax legòmenon, riportandolo ad altre forme esistenti, con esiti mistici ed esoterici assai rilevanti. Che si tratti, in realtà, di un bifronte nonsense della parola Opera, e che compaia nel quadrato solo al fine di completarlo, è un'opinione considerata deludente (anche se condivisa da molti archeologi e, modestamente, da me). In quel libro alludevo anche a parole che presentano la stessa sillaba (o gruppo di due lettere) per tre volte consecutive, come accade in capopopolo o patatata. Quest'ultima è sul dizionario, con il significato di «colpo dato con una patata»: parola registrata e quindi parola esistente, dobbiamo concludere. Una terza parola che ripete il gruppo «ca» sul dizionario non c'è, o non c'era, credo perché oscena. Parola non registrata quindi non esistente, dobbiamo concludere: anche se è un insulto di discreta diffusione. E quando Edoardo Sanguineti partecipò al gioco proponendo «antititini» stava inventando o usava una parola italiana, non registrata ma perfettamente sensata, comprensibile e anche ben formata? Uscendo poi dai limiti della parola singola e arrivando alle locuzioni è chiaro che diventa disperante darsi una regola per il gioco dei sensi e dei nonsensi.

Jonico, jonico… C'è un gioco che si fa, forse è il più semplice di tutti. Consiste nel ripetere una parola in continuazione, fino a che stinge il suo senso e diventa un oggetto davvero misterioso. Un lettore invero molto originale un giorno mi scrisse dicendo che per lui le parole più belle della lingua italiano sono «inferno» e «metallo», e questo perché a differenza di tutte le altre restano «belle» anche se ripetute più e più volte. Non so se avesse davvero ragione. So che nei suoi capitoli sulla «Letteratura senza senso» Americo Scarlatti suggerisce di fare il gioco con la parola «jonico», che produce un'altra parolaccia. Sigmund Freud ne trarrebbe una conferma delle sue teorie sulla latenza del discorso osceno e sulla necessità che il gioco di parole trovi una sua intenzione, una sua tendenziosità, una sorta di meta-senso nell'emersione del rimosso. Personalmente ho smesso di tenere il conto dei sensi. Fra le parole inventate, alcune risultavano divertenti a me e ai miei lettori e altre invece no. Ci sono doppi sensi che mi sembrano senza senso e nonsense che di sensi finiscono per averne anche troppi. Nel 1925 un precoce teorico del cruciverba, il gioco allora appena arrivato in Italia, suggeriva ad autori e solutori di completare le sequenze incomplete grazie a fonemi indefiniti, quasi mugolii: ripetendole avrebbero prodotto parole vere e proprie. Leggendo le sue righe così sensatamente dissennate mi sono accorto di come il nonsenso è continuamente intrecciato al senso. Del resto chiunque scriva sa quanti lapsus digiti, quanti errori di trasmissione, quante disfunzioni dei correttori umani o automatici, quante operazioni redazionali maldestre possono intervenire a rovesciare la frase più scrupolosamente concepita in una frattaglia verbale senza costrutto. Giocando con le parole si arriva ogni volta al punto in cui una parola si separa dal suo significato. Fra il «teatro» e il suo anagramma, «attore», c'è una zona intermedia in cui un senso è andato e l'altro non è ancora arrivato. Sono quelli i momenti in cui il gioco trova il suo fondamento: quando il linguaggio ha perso la sua decisione - il suo motivo e la sua direzione - ed è arrivato a quel punto zero in cui suono e senso si scambiano le parti. Tutto torna in ordine subito dopo, «di gitto» come nella poesia di Montale: ma quell'attimo di vertigine è ogni volta capace di dirci che nulla è dato se non in via provvisoria, ed è dentro a tale dimensione provvisoria che vanno considerati i nostri dizionari più rigorosi, le nostre regole più stringenti, i nostri discorsi più sensati. *Stefano Bartezzaghi (Milano, 1962) proviene da una famiglia di enigmisti (il padre, Piero, era un famoso cruciverbista). Si è laureato in semiotica con Umberto Eco, a Bologna, e dal 1987 ha scritto di parole e di giochi di parole prima sulla «Stampa» e poi sulla «Repubblica» (nelle rubriche "Lessico e Nuvole" e "Lapsus"). I suoi ultimi libri sono Non ne ho la più squallida idea (Mondadori, 2006); La posta in gioco (Einaudi, 2007); L'orizzonte verticale. Invenzione e storia del cruciverba (Einaudi, 2007).


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0