03 aprile 2016

Gli ingannati della classe accanto

di Mihai Mircea Butcovan*

 

« Parla bene l'italiano » dice la mia amica. Si riferisce al relatore italo-italiano che da un'ora ostenta parole inglesi incomprensibili per noi comuni mortali. È una conferenza in cui si parla di life skill, di coach e coachee, di webinar e call, di tutoring, di c areer coaching e ability, di education e goal, convention ed exciting, administration e briefing, question e happiness...

Sorrido perché il mio quotidiano motivo guida nei primi vent'anni di permanenza in Italia è stato un “Io speriamo che me la cavo” suggerito dall'omonimo libro di Marcello D'Orta.

L'amica mi porge il flyer - che a me appare come un semplice volantino - e mi indica l'oggetto della conferenza: il life coaching.

Insomma tutto questo per dire ai partecipanti, mi pare d'intuire, “allenamento per la vita”. Uno sport molto costoso e di moda che, mi spiegano, supera numericamente i praticanti di pilates.

« Parla bene l'italiano » ripete l'amica.

« Ma si vede che si fa capire bene quando vuole » rispondo citando Vasco Rossi e pensando ai trenta euro di biglietto che lei ha pagato anche per me.

Ora, per dirla con Cesare Marchi, « di talune parole straniere mancano le equivalenti italiane e per tradurle occorrono lunghe e noiose perifrasi ». Perciò Marchi, nel suo In punta di lingua (Rizzoli 1992) autorizza l'utilizzo di parole come shampoo e sit-in per poi precisare:

 

« Ma in molti altri casi non solo abbiamo nel dizionario il vocabolo corrispondente, speculare […] ma addirittura una legione di sinonimi, tra i quali possiamo scegliere quello che meglio rispecchia il nostro pensiero».

 

All'uscita dal… meeting esprimo alcune perplessità sull'abbondanza di termini inglesi nonostante valide alternative presenti nel dizionario italiano ma l'amica taglia corto: « Skypami e ti spiego meglio ». Sì, skypiamoci - penso - e torno a casa determinato a verificare alcune cose lette anni fa nel libro Lettera a una professoressa (Libreria Editrice Fiorentina).

 

L’inglese a Barbiana

 

Prendo nota dei frammenti che voglio inviare, per posta elettronica, alla mia amica:

 

« Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia la lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo».

 

Ed ancora:

 

« Nei tre anni delle medie noi avevamo fatto due lingue invece di una: francese e inglese. Avevamo un vocabolario sufficiente a reggere qualsiasi discussione. Pur di non farla lunga su qualche sbaglio di grammatica. Ma la grammatica appare quasi solo scrivendo. Per leggere e parlare si può fare senza. Poi piano piano s'orecchia. Più tardi chi ci tiene può studiarla.

Del resto con la nostra lingua si fa così. Si riceve la prima lezione di grammatica dopo otto anni che si parla. Dopo tre che si legge e che si scrive».

 

Mentre sfoglio il libro mi giunge alle orecchie la conversazione telefonica tra due teenager maturande che si sono passate telefonicamente i compiti d'inglese: « Vado a silkepilarmi. Whatsappami tu dopo! »

Mi ritiro nuovamente nella lettura di un altro frammento degli otto ragazzi della scuola di Barbiana:

 

« Il compito di francese era un concentrato di eccezioni. […] Le difficoltà vanno messe in percentuale di quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del trabocchetto. Come se foste in guerra coi ragazzi.

Chi ve lo fa fare? Il loro bene?

Il loro bene no. Passò con nove un ragazzo che in Francia non saprebbe chiedere nemmeno del gabinetto. Sapeva solo chiedere gufi, ciottoli e ventagli sia al plurale che al singolare».

 

 

Ionesco e il Sig. Smith

 

Prendo in mano un altro libro. È di Eugène Ionesco, il drammaturgo francese di origini romene, per me semplicemente Eugen Ionescu. L'annotazione in Note e Contronote (Einaudi 1965) sul suo apprendimento della lingua inglese spiega la nascita del teatro dell'assurdo:

 

« Comprai un manuale di conversazione dal francese all'inglese, per principianti. Mi misi al lavoro e coscientemente copiai, per impararle a memoria, le frasi prese dal mio manuale. Rileggendole con attenzione, imparai dunque, non l'inglese, ma delle verità sorprendenti: che ci sono sette giorni nella settimana, ad esempio, cosa che già sapevo; oppure che il pavimento sta in basso, il soffitto in alto. [...] Per mia enorme meraviglia, la Sig.ra Smith faceva sapere a suo marito che essi avevano numerosi figli, che abitavano nei dintorni di Londra, che il loro cognome era Smith, che il Sig. Smith era un impiegato [...]. Mi dicevo che il Sig. Smith doveva essere un po' al corrente di tutto ciò; ma, non si sa mai, ci sono persone così distratte...»

 

Mentre ripongo il volume sullo scaffale della mia libreria, accanto a La Cantatrice Chauve (Gallimard 1993) ascolto, girato di spalle, un telegiornale delle venti.

Mi assalgono ancora, a tradimento, term ini sciorinati in un quarto d'ora di politica estera (escalation, convention, task force) e politica interna (jobs act, spending review, authority, bipartisan). Seguono cinque minuti di economia: bond, class action, default, rating, spread.

Tutto intervallato da «break pubblicitari» lo dice il conduttore stesso. Il resto è… calcio.

 

I miliardari chiedono l’elemosina all’estero

 

Le notizie dovrebbero raggiungere il più grande numero di fruitori, senza intenti diversivi. Invece assisto ad un bollettino d'informazione nato per confondere il pubblico da ammaestrare con frasi costellate da vocaboli inaccessibili o concetti ambigui e torbidi.

Un «linguaggio della vaselina», per dirla ancora con Cesare Marchi.

Si parla anche dello stato di salute della scuola italiana. Si raccolgono i primi “successi” di lungimiranti politiche di qualche anno fa che prevedevano una “strategia delle 3 I”: Informatica, Inglese, Impresa. Le classifiche europee sono impietose con una scuola che aspira ancora a diventare “buona”.

Mentre abbiamo dimenticato, pure nella didattica, gli ammonimenti dei ragazzi che a Barbiana si allenavano per la vita. Risalgono al 1967:

 

« Nella classe (sic) accanto c'era una sezione d'inglese. Più ingannati che mai.

Lo so anch'io che l'inglese fa comodo. Ma a saperlo. Non a cominciarlo appena come fate voi. Altro che gufi e ciottoli. Non sapevano dire neanche buonasera. E scoraggiati per sempre.

La prima lingua straniera è un avvenimento nella vita del ragazzo. Deve essere un successo, sennò guai».

 

Scriveva Tagore: « L'uomo muore nelle prigioni che s'è costruito, distrugge se stesso».

Davvero siamo convinti che l'esercito di parole inglesi sia liberatore?

« E il giorno della Fine non ti servirà l'inglese » cantava Franco Battiato nel 1979. Considerazione poi non tanto scontata in un mondo di troppi life coach e quasi altrettanti coachee. Nel frattempo è innegabilmente utile anche l'inglese. Ma facciamone buon uso.

Io regalerò alla mia amica un biglietto per il teatro. La porterò a vedere La cantatrice calva di Ionesco.

Che abbia ragione Marchi quando scrive, nel già citato In punta di lingua: «Siamo dei miliardari che chiedono l'elemosina all'estero»?

 

*Mihai Mircea Butcovan è nato nel 1969 a Oradea, in Transilvania, Romania. In Italia dal 1991, vive a Sesto San Giovanni e lavora a Milano. Ha pubblicato Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa 2006), Borgo Farfalla (Eks&Tra 2006) e Dal comunismo al consumismo. Fotosafari poetico esistenziale romeno-italiano (Linea BN 2009). Suoi racconti e poesie sono presenti in varie antologie. Ha collaborato con varie riviste e giornali tra cui « Internazionale» e « il manifesto»» . Collabora con il blog “ La città nuova” del «Corriere della Sera».

 

Immagine: Io speriamo che me la cavo (1992), regia di Lina Wertmüller


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0