03 aprile 2016

«Incipit» contro l'uso trascurato della lingua

di Michele A. Cortelazzo*

 

Per lunghi anni i linguisti hanno osservato con distaccata neutralità l’introduzione di forestierismi in italiano. È fisiologico, infatti, che una lingua si irrobustisca importando parole di altre lingue. Le dimensioni quantitative del fenomeno, poi, risultavano limitate: dal Lessico di frequenza dell’italiano parlato sappiamo che i forestierismi non adattati coprono solo lo 0,25% dei nostri discorsi; e fra di essi hanno un’ampia diffusione parole comunissime come ex e ok; inoltre, nel patrimonio lessicale censito dai comuni vocabolari dell’uso, in genere piuttosto prodighi nell’accogliere prestiti non adattati, la percentuale di anglismi non supera il 2% dell’inventario complessivo, come si ricava dai conteggi di Giuseppe Antonelli, mentre nel più esteso GRADIT la percentuale complessiva di esotismi non adattati arriva al 4%. Infine, l’esperienza del periodo fascista ha mostrato che il tentativo di imporre neologismi italiani in sostituzione di forestierismi ha tassi di successo molto ridotti.

 

Oggi sono molto più numerosi

 

Oggi la situazione è cambiata almeno da tre punti di vista. Il primo, è che i forestierismi (soprattutto anglismi) entrati in italiano negli ultimi anni appaiono molto più numerosi che nel passato, in particolare in alcuni ambiti comunicativi, come il marketing (appunto) e l’economia, l’informatica e le nuove tecnologie, le scienze, gli sport, la moda, gli hobby. Usando come metro la datazione presente nel GRADIT, gli anglismi introdotti nella nostra lingua dal 1990 al 2003 sono più di 1.400, cioè quasi un terzo di quelli entrati nel corso dell’intera storia dell'italiano, e nell’attuale decennio, pur in mancanza di dati specifici, l’impressione è quella di un’ulteriore accelerazione. È un numero rilevante, anche se è vero che i dati del passato sono depurati dei forestierismi che, una volta entrati in italiano, ne sono anche usciti.

Quello della transitorietà della permanenza in italiano di molti forestierismi è un fenomeno ben noto, per il quale faccio solo un esempio recente. Ricordate l’ice bucket challenge, la sfida dell’acqua gelata, dell’estate del 2014, diffusasi viralmente come forma di sensibilizzazione nei confronti della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e di finanziamento della ricerca? Assieme all’iniziativa si era ampiamente diffuso il nome. Ebbene, durante un’indagine svolta meno di un anno dopo l’evento da Giulia Roverato per la sua tesi di laurea, circa un terzo dei partecipanti, messo di fronte a una domanda che conteneva il nome della sfida, non ricordava già più che l’iniziativa si chiamasse Ice Bucket Challenge.

 

Aumenta la reattività dei parlanti

 

Il secondo cambiamento consiste nell’accentuazione della reattività dei parlanti, i quali, in numero sempre maggiore, si oppongono con irritazione alla diffusione degli anglismi. Ci sono almeno due dati recenti che documentano questo nuovo atteggiamento. Il primo è l’ampia risposta alla petizione Un intervento per la lingua italiana (#dilloinitaliano), lanciata da Annamaria Testa, che ha raggiunto quasi 70.000 adesioni in venti giorni (un numero molto alto per una petizione che non si è mossa sull’onda di un’emozione innescata da un’emergenza). La petizione di Annamaria Testa si è posta così tra le prime dieci petizioni del 2015 che hanno ottenuto un risultato. Il secondo è il successo che ha avuto l’articolo di «Repubblica» “Non usare bail-in, ma salvataggio interno”. La Crusca boccia i termini tecnici inglesi, richiamato in home page il 9 febbraio 2016: il 10 febbraio aveva raggiunto 17.900 condivisioni, contro le quasi mille del secondo articolo più condiviso.

 

Manipolazione politica

 

Il terzo argomento, il più rilevante, è che l’uso di voci inglesi in politica tradisce sempre più l’obiettivo di manipolare l’opinione pubblica: gli anglismi, negli ultimi anni, hanno finito per costituire l’ossatura del nuovo politichese, puntualmente ripreso e amplificato dalla stampa (forse più quella scritta che quella radiotelevisiva). Negli ultimi anni, provvedimenti controversi o temi delicati sono stati presentati all’opinione pubblica con nomi inglesi: foreign fighters, jobs act, quantitative easing, spending review, spread, voluntary disclosure e, da ultimo, stepchild adoption. Il carattere manipolatorio dell’uso dei termini inglesi è ben rappresentato da voluntary disclosure, che, grazie al suo nome esotico, non viene avvicinata ai tradizionali condoni fiscali (in parte a ragione, perché la voluntary disclosure comporta il pagamento integrale di imposte e interessi, in parte a torto perché permette, comunque, di ridurre in misura significativa le sanzioni ed è quindi parente stretto dei ripetuti condoni); oppure da stepchild adoption che significa, letteralmente, “adozione del figliastro”, o, in maniera ancora più trasparente, “adozione del figlio del partner”, ma spesso l’espressione è stata percepita come se volesse significare la possibilità di adottare bambini, in generale, da parte di coppie omosessuali.

 

Un servizio di monitoraggio per gli italofoni

 

Proprio le nuove caratteristiche dell’utilizzo dei forestierismi nel discorso pubblico italiano hanno sollecitato la costituzione, nell’ambito dell’Accademia della Crusca, del gruppo “Incipit”, che ha l’obiettivo di monitorare i forestierismi nel momento del loro primo ingresso in italiano e di promuovere l’uso di corrispondenti italiani, già esistenti o creati ad hoc. Del gruppo fanno parte studiosi, come Luca Serianni o io stesso, che un ventennio fa non si sarebbero mai sognati di impegnarsi in un’azione di contrasto all’ingresso in italiano dei forestierismi (Serianni l’ha spiegato bene in un articolo pubblicato anche sul «Corriere della Sera»).

  “Incipit” non è la riedizione della lotta ai forestierismi del periodo fascista, o un’imitazione meccanica di attività diffuse in altri Paesi, ma un servizio a favore della comunità italofona. È la comunità dei parlanti, infatti, che decide, con il suo comportamento concreto, se una   nozione vada designata con una parola italiana o con un forestierismo. Però, un conto è se la comunità linguistica è chiamata semplicemente ad accettare un forestierismo diffuso, a volte solo per pigrizia, da potentati economici o culturali; un altro conto è se può scegliere tra più soluzioni, una delle quali di origine straniera, che si presentano con lo stesso grado di prestigio. Solo in quest’ultimo caso viene garantita veramente ai parlanti la possibilità di scegliere la soluzione che pare più efficace e adeguata.

Sollecitare l’attenzione critica dei parlanti nel momento in cui adottano un forestierismo è un contributo a un più generale processo di acquisizione di consapevolezza nell’uso della lingua, che va ben oltre il ristretto problema dei forestierismi, in sé marginale: è un tentativo per ridurre la trascuratezza con cui molti, anche tra coloro che scrivono per professione, usano la lingua. Posso fare miei il titolo di un recente articolo scritto, per «La Lettura» del 27 marzo 2016, da Giuseppe Antonelli: «la tutela della lingua non è una pratica reazionaria e fascista», e, ancor più convintamente, la chiusa dell’articolo: «chi ama e cura la propria lingua, - chi si batte per insegnarla, promuoverla, diffonderla – (…) è senz’altro di parte, ma proprio per questo andrebbe definito partigiano: partigiano della lingua italiana».

 

Bibliografia

Tullio De Mauro, Federico Mancini, Massimo Vedovelli, Miriam Voghera, Lessico di frequenza dell'italiano parlato, ETASLIBRI, Milano 1993.

Tullio De Mauro, GRADIT. Grande dizionario italiano dell'uso, UTET, Torino, 1999-2000.

Raffaella Bombi, La linguistica del contatto. Tipologie d'anglicismi nell'italiano contemporaneo e riflessi metalinguistici, Roma, Il Calamo, 2005.

Claudio Giovanardi, Riccardo Gualdo, Alessandra Coco, Inglese-italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi? Nuova edizione riveduta e ampliata, San Cesario di Lecce, Manni, 2008.

La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi , a cura di Claudio Marazzini e Alessio Petralli, Firenze, GoWare, 2015.

Giulia Roverato, Se una sfida può essere d'aiuto. L'Ice Bucket Challenge come modalità per la comunicazione sociale (tesi di laurea magistrale, Università di Padova, 2015).

 

*Michele A. Cortelazzo (Padova, 1952), allievo di Gianfranco Folena, è professore ordinario per il settore “Linguistica italiana” all’Università di Padova. Ha insegnato anche nelle università di Saarbrücken, Innsbruck, Venezia, Trieste, Ferrara, Fiume. Il linguaggio amministrativo, quello giuridico e quello istituzionale sono stati, negli ultimi anni, i temi principali della sua ricerca. I suoi lavori più importanti sono raccolti in tre volumi : Lingue speciali. La dimensione verticale (Padova, Unipress, 1990), Italiano d'oggi (Padova, Esedra, 2000), I sentieri della lingua. Saggi sugli usi dell'italiano tra passato e presente (a cura di C. Di Benedetto, S. Ondelli, A. Pezzin, S. Tonellotto, V. Ujcich, M. Viale, Padova, Esedra, 2012). Socio corrispondente dell’Accademia della Crusca, fa parte del gruppo “Incipit” per il monitoraggio dei forestierismi incipienti.

 

Immagine: La sala delle Pale nella villa di Castello, attuale sede dell'Accademia

 

Crediti immagine: Sailko [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)]


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