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Da sterlino a jobs act: una storia di (im)prevedibili scelte

di Giovanni Iamartino*

 

Dall’antico sterlino (entrato in italiano all’inizio del Duecento) ai recenti selfie, app, jobs act o stepchild adoption è lunga la serie dei prestiti lessicali dall’inglese che sono entrati nella nostra lingua. Con il risultato, certo, di arricchire e svecchiare il repertorio lessicale, ma anche di produrre irritazione e disagio: comuni parlanti, ma anche scrittori, giornalisti e linguisti hanno a volte aiutato l’introduzione e la diffusione di anglicismi, più spesso ne hanno condannato l’abuso.

 

Boicottare to boycott?

 

Vale poco ricordare che non esistono lingue se non miste; che il purismo linguistico è una teoria, e soprattutto una pratica, difficilmente … praticabile; e che quando l’autarchia linguistica promossa dal fascismo ingiungeva agli italiani “Boicottate le parole straniere!”, sarebbe stato opportuno prendere atto che boicottare è un prestito di fine Ottocento dall’inglese to boycott, a sua volta tratto dal nome del capitano Charles C. Boycott (1832-1897). Rovesciando la direzione dell’influsso, è questo lo stesso tipo di errore commesso più di tre secoli prima da un purista inglese, il classicista John Cheke che, in una lettera al traduttore inglese del Cortigiano, scriveva a metà Cinquecento: «I am of this opinion that our own tung shold be written cleane and pure, unmixt and unmangeled with borowing of other tunges, wherein if we take not heed by tijm, ever borowing and never payeng, she shall be fain to keep her house as bankrupt». In questo proclama contro l’influsso lessicale alloglotto, Cheke fa uso dei prestiti francesi opinion e pure, e del prestito italiano bankrupt, che insieme a bank, cash e risk fa parte della terminologia economico-finanziaria esportata dai banchieri e mercanti italiani – anzi, lombard – nell’Inghilterra medievale.

 

Il passato può istruirci

 

L’uso della metafora economica – la parola come moneta, valuta straniera – è fuorviante, perché di certo il prestito lessicale non viene solitamente restituito, è di fatto un dono. Tuttavia, fa ben capire che il rischio è grosso, che la bancarotta linguistica è un pericolo da evitare. E se poi non è del tutto insensato paragonare l’enorme influsso esercitato dal Rinascimento italiano sull’Inghilterra elisabettiana con l’impatto linguistico e socioculturale che Gran Bretagna e USA hanno avuto sull’Italia, sull’Europa e sul mondo intero da oltre cinquant’anni a questa parte, forse il passato qualcosa può dirci.

 

Avere un atteggiamento critico

 

Allora, a fronte dei più recenti forestierismi – nella gran parte dei casi, anglicismi – sta a tutti noi parlanti italiani avere un atteggiamento critico, non preconcetto, ma attento e capace di distinguere quanto serve davvero da quanto invece rappresenta un inutile (se non addirittura vano e oscuro) sfoggio di esterofilia. E non serve essere dei linguisti di professione: tutti sanno che fare shopping è cosa ben diversa da fare la spesa, quindi quell’anglicismo è ormai per noi indispensabile. Ma innovazioni lessicali di questi mesi, come jobs act e stepchild adoption, sembrano più finalizzate a camuffare la realtà delle cose che a descriverla meglio.

 

Senza sfera di cristallo

 

Comunque, non avendo a disposizione la sfera di cristallo per predire il futuro di certe innovazioni lessicali di questi ultimi anni – spending review resisterà? Devolution è moribonda o già morta? – possiamo guardare al passato non lontanissimo, dell’Ottocento e del primo Novecento, per verificare l’impatto e la vitalità di prestiti dall’inglese entrati in italiano a quei tempi. E nell’esemplificazione farò riferimento ad anglicismi che in qualche modo hanno sollevato obiezioni, rifacendomi a due testi scelti non a caso: I neologismi buoni e cattivi (1886) di Giuseppe Rigutini, e la seconda edizione del Barbaro dominio. Seicentocinquanta esotismi esaminati, combattuti e banditi dalla lingua… (1943) di Paolo Monelli. Come si vede fin dal titolo, per il moderato Rigutini i neologismi possono essere anche ‘buoni’; per Monelli, che scrive al culmine del furore autarchico fascista, l’atteggiamento è diverso.

 

Fine Ottocento: il purismo equilibrato di Rigutini

 

Le parole analizzate da Rigutini sono per lo più francesismi o latinismi inutili. Fra i prestiti inglesi, Rigutini commenta meeting: «Che bisogno c’è di questo vocabolo inglese, quando abbiamo assemblea popolare o solam. assemblea? Gli antichi dicevano anche concione e parlamento». Alla voce scatinare (oggi schettinare), «formata dall’inglese, è preferibilissimo il Patinare [sic!] preso dai Fr., tanto più che è fatto comune tra noi». Di square, Rigutini afferma che «Fece anni sono capolino in Firenze insieme coi boulevards, condotto per mano dai soliti Ingegneri del Municipio; ma presto cedè il luogo al Giardino o Giardinetto, di modo che nessuno si attenta oggi a ripeterlo. Sono per conseguenza vane le esclamazioni del Lessico e gli esempj che egli fa, tutti applicati a Firenze». E ancora, tranvai: «Così e non altrimenti, secondo che dice il popolo toscano, si dovrebbe pronunziare e scrivere, italianizzando la voce inglese, e mettendo in atto il precetto d’Orazio del parce detorta, come è stato fatto in altre parole venuteci da lingue straniere». Infine, vagone: «È dall’inglese wagon: il francese, il tedesco ed altre lingue moderne lo hanno accettato. Non v’è dunque da fare gran meraviglia se anche in Italia fu accolto. Nulla di meno si vuol confessare che ogni dì più va cadendo d’uso, dicendosi più spesso Carrozze i veicoli destinati nelle strade ferrate ai viaggiatori, specialmente quelli di prima classe, e Carri i veicoli destinati alle merci».

 

Pattinare e non scatinare

 

Come si vede, l’atteggiamento attento ed equilibrato di Rigutini coglie il più delle volte nel segno: certo, ritiene inutile meeting perché lo associa all’accezione politica del termine con cui questo anglicismo era entrato in italiano, e non sembra intravvederne altri usi; ma coglie la maggior fortuna di pattinare rispetto a scatinare/schettinare; critica l’atteggiamento per lui inutilmente ed eccessivamente critico del Lessico dell’infima e corrotta italianità di P. Fanfani e C. Arlia (cinque edizioni tra il 1877 e il 1907), perché possono essere gli stessi parlanti a escludere dall’uso forme inutilmente introdotte come tecnicismi; suggerisce l’adattamento di grafia e pronuncia dei prestiti accolti dalla lingua, lasciando a quest’ultima il compito di autoregolare l’uso futuro, specie nella competizione con forme native.

 

Metà del Novecento: l'autarchia di Monelli

 

Passando da Rigutini a Monelli, si respira un’altra aria: è pur vero che nel frattempo l’impatto dell’inglese sull’italiano era andato aumentando e iniziava a sostituire il francese, ma l’atteggiamento ideologicamente marcato è ben più evidente. Alla voce nurse, Monelli sostiene che «È lecito fare piazza pulita di nurse e di bonne» continuando a impiegare le «buone vecchie parole nostre, bambinaia, governante»; certo, non poteva prevedere che i mutamenti sociali, oltre all’espandersi dell’inglese, ci avrebbero portato ad accogliere babysitter. Puzzle è «vocabolo inglese di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi». Quanto a match, «A noi pare che l’uso smodato che si fa di questa parola nel nostro linguaggio sportivo sia da condannarsi. Incontro di calcio vale perfettamente match di football. In altri casi i vocaboli italiani gara, partita, combattimento (nel pugilato) renderanno con più esattezza l’idea». E poi, a proposito di film, «Non c’è ragione che questa paroletta inglese debba uccidere l’italianissima pellicola. […] Riconosciamo a Bontempelli il diritto di dire filmo e filmi; non riconosciamo il diritto di imporci film agli importatori di pellicole americane che ci gabellano la parola per intraducibile e insostituibile».

 

Tramway, tranvie, tram e tramme

 

Riprendendo alcune delle parole trattate da Rigutini, si colgono in Monelli i mutamenti linguistici occorsi nel frattempo. A proposito di meeting, viene osservato che, se l’accezione politica è passata in secondo piano, quella sportiva si è fatta frequente: «Col crepuscolo della politica demagogica e piazzaiola anche questo vocabolo inglese [pron. mìtin(g), con la prima i lunga] parve scomparire; ed invece proprio in questi anni riceve nuova vita da alcuni giornalisti sportivi che vivrebbero più facilmente senz’aria che senza corsivi nei loro pezzi». Va qui notato sia la perdita dell’accezione politica del termine – nessuna sorpresa, data l’impossibilità del confronto politico sotto il regime fascista – sia la biasimata tendenza dei giornalisti sportivi a usare “corsivi”, ossia prestiti non adattati. Nel trattare di tramway, Monelli – forse facendo riferimento proprio a Rigutini – scrive che «I toscani, a modo loro, leggendo con felice ignoranza tramway pronunciarono e fecero tranvai; sarebbe stato preferibile per l’esattezza del significato che avessero letto giusto tram per indicare la carrozza e avessero fatto tramme, come hanno fatto gasse e rumme, e tramme adotteremmo anche noi. Ad ogni modo quello che è fatto è fatto, ed il popolo bisogna sempre ascoltarlo, quando decreta a suo modo e a suo gusto e fuori dell’influenza degli ignoranti e dei presuntuosi». Ma poche righe sotto aggiunge: «Tranvie di Firenze, tranvie di Torino, tranvie di Milano; la parola suona impacciata e pesante, come impacciato e pesante ormai questo mezzo di trasporto; auguriamoci che scompaia presto dalle nostre strade, e con esso la parola».

 

Il leader è un lèder?

 

E concluderei questo sguardo sul futuro… che è il nostro presente, con due frammenti del Monelli che è più censore dei costumi che dell’uso linguistico:

FLIRT: «[…] Molte ragazze che usavan dire del loro bello ‘il mio flirt’ ora si sono americanizzate e dicono ‘ il mio boy, il mio boy friend (pron. bòifrend)’. (Pericolo delle parole. Se lo chiamassero ‘il mio amoroso’ starebbero più attente la sera e non correrebbero il rischio di brutte sorprese.)».

LEADER: «Questa parola inglese, carissima agli scrittori di cronaca sportiva, si pronuncia pressapoco lida (dal verbo to lead, pron. tulìd, da una comune radice germanica; cfr. ted. leiten, pron. làiten). I bolognesi equivocano volentieri con lèder, che vuol dire ladro». 

Letture consigliate

Impossibile elencare anche solo i principali studi sugli anglicismi in italiano. Menzionerò solo i nomi di studiosi quali Gabriella Cartago, Michele Cortelazzo, Claudio Giovanardi, Riccardo Gualdo, Giovanni Iamartino, Ivan Klain, Laura Pinnavaia, Virginia Pulcini e Gaetano Rando, mescolando volutamente italianisti e anglisti. Faccio eccezione per il recentissimo volume a cura di Claudio Marazzini e Alessio Petralli, La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Accademia della Crusca / goWare, Firenze 2015.

 

*Giovanni Iamartino, ordinario di Storia della lingua inglese presso l’Università di Milano, si occupa da tempo della storia dei rapporti linguistici e culturali fra l’Italia e mondo inglese. Sugli anglicismi in italiano si veda in particolare La contrastività italiano-inglese in prospettiva storica (in «Rassegna Italiana di Linguistica Applicata», vol. 33, 2001, pp. 7-130). In prospettiva anglo-italiana si è pure occupato di Petruccio Ubaldini, del Baretti inglese, dell’influsso del dizionario di Samuel Johnson sulla lessicografia italiana del primo Ottocento, e dell’interesse inglese per l’impresa dei Mille. Iamartino è attualmente il Presidente dell’Associazione Italiana di Anglistica.

 


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