03 aprile 2016

A scuola, l'inglese che non c'è

di Daniele Scarampi*

 

C'è un filo sottile che unisce un'affermazione leopardiana, affidata alle pagine dello Zibaldone nel maggio del 1821, e il testo di un celebre boogie-woogie di Renato Carosone: la lingua inglese, suggerisce Leopardi, è la più viaggiatrice del mondo e, con essa, il suo impatto culturale; come per incanto, a un secolo di distanza, l'autore di 'O Sarracino racconta di un italiano medio che, dedito a bere whisky, ballare rock and roll e giocare a baseball, finisce non solo per imitare uno stile di vita, ma anche per compiacersi di un vocabolario in grado d'elevarlo culturalmente e soprattutto socialmente.

 

Stepchild , Eco e il bon ton

 

Dalla hit di Carosone è trascorso un altro mezzo secolo abbondante e la seduzione dell'anglicismo è rimasta intatta, di più: prestiti e calchi dall'idioma scespiriano sono oggi uno dei maggiori vanti propagandistici nazionali, nonostante sia ormai palese l'inutilità di parole straniere che abbiano un efficace corrispondente semantico in italiano. Protagonisti d'ogni disputa culturale, didattica, economica o filosofica sono sostantivi, locuzioni ed espressioni idiomatiche anglosassoni, entrati prepotentemente a far parte della nostra quotidianità; dalla voluntary disclosure alla criticatissima (e recentemente abiurata) stepchild adoption, si è discusso senza soluzione di continuità e a nulla son valsi gli sforzi di coloro che, con ricchezza di argomentazioni, hanno provato a far notare come collaborazione volontaria o adozione del configlio avrebbero avuto una resa semantica anche maggiore. Purtroppo la ricerca di un bon ton linguistico, Eco lo aveva ben scritto, ha un fascino del tutto esclusivo e talora si è pronti a sacrificare la ricchezza della propria lingua a favore di termini stranieri considerati più appropriati e al passo coi tempi.

 

Ma chi lo conosce a scuola?

 

Ma l'inglese, prima utilizzato in ogni circostanza, poi raccomandato perentoriamente a studenti, docenti e professionisti d'ogni sorta quale condicio sine qua non in una società progredita e cosmopolita, come viene percepito dai giovani che per primi vi si cimentano sui banchi di scuola? La risposta invero soffoca ogni facile entusiasmo: l'inglese, e in generale la lingua straniera, viene diffusamente considerato come ostico e lontano e il modestissimo livello raggiunto dagli studenti dei primi cicli d'istruzione, mi riferisco in particolare alla scuola secondaria di I° grado, ne è prova inconfutabile. Cerchiamo allora di sondare le cause di questo deficit, intuirne i motivi e, nei limiti del possibile, ipotizzare delle strategie che possano condurre verso valide soluzioni.

 

L'inglese, questo “falso amico”

 

Spesso i giovani studenti che incontrano la lingua straniera s'arrendono alle prime difficoltà e s'arroccano dietro croniche incapacità; questo atteggiamento rinunciatario è dovuto in parte ai docenti, magari poco motivati, motivatori o didatticamente impreparati: di solito si è concordi nel ritenere che la scuola italiana insegni male l'inglese (e non solo), soprattutto nel primo ciclo d'istruzione; non a caso, quando lo studente approda nelle scuole superiori, le lacune grammaticali e lessicali sono così palesi da rendere lo studio della letteratura anglosassone una fatica destinata all'insuccesso.

Le difficoltà maggiori degli studenti, a detta della maggioranza dei docenti in forze alla secondaria di I° grado, si riscontrano nella fonetica e nel lessico. La pronuncia   rappresenta una prima barriera, essendo l'inglese una lingua notoriamente poco trasparente, anzi opaca, che grande è la discrepanza tra la realizzazione fonetica e quella grafica. Infatti in molti casi non vi è una diretta corrispondenza tra grafema e fonema (in italiano grafemi e fonemi coincidono in undici casi); l'inglese prevede inoltre ben dodici suoni vocalici, la cui pronunzia differente è semanticamente discriminante: basti pensare alla realizzazione fonetica di ship, nave e a quella di sheep, pecora. In àmbito lessicale, invece, è sufficiente notare come una preposizione possa modificare il significato di un sostantivo o di un verbo (mi riferisco, per esempio, a get up, alzarsi e get in, entrare); oppure capita di doversi misurare con i cosiddetti “falsi amici”, ossia termini inglesi di derivazione latina che, nel tempo, hanno evoluto in modo indipendente il loro significato (sympathy, compassione; factory, fabbrica; parents, genitori; ecc.).

 

Studio mnemonico e approssimativo

 

Quanto alla morfologia, considerata per tradizione semplice e flessibile, se rapportata ad altre lingue, può tuttavia essere percepita dal discente come eccessivamente prescrittiva: siano esaustivi, per intenderci, il soggetto, che in inglese va sempre esplicitato e il rigido ordo verborum (il complemento di tempo, ad esempio, può stare solo all'inizio o alla fine della frase).

Sfortunatamente c'è dell'altro. Le lingue straniere, in particolare quella inglese, vengono percepite sui banchi non solo come una sfida impari e ardua da affrontare, ma anche come un'attività poco produttiva o estranea alla quotidianità.

A fronte di anni di studio, perlopiù mnemonico e approssimativo, i ragazzi si scontrano con l'impossibilità di utilizzare in contesti reali quanto appreso con fatica; troppo spesso legati alla dimensione angusta del libro di testo, i giovani alunni stentano a riconoscere anche singoli termini, pur avendoli già affrontati tante volte.

 

Il cortile e il melting pot

 

Quantunque il luogo comune per eccellenza voglia le nuove generazioni immerse in un melting pot culturale e linguistico, la realtà dei fatti evidenzia ragazzi arroccati nei confini rassicuranti della propria lingua d'appartenenza (a sua volta deficitaria) e, in genere, restii nel mettersi in gioco in contesti extrascolastici: del resto, l'applicazione pratica delle conoscenze apprese a scuola è un evento assai raro, soprattutto per chi vive in provincia o, per varie contingenze, non ha la possibilità di effettuare viaggi all'estero, gemellaggi o altre esperienze affini.

In sintonia con l'anglicizzazione che è dilagata non solo in Italia, i giovani hanno adottato termini e slogan tipicamente anglosassoni, in modo da veicolare messaggi in modo sintetico e “moderno”. L'utilizzo dell'inglese, tuttavia, solo rarissimamente interviene per comunicare concetti più complessi. Il problema dunque trascende la dimensione scolastica per approdare a quella culturale: se nella scuola primaria i bambini dimostrano un certo entusiasmo nei confronti della lingua straniera, essendo una curiosa novità, l'adolescente finisce sempre per smarrire lo slancio infantile già nel primo biennio della secondaria di I° grado, a causa sia di una didattica non facilitante sia di un contesto socio-culturale che riserva alla lingua straniera un ruolo del tutto marginale. Potremmo supporre, in sintesi, che per gli studenti delle ex scuole medie esistano due differenti lingue inglesi: quella imprigionata nei libri di testo, per la quale provano una totale indifferenza, e quella dei brevi messaggi afferenti il mondo della musica, della pubblicità o dello sport, che apprezzano perché rimanda alla modernità e alla globalità, ma che vivono più come soggetti passivi che come reali utilizzatori di un lessico il cui significato a volte intuiscono, raramente comprendono, quasi sempre ignorano.

Ora, poiché trovare delle soluzioni risolutive è impossibile, occorre almeno ipotizzare delle strategie utili a perseguire due obiettivi: una didattica più leggera ed efficace, dunque meno emendativa e limitante, e uno studio della lingua più coinvolgente.

Quanto al primo obiettivo, essendo previste soltanto tre ore settimanali di lingua inglese, almeno nella secondaria di I° grado, sarebbe forse sufficiente snellire la programmazione didattica, indirizzandola verso traguardi pratici più motivanti.

Magari investendo sul lessico e sulla progressiva conoscenza di nuovi vocaboli, senza tuttavia trascurare il periodico ripasso di quelli già acquisiti. Del resto, il bagaglio lessicale, impreziosito da nuove occorrenze via via classificate per categorie d'argomenti, non può che essere propedeutico allo sviluppo di competenze comunicative e di abilità linguistiche primarie, quali la comprensione orale (listening) e la produzione orale (speaking).

Per ciò che concerne invece il secondo obiettivo, lo studio dell'inglese risulterebbe più accattivante se facesse leva sulla cosiddetta glottodidattica esperienziale, incentrata sullo sviluppo della motivazione individuale. A detta degli insegnanti, infatti, la situazione d'apprendimento ottimale, nell'àmbito delle lingue straniere, è di certo quella olistica, opposta alla memorizzazione meccanica: ascoltare, vedere, parlare e soprattutto sperimentare attraverso la creatività, l'interazione, l'immaginazione e la creazione di reti concettuali.

 

Straniera e senza uso

 

L'inglese, dunque: un illustre sconosciuto. Così pare, sondando il parere degli addetti ai lavori. Non resta che prenderne atto, esperienze e dati alla mano. Oltretutto, la scuola dell'obbligo tende sempre a incrementare gli sforzi per il recupero dei discenti in difficoltà, ovvero la maggior parte, a scapito del potenziamento delle rare eccellenze.

Inoltre, le diffuse ristrettezze economiche, unite ad altre criticità familiari, impediscono agli insegnanti di indirizzare i propri alunni verso il conseguimento di certificazioni europee, percorsi formativi importanti, ma notoriamente costosi.

In conclusione, di là dai problemi pratici e logistici legati alle strategie d'insegnamento, ritengo che l'apprendimento di una lingua straniera sia un processo imperniato sulla comunicazione. Quindi l'uso (use) della lingua è di certo preferibile alla conoscenza delle strutture linguistiche in quanto tali (usage).

Il successo di ogni allievo dovrebbe essere sempre misurato sulla capacità di   scegliere le forme linguistiche idonee alle diverse variabili che vincolano le situazioni comunicative; in quest'ottica è necessario che l'insegnante allestisca strutture didattiche adeguate a tale scopo, significative soprattutto dal punto di vista dello studente.

 

Nota bibliografica

Questo articolo nasce dal colloquio con sei insegnanti di lingua inglese, di sei plessi differenti dislocati nel savonese; dunque non esiste una vera e propria bibliografia e ciò che ho scritto ha inteso dare forma a uno scambio di idee e riflessioni. Tuttavia, soprattutto per le conclusioni, mi sono avvalso di due testi molto specifici, ovvero: Il curricolo verticale di lingua straniera, a cura di Gisella Langè, Torino, Loescher, 2013; Bilinguismo e traduzione: dalla neurolinguistica alla didattica delle lingue, a cura di Laura Salmon e Manuela Mariani, Milano, Franco Angeli, 2012.

 

*Daniele Scarampi è dottore in Storia, orientamento antico, presso l'Università degli Studi di Genova. Insegnante di Lettere negli Istituti d'istruzione secondaria della provincia di Savona, si occupa, tra l'altro, di problemi di didattica e di didattica dell'italiano. Ha collaborato con alcune riviste locali d'ambito culturale e divulgativo. Ha esordito in letteratura, nel 2010, con un romanzo breve.

 

Immagine: Studenti a un Workshop Wikidata

 

Crediti immagine: Ambadyanands [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]


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