02 marzo 2011

Giuseppe Garibaldi: il lessico infiammato

di Alberto D’Alfonso*

Giuseppe Garibaldi è sicuramente il personaggio più popolare del nostro Risorgimento, grazie al fascino della sua vita avventurosa e all’indubbia eccezionalità delle sue imprese; una figura che ha da sempre suscitato grande interesse, specie nell’ultimo quinquennio. Se si dispone però di molto materiale storico e di testimonianze sulla vita dell’Eroe dei due mondi dagli anni Trenta in poi, sulla sua formazione le notizie non sono molte. Nato da genitori liguri in una città al confine tra due culture – Nizza era nel 1807 territorio della Francia – egli ebbe la possibilità di imparare l’italiano e il francese (e alcuni rudimenti d’inglese), e nei suoi tanti viaggi fu a contatto soprattutto con lo spagnolo e il portoghese.
 
Numerosi epistolari
 
Sappiamo che i suoi studi scolastici a Genova furono poco proficui, ma che in lui fu sempre viva una grande passione per la storia antica e per gli scrittori italiani (tra i quali Alfieri, Foscolo e Guerrazzi). Il Generale fu un lettore appassionato; non fu un intellettuale, ma la scrittura nella sua vita ebbe sempre un ruolo centrale. Oltre a intrattenere numerosi rapporti epistolari (sia in italiano sia in francese), era solito annotare le sue impressioni durante la navigazione e nei momenti di riposo dalle campagne militari (nel 1862 si cimentò anche in un Poema autobiografico); negli ultimi anni i problemi economici lo spinsero a scrivere quattro romanzi in un periodo relativamente breve (Clelia, Cantoni il volontario, I Mille e Manlio, tutti tra la fine degli anni Sessanta e il 1874), e a curare la revisione definitiva delle sue Memorie (1872), alle quali aveva lavorato fin dagli anni Quaranta.
 
Incerto e aperto
 
Garibaldi non fu – come è stato definito – uno “scrittore popolare”: egli crebbe in una famiglia benestante, e il suo personaggio va inquadrato nella cultura democratica del secondo Ottocento; una cultura della quale egli impiega in maniera affrettata e superficiale il linguaggio, sensibile più alle suggestioni retoriche (chiama gli italiani «figli dell’Ausonia»; Napoli è la «superba capitale dal focoso destriero» e Nizza «la bellissima Cimele dei Romani»; un generale inglese parla «in nome d’Albion») che alla coerenza formale. Indubbiamente la sua educazione letteraria fu poco sistematica: l’italiano dell’Eroe è incerto, fortemente esposto all’influenza delle parlate con cui egli fu a contatto durante la sua esistenza.
 
L’energico trattino
 
Il lettore di Garibaldi è di solito colpito dalla particolarità del suo uso della punteggiatura; un uso legato ai ritmi dell’oralità, nel quale spicca l’ampia presenza del trattino, spesso impiegato come generico segno interpuntivo («O Luigi! – Le tue ossa, sparse negli abissi dell’Oceano – meritavano un monumento – ove il proscritto riconoscente – potesse un giorno, ricambiarti d’una lacrima, sulla sacra terra italiana!»). A tale particolarità va affiancata la tendenza alla costruzione dei periodi attraverso la giustapposizione di incisi ed esclamazioni, tendenza che in molti casi dà l’impressione di un accumulo continuo di pensieri («Il Rio de la Plata – circonda lo stato di Montevideo – detto anche Banda Oriental – alla sua sinistra – e siccome cotesto bellissimo stato è formato da colline più o meno alte – il fiume ne ha roso la costa, e vi ha formato delle rupi, quasi uniformi – in certi luoghi altissime, e per un lungo spazio – »).
 
Aguerrito e combattutto
 
Nella resa grafica di molte forme va rintracciata la pressione di modelli linguistici non italiani, perlopiù il francese (la ï in egoïsmo; l’uso del trattino breve sia in calchi come franco-tiratore sia in parole come Stati-Uniti) e lo spagnolo (l’accentazione della i tonica in fantasìa, sia pure con accento ora grave ora acuto). Alla stessa influenza va ascritta una diffusa incertezza nella resa di consonanti scempie e intense (aguerrito, eficace e mulato accanto a barrile, dallo spagnolo; villagio e dissecare accanto a rissentimento, dal francese); un’incertezza notevole, dovuta anche alla provenienza settentrionale, che dà spesso luogo all’alternanza di forme concorrenti nella stessa pagina (difettosa/diffettosa, o anche in nomi di luoghi, come Bezzeca/Bezzecca) o a scambi e ipercorrettismi (combattutto e abatutto). L’interferenza del francese e dello spagnolo è chiara anche in alcuni fenomeni sintattici: da un lato l’uso del superlativo con doppio articolo («tutti i mezzi i più subduli»), i costrutti come andare/venire arrivando e le espressioni con valore modale introdotte dalla preposizione di («Una carica […] fu eseguita dai borbonici d’un modo brillante»); dall’altro la funzione attributiva del gerundio («sull’orlo d’un fosso […] trovavasi una povera donna lavando i panni»).
 
Parole nuove (e polemiche)
 
L’aspetto più interessante della pagina garibaldiana è senz’altro la varietà del lessico, una caratteristica che in qualche modo ne controbilancia l’impaccio espressivo dal punto di vista sintattico e interpuntivo. Accanto a una forte propensione all’uso di aulicismi (oste ‘esercito’, mefite ‘esalazione sgradevole’, genitrice ‘madre’) e alla scelta di varianti ricercate (come ruina, polve o pugnare) va registrata una significativa quota di forestierismi, tra i quali meritano attenzione quelli adattati (acclimati nell’italiano, come evacuare o fucile; ma anche meno diffusi, come defezionare e nazionale ‘connazionale’). Un ampio repertorio di epiteti negativi ed espressioni polemiche è usato in riferimento ai clericali («neri traditori», «personificazione della menzogna»; espressioni tipiche sono «lepra pretina» e «nera genìa, gramigna contagiosa dell’umanità»). Va segnalata infine una notevole apertura ai neologismi, evidente sia nelle voci appartenenti alla tecnica militare e marinaresca (con i vari antiposto, arenamento, pennone e stagnare) sia nella produttività di alcuni suffissi, come -ismo (cavourismo, mutismo, borbonismo, cretinismo), -ario (spedizionario, stanziario e temporario) o -eria (mazzineria).
 
Riferimenti bibliografici
Giuseppe Monsagrati, Giuseppe Garibaldi, in Dizionario Biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1999, CII, pp. 315-331.
Paolo Orvieto, Buoni e cattivi del Risorgimento. I romanzi di Garibaldi e Bresciani a confronto, Roma, Salerno Editrice, 2011.
Andrea Possieri, Garibaldi, Bologna, Il Mulino, 2010.
Lucy Riall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe (trad. Davide Scaffei), Roma-Bari, Laterza, 2007.
Alfonso Scirocco, Garibaldi: battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Roma-Bari, Laterza, 2001.
Luca Serianni, Il secondo Ottocento (Storia della lingua italiana diretta da Francesco Bruni), Bologna, Il Mulino, 1990, pp. 225-30.
Fernando Tempesti, Garibaldi scrittore, «Italianistica», II (1973), pp. 550-56.
 
*Alberto D’Alfonso sta per conseguire il titolo di dottore di ricerca in Linguistica italiana presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”. Si è occupato di lingua dell’Ottocento e di narrativa italiana degli anni Novanta. Si interessa di insegnamento dell’italiano a stranieri. Collabora alla Bibliografia Generale della Lingua e della Letteratura Italiana del Centro Pio Rajna.
 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0