20 dicembre 2017

«Parole che fanno ardere i cuori»: lingue e comunicazione di papa Francesco

di Edoardo Buroni*

 

Ormai da diversi decenni la Chiesa cattolica ha compreso, e legittimato, l’importanza e l’efficacia dei mezzi di comunicazione di massa; una questione fondamentale per un’istituzione che ha per missione la diffusione di un evangelo «fino ai confini della terra» (At 1,8). Anche in conseguenza di questo, la personalità, l’immagine, la capacità comunicativa e le doti massmediatiche dei papi hanno rivestito un ruolo ancor più rilevante che in passato. Inoltre, al parallelo riconoscimento del valore degli idiomi locali anche per la liturgia e per la traduzione dei testi sacri (oltre che, storicamente, per la predicazione e la catechesi) si è più di recente aggiunta una novità che ha interrotto una prassi plurisecolare quasi priva di eccezioni: quella che vedeva succedersi sul soglio petrino solo pontefici di origine italiana.

 

Di papa in papa, la continuità

 

In tale quadro si inserisce la figura di papa Francesco, personalità dirompente che ad indubbie peculiarità associa tratti di continuità rispetto ai suoi più vicini predecessori, come in parte si è già potuto leggere dalle pagine di questo portale (Papale papale: la Parola da Giovanni XXIII a Francesco): Jorge Mario Bergoglio viene infatti spesso definito «papa del dialogo», espressione usata ad esempio per Paolo VI; così come l’umanità paterna di Francesco ricorda da vicino quella del «papa buono» (Giovanni XXIII) e del «papa del sorriso» (Giovanni Paolo I); o ancora, la meritata fama di essere un papa mediatico, che lo ha anche portato nel giugno 2015 ad istituire una Segreteria per la Comunicazione, ricalca quella analoga di Giovanni Paolo II. Assai meno marcate invece, almeno sotto questo profilo, le analogie con l’immediato predecessore Benedetto XVI.

 

Papa Francesco: la comunicazione efficace

 

Ad alcuni anni di distanza valgono ancora, e anzi sono state ulteriormente confermate, le parole che introducevano il ricordato speciale della Lingua Italiana Treccani, quando a proposito dell’allora neo-pontefice era possibile dare solo qualche prima impressione: «Papa Francesco ha colpito e continua a colpire tutti per il senso di autenticità e immediatezza che promana dai suoi gesti e dalle sue parole. Esplicito, chiaro, franco, diretto, papale papale…». Gesti e parole, tra loro complementari e inseparabili, sono dunque fondamentali per comprendere le modalità e l’efficacia della comunicazione di papa Francesco, come lui stesso ha sottolineato a inizio ottobre 2017 alla Piccole Sorelle di Gesù («questo amore di Dio deve esprimersi più nell’evangelizzazione dei gesti che delle parole»): i gesti fisici e simbolici, eloquenti anche in senso etimologico, improntati alla spontaneità, all’umiltà e alla cordialità (iniziando dall’inchino silenzioso per ricevere su di sé la benedizione e la preghiera dei fedeli di Piazza San Pietro al primo apparire dopo la “fumata bianca” del 13 marzo 2013), che si distinguono da quelli più calcolati e televisivi – ancorché ugualmente telegenici – di Giovanni Paolo II; e le parole che, seppur ricche di «misericordia» (sostantivo molto caro a papa Francesco) e di genuina semplicità per essere comprese dai più, all’occorrenza sanno innalzarsi stilisticamente o caricarsi del peso e della veemenza della denuncia per le «inequità» (forma più rara su cui il pontefice insiste molto già a partire dalla sua prima esortazione apostolica, Evangelii Gaudium, una sorta di “magna charta” del suo ministero) che affliggono l’umanità.

 

La fede e la Parola

 

Una caratteristica della comunicazione verbale di papa Francesco è il ricorso a più varietà linguistiche e stilistiche, che vengono variamente declinate e mescolate a seconda del contesto, degli interlocutori e del medium di trasmissione. Per ciò che riguarda gli idiomi classici e biblici che fondano la teologia cattolica si può ricordare quanto l’attuale pontefice ha scritto “a quattro mani” insieme al suo predecessore, anche a dimostrazione del fatto che un ben diverso stile pastorale non è sinonimo di fratture sul piano dottrinale: «La fede è la risposta a una Parola che interpella personalmente, a un Tu che ci chiama per nome. […] La fede capisce che la parola, una realtà apparentemente effimera e passeggera, quando è pronunciata dal Dio fedele diventa quanto di più sicuro e di più incrollabile possa esistere, ciò che rende possibile la continuità del nostro cammino nel tempo. La fede accoglie questa Parola come roccia sicura sulla quale si può costruire con solide fondamenta. Per questo nella Bibbia la fede è indicata con la parola ebraica ’emûnah, derivata dal verbo ’amàn, che nella sua radice significa “sostenere”. Il termine ’emûnah può significare sia la fedeltà di Dio, sia la fede dell’uomo. L’uomo fedele riceve la sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele. Giocando sui due significati della parola – presenti anche nei termini corrispondenti in greco (pistós) e latino (fidelis) –, san Cirillo di Gerusalemme esalterà la dignità del cristiano, che riceve il nome stesso di Dio: ambedue sono chiamati “fedeli”» (Lumen Fidei, nn. 8 e 10).

 

Gesù con i discepoli di Èmmaus

 

A partire da questa convinzione anche metalinguistica, dunque, papa Francesco sfrutta ogni varietà di lingua, e di lingue, per tradurre la Parola della «gioia del Vangelo» nelle parole delle “pecorelle” che gli sono affidate; e come invita i pastori ad immergersi nelle proprie greggi per lasciarsi intridere del loro odore (cfr. EG, n. 24 e l’omelia del 2 aprile 2015), così li esorta a servirsi, sul modello di Gesù con i discepoli di Èmmaus (cfr. Lc 24,13-35), di «parole che fanno ardere i cuori» (cfr. EG, nn. 142-144), dando lui per primo l’esempio. Non è quindi una semplice captatio benevolentiae il ricorso, ad esempio, alle espressioni dialettali. Fin dal suo primo viaggio apostolico in terra italiana, a Lampedusa l’8 luglio del 2013, papa Francesco nell’omelia si è rivolto ai migranti musulmani con la formula «o’ scia’» (‘fiato mio, mio respiro’), il saluto vernacolare con cui sull’isola si esprime il più sincero e profondo affetto interpersonale; e solo quattro mesi più tardi, nel corso di un’udienza generale a Piazza San Pietro, per rimanere alla medesima varietà diatopica, il pontefice ha citato, in italiano, un proverbio siciliano («Megghio ’na vuota arrussicare ca cento vuote aggialliare», ‘meglio arrossire una sola volta che diventare gialli cento volte’), introducendolo con un affettivo e familiare «le nostre mamme e le nostre nonne dicevano».

 

Il cristiano non spuzza

 

Forse più autobiografico, considerate le origini di Bergoglio, quanto pronunciato all’udienza generale del 4 giugno 2014 rispetto ad un’errata idea di «pietà», in cui merita di essere sottolineato ancora l’uso della prima persona plurale: «in piemontese noi diciamo: fare la “mugna quacia”», ‘suora quatta’, espressione analoga alla «madonnina infilzata» di manzoniana memoria. Un sostrato dialettale emerso con un certo risalto mediatico e editoriale quando il papa, parlando a braccio a Scampia nel marzo 2015, si è soffermato anche metalinguisticamente ed enfaticamente su uno dei mali più diffusi della nostra società: «Quanta corruzione c’è nel mondo. È una parola che, se noi la studiamo un po’, è brutta, perché una cosa corrotta è una cosa sporca. Se noi troviamo lì un animale che è morto e si corrompe e è corrotto, è brutto; ma anche spuzza. La corruzione spuzza, e la società corrotta spuzza! Un cristiano che lascia entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano: spuzza!»; intervento concluso con l’augurio decisamente più partenopeo «’A Maronna v’accumpagne!».

 

Pensare in dialetto

 

Con diversa latitudine papa Francesco muta varietà dialettale ma non strategia comunicativa; è così infatti che nel marzo del 2017 ha ricordato al termine dell’Angelus in Piazza San Pietro l’appena conclusasi visita apostolica in terra ambrosiana: «Vi ringrazio tanto, cari milanesi, e vi dirò una cosa: ho constatato che è vero quello che si dice: “A Milan si riceve col coeur in man!”». Né il vescovo di Roma – così ha tenuto a definirsi il pontefice fin dal suo primo discorso – poteva tralasciare l’idioma della sua diocesi, che già aveva portato Giovanni Paolo II, nel febbraio del 2004, a pronunciare davanti ai parroci dell’Urbe qualche espressione in romanesco. Ma papa Francesco si è spinto oltre, considerando quella varietà linguistica (emblema per ogni altra) come uno strumento pastorale e spirituale: «La prima delle chiavi per entrare in questo tema ho voluto chiamarla “in romanesco”: il dialetto proprio dei romani. Non di rado cadiamo nella tentazione di pensare o riflettere sulle cose “in genere”, “in astratto”. Pensare ai problemi, alle situazioni, agli adolescenti… E così, senza accorgercene, cadiamo in pieno nel nominalismo. Vorremmo abbracciare tutto ma non arriviamo a nulla. Oggi su questo tema vi invito a pensare “in dialetto”. […] Non per rinchiudersi e ignorare il resto (siamo sempre italiani), ma per affrontare la riflessione, e persino i momenti di preghiera, con un sano e stimolante realismo. Niente astrazione, niente generalizzazione, niente nominalismo». Parole, dunque, che non siano puri significanti o concetti iperuranici, ma che si carichino di significato e di concretezza, vicino alla spontaneità e alla sfera affettiva dell’uomo.

 

Materno ed ecclesiale

 

Non si tratta peraltro di una novità, perché già nell’Evangelii Gaudium (nn. 139-140) papa Francesco aveva espresso considerazioni analoghe, che a partire dal dato linguistico si rivestivano di una forte valenza pastorale: «Come a tutti noi piace che ci si parli nella nostra lingua materna, così anche nella fede, ci piace che ci si parli in chiave di “cultura materna”, in chiave di dialetto materno (cfr. 2Mac 7,21.27), e il cuore si dispone ad ascoltare meglio. Questa lingua è una tonalità che trasmette coraggio, respiro, forza, impulso. […] Questo ambito materno-ecclesiale in cui si sviluppa il dialogo del Signore con il suo popolo si deve favorire e coltivare mediante la vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti». Una raccomandazione che il pastore gesuita “padre Bergoglio” si sforza di mettere in pratica per primo.

 

La lingua italiana per la Chiesa nel mondo

 

È significativo anche il rapporto tra la lingua italiana e gli altri idiomi in occasione di eventi internazionali. Anzitutto si rilevano alcune differenze rispetto ai predecessori: ad esempio nel 2015 all’assemblea generale dell’ONU papa Francesco è intervenuto nel “suo” spagnolo, diversamente dall’inglese scelto da Benedetto XVI nel 2008; e mentre Giovanni Paolo II nel 1995 si rivolse in francese ai membri del parlamento europeo, nel 2014 papa Francesco ha optato per l’italiano, lingua con cui comunica anche in altre visite apostoliche presso Paesi di ben diverso idioma: un caso su tutti l’intervento politico-istituzionale del novembre 2017 in Myanmar. Si tratta di scelte analoghe a quelle che l’attuale successore di Pietro effettua quando si rivolge ad interlocutori di diverse nazionalità ma in contesti più squisitamente religiosi. A puro titolo esemplificativo si possono considerare le ultime giornate mondiali della gioventù: mentre a Rio de Janeiro, nel luglio del 2013, papa Francesco ha pronunciato il discorso della veglia e l’omelia in portoghese (altra lingua neolatina), nell’estate del 2016 a Cracovia il pontefice ha optato per l’italiano, riconosciuto evidentemente come la lingua “dell’uso” della Chiesa nel mondo contemporaneo, mentre al latino è ormai attribuita una funzione più tradizionale, istituzionale-liturgica e legata ai documenti pontifici ufficiali. Non è forse azzardato vedere in questo un’affinità con il santo di cui il papa ha scelto il nome, che ha avuto un ruolo non irrilevante proprio nella diffusione di un volgare italiano anche grazie a quel Cantico delle creature a cui l’attuale pontefice si è ispirato per l’enciclica del 2015 (Laudato si’).

 

Cor ad cor loquitur

 

Un poliglottismo e un’attenzione alla nostra lingua che papa Francesco condivide dunque con i suoi immediati predecessori stranieri (sempre che l’aggettivo sia pertinente in riferimento al pastore della Chiesa universale); così come con essi condivide, quando parla in italiano, un’assai percepibile, ma non imbarazzata, cadenza intonativa e fonetica che ne palesa la provenienza. Ma tutto ciò non è sfruttato per sfoggio di erudizione, quanto piuttosto per ricondurre ad unità pentecostale, o almeno ad un unico fine, la molteplicità babelica delle lingue e della cultura umane, come spiegato dallo stesso pontefice agli studenti e al mondo universitario di Bologna nell’ottobre 2017, ancora una volta con un’esplicita sottolineatura etimologica: «Cultura – lo dice la parola – è ciò che coltiva, che fa crescere l’umano. E davanti a tanto lamento e clamore che ci circonda, oggi non abbiamo bisogno di chi si sfoga strillando, ma di chi promuove buona cultura. Ci servono parole che raggiungano le menti e dispongano i cuori, non urla dirette allo stomaco. Non accontentiamoci di assecondare l’audience; non seguiamo i teatrini dell’indignazione che spesso nascondono grandi egoismi; dedichiamoci con passione all’educazione, cioè a “trarre fuori” il meglio da ciascuno per il bene di tutti».

Una comunicazione, dunque, improntata al dialogo e alla prossimità umana, in cui lo scambio reciproco di parole pronunciate e ascoltate è reso chiaro e fecondo perché basato sull’unica lingua universale, quella del cuore: cor ad cor loquitur, secondo l’espressione di un santo omonimo dell’assisiate, Francesco di Sales, dottore della Chiesa e patrono di diversi professionisti legati al mondo della comunicazione; oltre che del Piemonte, la regione originaria della famiglia Bergoglio.

 

Letture

Per gli scritti e gli interventi ufficiali di papa Francesco si rimanda al sito www.vatican.va, ma anche ai relativi video privi delle correzioni e delle modifiche della mediazione editoriale.

Daniela Saresella (a cura di), La lingua italiana nel mondo attraverso l’opera delle Congregazioni religiose, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001.

Rosarita Digregorio, Contributi alla ricostruzione della politica linguistica della Chiesa cattolica italiana postconciliare, in «Studi linguistici italiani», 29, 2003, pp. 49-117.

Massimo Arcangeli (a cura di), L’italiano nella Chiesa fra passato e presente, Torino, Allemandi, 2010.

Vittorio Coletti, L’italiano della messa, in Rita Librandi (a cura di), Lingue e testi delle riforme cattoliche in Europa e nelle Americhe, Firenze, Cesati, 2012, pp. 343-356.

Franco Pierno, Chiesa cattolica e politiche linguistiche post-conciliari, ivi, pp. 357-376.

MichaelDavide Semeraro, Papa Francesco: la rivoluzione dei gesti, Molfetta, La meridiana, 2013.

AA.VV., Papale papale. La Parola da Giovanni XXIII a Francesco, speciale «Lingua Italiana» magazine, Treccani on line.

Michele Colombo, Dio in italiano. Bibbia e predicazione nell’Italia moderna, Bologna, EDB, 2014.

Fabio Zavattaro, Stile Bergoglio, effetto Francesco. I segreti di un successo, Roma, San Paolo, 2014.

Claudio Marazzini, La lingua italiana. Storia, testi, strumenti, Bologna, il Mulino, 20152.

Tommaso Stenico, Il vocabolario di papa Francesco, Reggio Emilia, Imprimatur, 2015.

Lodovica Maria Zanet, Le parole di papa Francesco, Bologna, EDB, 2015.

Antonio Carriero (a cura di), Il vocabolario di papa Francesco, Torino, Elledici, 2016, 2 voll.

Salvatore Claudio Sgroi, Il linguaggio di papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2016.

Dario Edoardo Viganò, Fratelli e sorelle, buonasera. Papa Francesco e la comunicazione, Roma, Carocci, 2016.

Rita Librandi, L’italiano della Chiesa, Roma, Carocci, 2017.

Mimmo Muolo, L’enciclica dei gesti di papa Francesco, Roma, Paoline, 2017.

Silvina Pérez, Lucetta Scaraffia, Francesco. Il papa americano, Milano, Vita e Pensiero, 2017.

 

*Edoardo Buroni è Ricercatore di Linguistica italiana presso l'Università degli Studi di Milano. Si è occupato in particolare di lingua dei mass media, dell'italiano in musica (Il magnifico parassita e La lingua dell'opera lirica con Ilaria Bonomi, rispettivamente per FrancoAngeli e il Mulino; Arrigo Boito librettista, tra poesia e musica per Cesati), di comunicazione politica e di lessicografia (anche dialettale). Sulla lingua della Chiesa ha pubblicato alcuni articoli su Federico Borromeo e il volume Dare a Cesare la Parola di Dio. La lingua dei 'Discorsi alla Città' di Carlo Maria Martini (FrancoAngeli).


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