20 dicembre 2017

La Chiesa e il nuovo lessico dell’affettività

di Rita Librandi*

 

La sempre più diffusa incapacità di leggere i simboli della storia cristiana e cattolica che ancora ci appartiene non dipende soltanto dalla laicizzazione delle società occidentali, spesso alla base di scelte religiose più consapevoli, ma da un’assenza sempre maggiore di basilari coordinate storiche. Il fenomeno appare ancor più evidente quando si osserva la difficoltà di riconoscere e comprendere le tante parole del cristianesimo che ancora percorrono la nostra lingua. Oltre a termini e locuzioni come grazia, carità, incarnazione, professione di fede, salire al cielo e così via, la cui accezione principale coincide o si è fortemente intrecciata con quella assunta nella religione cristiana, le comuni conversazioni o i giornali e i dibattiti televisivi fanno frequentemente ricorso a metafore tratte dalle Scritture o dalla liturgia. Accade pertanto che si parli di via crucis per riferirsi a un percorso lungo e difficile della nostra vita o che si legga di personaggi politici definiti sepolcri imbiancati o figliol prodigo. In realtà, nonostante la loro ripetizione nell’uso comune e, ancor più, nei media, le espressioni e le metafore religiose non subiscono degradazione semantica e sembrano resistere alla stereotipia in cui scadono, al contrario, altri traslati ricorrenti nelle cronache politiche, come fiume in piena o levata di scudi.

 

Il legame con le Scritture

 

È molto probabile che ciò accada, come confermava un’indagine svolta qualche anno fa da chi scrive (Lessico e identità cristiana, in L’identità europea: lingua e cultura, Atti del Convegno internazionale [Roma 21 giugno 2007], a cura di P. Martino, Roma, Edizioni Studium 2008, pp. 189-218), perché i parlanti percepiscono ancora bene l’origine e, talvolta, il legame con le Scritture e la religione, nonostante ne colgano con sempre maggiore difficoltà il pieno significato. Se da un lato, pertanto, si conferma la forte caratterizzazione che ancor oggi è data all’italiano dalla lingua del cristianesimo cattolico, dall’altro si osserva come tutto ciò appartenga sempre meno a una diffusa cultura popolare. Ancora fino alla metà del Novecento le ore della preghiera e la frequentazione delle pratiche religiose scandivano la vita del popolo e ciò consentiva anche ai meno istruiti di assorbire termini di un lessico colto che diventava nucleo importante del loro sapere. È vero che il latino della messa dava in più di un caso luogo a fraintendimenti, ma è anche vero che le parole più elevate della religione sedimentavano, trasmettendosi inalterate nella forma e nel senso. Oggi espressioni, metafore e tecnicismi religiosi si rivelano nella loro pienezza solo ai credenti più assidui o alle persone più colte, lasciando solo tracce superficiali nel resto dei parlanti.

 

«Fratelli e sorelle, buonasera!»

 

Un contributo nuovo e dirompente, tuttavia, alla diffusione dell’italiano e del lessico religioso è oggi dato da papa Francesco che, dopo la solenne chiusura in latino del pontificato di Benedetto XVI («sedes Sancti Petri vacet»), si rivolge per la prima volta ai fedeli con il più semplice e immediato dei saluti italiani («Fratelli e sorelle, buonasera!»). La voce di Bergoglio si è subito propagata attraverso i giornali, la rete, le televisioni, seguendo una strategia da tempo in atto, che vede un uso sapiente da parte della Chiesa anche dei più avanzati mezzi di comunicazione. Il fenomeno dei cosiddetti “papi mediatici”, cominciato con Giovanni XXIII, sembra essersi accentuato con i discorsi e soprattutto le improvvisazioni personali di papa Francesco, il cui successo, però, non è dovuto a uno sfruttamento accorto e intensivo dei media bensì al vigore con cui sa trasmettere l’autenticità delle proprie convinzioni. Le frasi, le espressioni, le metafore usate da Bergoglio sembrano fissarsi nella memoria degli ascoltatori, sia grazie ai rimproveri vibrati che colpiscono la corruzione, la violenza, le guerre sia per un lessico dell’affettività con cui sinceramente lega a sé gli ascoltatori.  

 

«Non abbandonarci alla tentazione»

 

Lo scandalo della povertà, l’occultamento di una terza guerra mondiale a pezzi arrivano come sferzate e si associano ai comportamenti irrituali e al coraggio di affrontare questioni scabrose scardinando ipocrisie e aiutando le parole a fissarsi nella memoria degli italiani. In una recente intervista concessa al cappellano del carcere di Padova, Marco Pozza, e apparsa nel libro Quando pregate dite il padre nostro (Milano, Rizzoli, 2017), papa Francesco illustra versetto per versetto la più antica preghiera dei cristiani, intervenendo sui problemi spesso discussi della paternità, del perdono, del male. Ricorda anche che non è mai Dio a tentare gli uomini e che dunque il passaggio non indurci in tentazione è una traduzione sbagliata dell’antica preghiera, che andrà sostituita con l’ultima versione CEI non abbandonarci alla tentazione. Non è facile sostituire nella pratica religiosa formule consolidate dalla tradizione, ma la spiegazione semplice ed efficace di Bergoglio darà sicuramente una spinta decisiva al cambiamento.

 

Il risveglio della lingua italiana

 

Papa Francesco sta anche consolidando un processo in atto da tempo, che vede l’italiano prendere il posto del latino nelle comunicazioni della Chiesa in Italia e all’estero. Il latino è ancor oggi indicato come lingua ufficiale della Santa sede, ma il suo uso effettivo con religiosi e laici stranieri è sempre più ristretto. L’adozione estesa dell’italiano era già cominciata con il pontificato di papa Wojtyla, ma l’impulso dato da papa Francesco è oggi tale da suscitare un’attenzione diffusa e consapevole al fenomeno. Se dunque nel settembre del 2015, nel discorso ai membri dell’Assemblea generale dell’ONU, Bergoglio trova giusto servirsi del suo spagnolo, lingua più di tutte parlata nel mondo, in un discorso rivolto ai giovani in Corea, nell’agosto 2014, abbandona l’inglese per l’italiano, giustificando la scelta con la volontà di parlare spontaneamente e con il cuore: «Ma io ho un grave problema: il mio inglese è povero […]. Ma se volete posso continuare a dire qualche parola che mi sorge spontanea dal cuore […]. Ma parlerò in italiano» (15 agosto 2014, www.vatican.va). Non è facile dire se sia l’affetto, la consuetudine o il riconoscimento del ruolo che l’italiano ha oggi assunto nella Chiesa a determinare la scelta di Francesco, ma è certo il segno di un nuovo risveglio che ancora una volta la nostra lingua sta vivendo grazie alla comunicazione della Chiesa.

 

*Rita Librandi insegna Storia della lingua e Linguistica italiana presso l’Università di Napoli “L’Orientale”. Accademica della Crusca, dal gennaio 2012 al dicmebre 2017 è stata presidente dell’Associazione per la Storia della lingua italiana (ASLI). Dirige per Il Mulino la collana “Italiano, testi e generi” e dal settembre 2013 è condirettore della rivista «Lingua e stile». I suoi interessi di ricerca si rivolgono in particolare alla lingua della scienza nel medioevo, al linguaggio della comunicazione religiosa e alla storia linguistica regionale. Sul tema della comunicazione e delle scrittura religiose si segnalano: La letteratura religiosa, Bologna, Il Mulino, 2012; L'italiano della Chiesa, Roma, Carocci, 2017.


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