Il pastore nel gregge: la lingua della Chiesa oggi

 

Come nota Rita Librandi nel suo recente “L’italiano della Chiesa” (Carocci), oggi all’orecchio di un italiano qualsiasi – a meno che non sia acculturato o credente e assiduo praticante – i numerosi riferimenti di cui è costellata la nostra lingua alle parole dei testi sacri risultano opachi. Nemmeno risuona l’eco dell’origine religiosa, incardinata nella tradizione cristiana, di tante parole o modi di dire. Eppure, per tutta la comunità italofona una certa aura di religiosità viene in ogni caso percepita come un soffio vitale continuo, anche in àmbito laico. Nella società secolarizzata, ridare smalto alla Parola vuol dire, per la Chiesa, recuperare e rilanciare, in modi nuovi, lo spirito del dialogo, dell’attenzione partecipe e dell’immersione nel “gregge” dei fedeli, propria della secolare tradizione della predicazione e dell’istruzione religiosa. Nelle intenzioni e aperture comunicative, nel sapiente uso dei media, si scorge una linea di continuità che caratterizza l’atteggiamento degli ultimi successori di Pietro. Certo è che papa Francesco, con il suo modo diretto di rivolgersi agli interlocutori, col suo uso dell’italiano come tendenziale lingua veicolare della Chiesa in Italia e nel mondo, con l’adozione mirata di frasi e parole tratte dalle lingue del gregge (fin dentro ai dialetti) è andato al cuore delle persone come nessuno prima di lui. E al cuore della lingua della e nella Chiesa. Interventi di Edoardo Buroni, Rita Librandi, Claudio Salvatore Sgroi.
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