13 novembre 2013

Giovanni Paolo I, l'«io» umile

di Luca Serianni*

Quello di Albino Luciani è stato uno dei più brevi pontificati nella storia del papato: appena 33 giorni, dal 26 agosto al 28 settembre 1978. Eppure le novità introdotte col suo stile comunicativo sono state nette: e ciò spicca ancor di più da un lato, se lo paragoniamo al suo immediato predecessore, Paolo VI, con la sua raffinata caratura intellettuale e la solennità dell'eloquio pubblico; dall'altro, se pensiamo alle prese di posizione in materia ideologica e dottrinale del vescovo e poi patriarca di Venezia Luciani, segnate invece da un indubbio tradizionalismo.
 
Tradizione sovvertita
 
Un'innovazione, seppure estrinseca, è rappresentata dalla stessa scelta del nome: un nome doppio, come mai era avvenuto in precedenza. Più sostanziali le novità linguistiche. Papa Luciani appena eletto non osò interrompere la tradizione, che limitava alla benedizione il primo contatto con i fedeli riuniti in piazza San Pietro (come farà invece papa Woytiƚa, seguito dai suoi successori). Ma nell'Angelus del giorno dopo esordiva così:
 
«Ieri mattina io sono andato alla Sistina per votare tranquillamente. Mai avrei immaginato quello che stava per succedere. Appena è cominciato il pericolo per me i due colleghi che mi erano vicini mi hanno sussurrato parole di coraggio [...]. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere».
 
Il tradizionale linguaggio dei pontefici per un'occasione così solenne (era la prima volta che si rivolgeva ai fedeli come papa) è del tutto sovvertito; e tale ci appare anche confrontandolo con le parole pronunciate nella stessa circostanza da Giovanni Paolo II (1978) e da Benedetto XVI (2005). Giovanni Paolo dice io, accantonando il plurale maiestatis (con una scelta che diventerà irreversibile); non si limita a confessare la propria inadeguatezza, sottolineando però la fiducia in Dio («ho avuto paura di ricevere questa nomina, ma ho fatto nel [sic] spirito dell'ubbidienza» Woytiƚa; «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore» Ratzinger), ma fa emergere soprattutto l'umana sorpresa e lo sgomento per tanta responsabilità («Mai avrei immaginato...»); menziona i suoi elettori non come gli «eminentissimi cardinali» (Woytiƚa), «i signori cardinali» (Ratzinger), «i miei fratelli cardinali» (Bergoglio), bensì come i «colleghi»; richiede a sua volta le preghiere dei fedeli, mettendosi sullo stesso piano dei destinatari («Spero che mi aiuterete...»).
 
Richiesta di preghiere
 
Colpiscono le affinità con lo stile comunicativo di papa Francesco, nel discorso omologo del 13 marzo 2013: approccio fortemente colloquiale nelle formule di apertura e di chiusura («Fratelli e sorelle, buonasera!» e «Ci vediamo presto [...] Buona notte e buon riposo»), estrema affabilità («Vi ringrazio dell'accoglienza», «Grazie») e soprattutto richiesta di preghiere: nel caso di papa Francesco questo diventerà un momento centrale del suo discorso, sottolineato da alcuni momenti di silenzio: «Vi chiedo un favore [...]; vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica».
 
«Questo povero Cristo»
 
Se le espressioni sono inedite (almeno per il contesto in cui vengono pronunciate), il valore che papa Luciani introduce espressamente nel suo linguaggio è un valore fondante del Cristianesimo: l'umiltà (non a caso il suo motto episcopale era Humilitas, lo stesso di san Carlo Borromeo). Un'umiltà che consiste in primo luogo nel porre in evidenza la propria individualità, e dunque la fratellanza con gli altri esseri umani, senza che questo metta in discussione il primato petrino. Ciò emerge con singolare evidenza nell'allocuzione al Collegio cardinalizio del 30 agosto, in una sezione improvvisata oralmente, assente dal testo scritto: «Spero che i miei confratelli cardinali aiuteranno questo povero Cristo, Vicario di Cristo, a portare la croce con la loro collaborazione di cui io sento tanto il bisogno». L'espressione familiare povero Cristo, in audace poliptoto con il tradizionale Vicario di Cristo, potrebbe persino sembrare irriguardosa a un osservatore non credente (o "laico", come si dice oggi); nasce invece dalla naturale confidenza che il popolo dei fedeli ha con la divinità senza avere paura delle parole. L'iconografia del Cristo sofferente, rappresentata in tutte le chiese attraverso la riproduzione delle stazioni della Via Crucis, ha evocato l'immagine del 'poveraccio', ben viva anche nei dialetti: stare come Cristo in croce 'stare malissimo'; veron. essar o star in Criste 'in cattive condizioni', bergam. parì un Crest detto di uomo provato dalla fame (i tre esempi da G.L. Beccaria, Sicuterat, Milano, Garzanti, 1999, p. 208). Ma, appunto, stiamo parlando delle abitudini linguistiche del comune parlante di un Paese di tradizione cristiana, non del papa che in un discorso pubblico si rivolge al collegio cardinalizio.
 
L'apologo della benzina
 
Lo stesso atteggiamento che ha sconcertato gli osservatori dell'epoca, a partire dagli editorialisti dei grandi giornali stranieri, si ritrova anche negli aneddoti morali che traggono spunti e figure dall'ambiente circostante. Nella prima udienza generale (6 settembre), a proposito della necessità di osservare i comandamenti divini, papa Luciani fa un raccontino (ma dovremmo dire forse, mutatis mutandis, "racconta una parabola") di intonazione volutamente pedestre, sia nell'inventio sia nella struttura sintattica e narrativa:
 
«Uno, una volta, è andato a comperare un'automobile dal concessionario. Questi gli ha fatto un discorso: guardi che la macchina ha buone prestazioni, la tratti bene, sa? Benzina superiore nel serbatoio, e, per i giunti, olio di quello fino. L'altro invece: Oh, no, per sua norma, io neanche l'odore della benzina posso sopportare, e neanche l'olio; nel serbatoio metterò soprattutto spumante, che mi piace tanto, e i giunti li ungerò con la marmellata. Faccia come crede; però non venga a lamentarsi se finirà in un fosso, con la sua macchina!».
 
L'apologo, tarato sull'orizzonte di ascoltatori semplici o ancor meglio di un pubblico infantile, si chiude con la moralisatio: «Il Signore ha fatto qualcosa di simile con noi: ci ha dato questo corpo, animato da un'anima intelligente, una buona volontà. Ha detto: questa macchina vale, ma trattala bene».
 
Al centro i parvuli
 
Quanti sono i sacerdoti o i catechisti che nell'attività religiosa quotidiana ricorrono a uno stile comunicativo del genere? Moltissimi. Ma qui, lo ripetiamo, siamo in presenza di un papa, e in occasione di una delle sue prime uscite pubbliche. Un papa il quale ha interiorizzato a tal punto la massima evangelica che pone al centro del messaggio i parvuli 'i piccoli, i semplici' (Mtt 11,25), da non temere di turbare le aspettative degli osservatori emunctae naris.
                                                                                                                                                       
Letture
 
I riferimenti ai discorsi papali sono stati desunti dalla rete o, per gli interventi scritti di papa Luciani, dal volumetto Gli insegnamenti di Giovanni Paolo I 26 agosto - 29 settembre 1978, Leumann (Torino), Elle, Di Ci, s. d. [ma 1979].
 
 
* Luca Serianni insegna Storia della lingua italiana nell’Università degli studi di Roma “Sapienza”; è socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, della Crusca e di varie altre accademie (Arcadia, Istituto Lombardo, Accademia delle Scienze di Torino, Accademia Virgiliana), vicepresidente della Società Dante Alighieri, dottore h.c. dell’Università di Valladolid e direttore delle riviste «Studi linguistici italiani» e «Studi di lessicografia italiana». Si è occupato di vari momenti e aspetti di storia linguistica italiana, dal Medioevo all'età contemporanea. Tra gli ultimi libri: La lingua poetica italiana (2009); Scritti sui banchi (2009), dedicato alla prassi correttoria degli insegnanti delle superiori  e scritto a quattro mani con Giuseppe Benedetti; L’ora d’italiano. Scuola e materie umanistiche (2010); L'italiano in prosa (2012), Leggere, scrivere, argomentare [Prove ragionate di scrittura]. Molto nota una sua Grammatica italiana, apparsa nel 1988 e più volte ristampata.

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