13 novembre 2013

Paolo VI, la «spoglia bellezza» del pensiero

di Rita Librandi*
 
Paolo VI, vero artefice del Concilio Vaticano II, cercò di applicarne i principi in modo rigoroso, evitando banalizzazioni e travisamenti. Il suo nome viene sempre collegato all’introduzione della messa in italiano, che per essere stata vissuta in modo diretto dai fedeli rimane l’innovazione più ricordata del Vaticano II. Grande fu la cura posta dal pontefice al lavoro dei traduttori, cui raccomandò di garantire chiarezza e correttezza attraverso una lingua adatta all’altezza dei contenuti. In un discorso rivolto alle commissioni liturgiche del 7 febbraio 1969 invita a chiedere con «umiltà» anche l’aiuto «di letterati e stilisti, affinché le traduzioni siano documenti di riconosciuta e spoglia bellezza», tali da sfidare il tempo con «la ricchezza dell’espressione e della lingua». In questa dichiarazione e nella scelta di termini come umiltà, spoglia bellezza, ricchezza dell’espressione si racchiudono i principi che per secoli hanno regolato la comunicazione della Chiesa e che in particolare hanno caratterizzato le strategie oratorie di papa Montini.
 
In anni di grandi cambiamenti
 
Il pontificato di Paolo VI coincide con anni di grandi cambiamenti per l’Italia: sul finire degli anni ’60 il paese è percorso da movimenti contestatari che mettono in discussione anche le istituzioni ecclesiastiche e nel decennio successivo le azioni dei gruppi terroristici si spingono fino all’uccisione di Aldo Moro. Papa Montini è sinceramente turbato da queste vicende, ma ne accetta la sfida continuando a dialogare con chi si allontana dalla fede e a cercare di capirne le ragioni. Il desiderio di comprendere e di trovare una soluzione tra la gente lasciano tracce evidenti nelle sue scelte comunicative: Paolo VI non ripropone né i modi né le espressioni di Giovanni XXIII, ma i suoi discorsi mostrano passaggi intimi e appassionati, che toccano il cuore degli ascoltatori tramite la franchezza del dialogo e le allocuzioni sinceramente paterne.
 
Dall'emozione alla profondità
 
L’emozione di alcuni momenti, tuttavia, è sempre funzionale all’introduzione di concetti complessi: il procedimento è perfettamente esemplificato dall’omelia tenuta la notte di Natale del 1968 presso l’Italsider di Taranto, quando la volontà di scendere tra i fedeli per recuperarne la vicinanza motiva un gesto dirompente e mai prima compiuto da un pontefice.
Fin dall’inizio della predica il papa non ha timore di mostrare la propria difficoltà, palesando anche l’inadeguatezza del proprio linguaggio.
 
«Ma ora a voi, Lavoratori, che cosa diremo nel breve momento concesso a questo nostro rapido incontro? Vi parliamo col cuore. Vi diremo una cosa semplicissima, ma piena di significato. Ed è questa: Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. O Noi forse non vi comprendiamo abbastanza? Sta il fatto che il discorso è per Noi abbastanza difficile. Ci sembra che tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune».
 
La naturalezza con cui, come in un colloquio familiare (Vi parliamo col cuorefacciamo fatica a parlarvi), si instaura un clima di cooperazione tra gli interlocutori fa percepire il timore autentico verso la distanza tra la Chiesa e i lavoratori, una distanza sottolineata dall’insistenza con cui il noi maiestatico e l’allocutivo voi sono ripetuti e opposti l’uno all’altro.
L’italiano di questa prima parte dell’omelia è semplice, composto da parole di uso comune e da frasi brevi e lineari, ma, come sempre nei discorsi di papa Montini, a un esordio quasi confidenziale seguono argomenti profondi sul rapporto tra scienza e religione, tra uomo e natura e tra profitto e giustizia sociale.
 
«Ecco che cosa dice il Concilio: «I cristiani […] sono piuttosto persuasi che le conquiste dell’umanità sono segno della grandezza di Dio e frutto d’un suo ineffabile disegno». […]
È questo un pensiero, un principio, che dovrà sempre più diventare sorgente di meditazione per l’uomo moderno, e suscitare in lui non l’orgoglio e la tragedia di Prometeo, ma quel sentimento primordiale e dinamico di simpatia e di fiducia verso la natura, di cui siamo parte e in cui siamo esploratori. […]
La Chiesa non condivide le passioni classiste, quando queste esplodono in sentimenti di odio e in gesti di violenza; ma la Chiesa riconosce, sì, il bisogno di giustizia del popolo onesto, e lo difende […]. E badate bene: […] non di sola giustizia economica, di salario, di qualche benessere materiale, ha bisogno il Lavoratore, ma di giustizia civile e sociale».
 
Con un lessico talvolta alto (ineffabile, primordiale) ma prevalentemente accessibile e condiviso dal pubblico di operai cui si rivolge (giustizia economica, salario, benessere materiale, giustizia civile e sociale) si illustrano in modo piano concetti difficili (la tragedia di Prometeo, le passioni classiste) e soprattutto si indica con semplicità la strada da seguire.
 
La preghiera per Aldo Moro
 
La sofferenza con cui Paolo VI visse la sempre maggiore distanza tra la religione e le masse raggiunse il suo culmine con l’omicidio di Aldo Moro. Anche in questo caso papa Montini contravvenne alle regole e, sebbene un pontefice non avesse mai partecipato a cerimonie di esequie, compose e recitò per l’amico scomparso una preghiera funebre che ancor oggi rimane uno dei momenti più alti dell’oratoria sacra contemporanea. Accorato ma fiducioso, il testo obbedisce a quei canoni di «spoglia bellezza» che aveva raccomandato anni prima ai traduttori della liturgia. La preghiera per Moro è percorsa dagli stessi toni intimi che avevano caratterizzato l’intera comunicazione di Paolo VI: aggettivi e appellativi con cui ci si riferisce al defunto non temono di sottolineare l’affetto personale (amico, buono, mite, carissimo, umano, cordiale) e solo un rapidissimo cenno è dedicato alla violenza del delitto (l’oltraggio ingiusto). Un rimprovero lieve traspare per il silenzio di Dio (Tu non hai esaudito la nostra supplica), ma è subito fugato dalla speranza nel futuro (fa’ che noi tutti raccogliamo […] l’eredità superstite della sua diritta coscienza).
 
Letture
 
Il discorso al Convegno della commissioni liturgiche del febbraio 1969, l'omelia recitata all'Italsider di Taranto la notte di Natale del 1968 e la preghiera per Aldo Moro del 1978 sono leggibili nel sito della Santa Sede
 
*Rita Librandi insegna Storia della lingua e Linguistica italiana presso l’Università di Napoli “L’Orientale”. Accademica della Crusca, dal gennaio 2012 è presidente dell’Associazione per la Storia della lingua italiana (ASLI). Dirige per Il Mulino la collana “Italiano, testi e generi” e dal settembre 2013 è condirettore della rivista «Lingua e stile». I suoi interessi di ricerca si rivolgono in particolare alla lingua della scienza nel medioevo, al linguaggio della comunicazione religiosa e alla storia linguistica regionale. Si segnalano le tre pubblicazioni più recenti: Dante e la lingua della scienza, in Dante e la lingua italiana, a cura di M. Tavoni, Ravenna, Longo editore, 2013; La letteratura religiosa, Bologna, Il Mulino, 2012; La comunicazione cattolica dal pulpito alla piazza: Luigi Sturzo, in Lingue e testi delle riforme cattoliche in Europa e nelle Americhe (secc. XVI-XXI), a cura di R. Librandi, Firenze, Cesati, 2012.
 

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