12 maggio 2010

Da Fred al Liga, english per essere up to date

di Giuseppe Antonelli*
 
La larghezza e la prontezza con cui le parole straniere sono accolte nelle canzoni fanno sì che queste lascino una scia in grado di far luce sulla storia del costume e della società. Sarebbe sufficiente, a mo’ di Bignami, una lista composta da una dozzina di titoli (tra parentesi la data di prima attestazione della parola inglese in italiano):
 
Fred Buscaglione, Juke box, 1959* (1950)
Adriano Celentano, Blue jeans rock, 1961* (blue jeans 1956)
Gianni Morandi, Go kart twist, 1962* (go kart 1962)
Pooh, Bikini beat, 1966* (bikini 1949)
La strana società, Pop corn, 1972* (1958)
Claudio Baglioni, Poster, 1975 (1971)
Rino Gaetano, Jet set, 1980* (1967)
Lucio Battisti, Windsurf windsurf, 1982* (1979)
Franco Battiato, Personal computer, 1985* (1983)
Zucchero, Overdose d’amore, 1989 (1979)
Lùnapop, Zapping, 1999 (1988)
Vasco Rossi, Standing ovation, 2001 (1996).
 
La lista si apre con una parola decisiva per il rinnovamento della musica leggera in Italia: juke-box. Il brano di Buscaglione proviene dalla colonna sonora del film I ragazzi del juke-box, di Lucio Fulci: un musicarello, come si diceva allora, che – ad appena quattro anni dalla sua apparizione in Italia – consacrava quell’oggetto come feticcio della nascente cultura giovanile («la felicità costa un gettone / per i ragazzi del juke-box / la gioventù / la gioventù / la compra per cinquanta lire e nulla più», cantava Celentano nel brano che dava il titolo al film).
Un feticcio destinato a grande fortuna, se vent’anni dopo Edoardo Bennato poteva intitolare un suo brano Sei come un juke-box (1980) e ancora fino ai primi anni Novanta la parola ha continuato a ricorrere in molte canzoni di successo: da Luna di Gianni Togni («e guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’ / a mezzanotte puoi trovarmi vicino a un jukebox», 1980) a Spiagge di Renato Zero («quel disco nel juke box / suona la tua canzone», 1983), dai Maschi di Gianna Nannini («dalle vetrine dietro ai juke-box / ogni carezza della notte è quasi amor», 1988) a Malinconoia di Marco Masini («in un’emorragia / di giorni da juke-box», 1991). Poi il declino, a cui non riesce a mettere freno neppure l’evoluzione tecnologica («suoni e immagini dal video juke-box» 883, Senza averti qui, 1995). Quella stessa evoluzione che porta dal flipper («quante stelle nei flippers / sono più di un miliardo» Lucio Dalla, Anna e Marco, 1979) ai videogames («nei videogames subire il fascino del sacro» Zero, La pace sia con te, 1998) fino al web («mi mandi questa e-mail / con scritto su / www mi piaci tu» Gazosa, Www mi piaci tu, 2001).
 
Dal no-stop allo step
 
È invece un’evoluzione diversa – di gusti, di abitudini, di mode, a volte significativamente solo di nomi – quella che porta dal no-stop allo step («faccia da rock / vive la vita nostop» Pooh, Buona fortuna, 1981; «il nome sul foglio risponde al mio / prossimo step» Mondomarcio, Dentro alla scatola, 2006); dal supermarket al discount («supermarket giovedì tu lavori lì» Battisti, Supermarket, 1971; «hanno buttato giù l’Odeon / e ci faranno un discount» Ramazzotti, Dove c’è musica, 1996); dal drink all’happy hour («senza troppa voglia ordiniamo un drink» 883, Senza averti qui, 1995; «sei già dentro l’happy hour / vivere vivere costa la metà» Ligabue, 2005); dagli hippies («ha negli occhi il blu / della gioventù / di chi canta hippy» Dik Dik, L’isola di Wight, 1970) agli Yuppies, i «giovani rampanti intraprendenti» ritratti da Luca Barbarossa nel 1988:
 
hanno la macchina col telefono
le iniziali sul taschino
quando sono di buon umore
l’orologio sul polsino
...
sono yuppies oppure yappis
per chi mastica l’inglese.
 
Come succedeva anche nei brani citati in precedenza, Barbarossa sceglie una parola entrata da poco in italiano (la prima attestazione nota è del 1984) in modo che il testo possa risultare up to date. Gli anglicismi saltano agli occhi (agli orecchi, si dovrebbe dire qui): per questo vengono utilizzati nelle canzoni di consumo molto più dei neologismi italiani. E non si tratta necessariamente di vocaboli effimeri: legati a oggetti o concetti ben più duraturi sono il jet («Cinque minuti e un jet partirà / portandoti via da me» Maurizio, Cinque minuti e poi, 1968; prima attestazione 1961), il computer («scegliendo i nostri amici un computer diventi per l’occasione / e chi hai scartato per te è un barbone» Battisti, Questo inferno rosa, 1973; 1966) o il replay (titolo di un brano dei Pooh, 1981; 1979).
Ciò non toglie che a volte ci si possa trovare di fronte ad anglicismi inventati, come il Tranqui funky e il Funkytarro degli Articolo 31 (1996), nati dalla combinazione tra il nome di un genere musicale e due vocaboli del linguaggio giovanile (tranqui ‘tranquillo’ e tarro ‘buzzurro’); o come – vent’anni prima – la Svalutation di Adriano Celentano (1976):
 
Io amore mio non capisco perché
tu vuoi fare il gallo poi fai l’uovo per me
sul lettation sul lettation
Nessuno che ci insegna a non uccidere c’è
si vive più di armi che di pane perché?
assassination assassination.
 
 
I films con i jeans
 
Altre volte, invece, gli anglicismi delle canzoni corrispondono a parole entrate da tempo nell’italiano di tutti i giorni. Come in Vita spericolata di Vasco Rossi («e poi ci troveremo come le star / a bere del whisky al Roxy bar», 1983) o in Fotoromanza di Gianna Nannini («questo amore è una bomba all’hotel / questo amore è una finta sul ring», 1984), in cui si rinnova un effetto sperimentato un quarto di secolo prima proprio da Celentano:
 
Il tuo bacio è come un rock
che mi morde col suo swing
è assai facile al knock-out
che ti fulmina sul ring
fa l’effetto di uno choc
e perciò canto così
(Il tuo bacio è come un rock, 1959)
 
Si tratta del vecchio trucco d’inserire una parola straniera a fine verso per far fronte alla necessità di un accento sull’ultima sillaba. Ecco allora che nella stessa canzone di Vasco Rossi film si trova in assonanza con Steve McQueen («voglio una vita spericolata / voglio una vita come quelle dei film / voglio una vita esagerata / voglio una vita come Steve McQueen») e altrove jeep rima con vip (Jovanotti, Scappa con me, 1989) e cadillac con frac (ancora Jovanotti, Mi fido di te, 2004); robot di volta in volta con però (883, Sei un mito, 1993), con un po’ (Povia, I bambini fanno «Ooh...», 2005) oppure con non ho, come in Malinconoia di Marco Masini (1991).
Quello stesso Masini che nei suoi testi ostenta rime in cui anglicismi ovvi (tram, bar, jeans) e meno ovvi (almeno nelle canzoni: chewing gum) si mescolano a monosillabi inconsueti come tris e sigle come CAR (Centro Addestramento Reclute):
 
ti vorrei nel chewing-gum
mentre vado a lavorare in tram
ti vorrei solo al bar
ti vorrei come una mamma al CAR
ti vorrei dentro i jeans
quarta donna del mio triste tris
(Ti vorrei, 1991)
 
A firmare questo testo è – tra gli altri – Giancarlo Bigazzi, che nello stesso anno scriveva per Umberto Tozzi il brano Gli innamorati. Qui, accanto a rimanti inconsueti come l’onomatopeico zip e la sigla SIP («il mondo chiudono con la zip / carte di credito a fantasia / e se ne fregano della SIP / l’amore è anche telepatia»), si ritrova anche il solito film abbinato agli ormai usurati jeans («magari piangono in fondo a un film / e poi si picchiano per la via / al buio lottano con i jeans / giocando il sesso con allegria»). Proprio come in Bella da morire degli Homo sapiens («e sei bella da morire tutto sembra un film / da girare troppo in fretta con la fine / sopra i tuoi blue jeans», 1977), come in Anni degli 883 («gli anni di che belli erano i film / gli anni dei Roy Rogers come jeans», 2005) o in Gioca con me di Vasco Rossi (2008), in cui la rima è resa perfetta dalla -s del plurale inglese: «come riempi bene quei jeans / cammini come una dei films».
Un uso – questo della -s – sconsigliato unanimemente dalle grammatiche italiane, ma scrupolosamente osservato nella tradizione canzonettistica (da ultimo anche nei testi rap), e non sempre per ragioni di rima: «nei films d’amore vince sempre il bene» (nella stessa Bella da morire); «qui si premiano / quei films / dove c’è un / morto in più» (Celentano, Mondo in Mi7, 1966); «due donne stan parlando / con le braccia piene di sacchetti dell’Upim / e un giornale è aperto / sulla pagina dei films» (Baglioni, Poster, 1975).
*Giuseppe Antonelli (Arezzo, 1970) insegna Linguistica italiana all'Università degli Studi di Cassino. Collabora all’«Indice dei libri del mese» e all’inserto domenicale del «Sole 24 ore»; è uno dei conduttori della trasmissione radiofonica Fahrenheit (Radio 3). I suoi volumi più recenti sono Lingua ipermedia. La parola di scrittore oggi in Italia (Manni, 2006); L’italiano nella società della comunicazione (Il Mulino, 2007) e Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato (Il Mulino, 2010 http://www.mulino.it/). Da quest’ultimo saggio si riproduce qui un estratto (pagg. 193-197), per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

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