12 maggio 2010

Chiedo scusa al signor Gaber (e al signor Guccini, e al signor Mogol, e...)

di Franco Zanetti*

Chiedo scusa al signor Gaber è il titolo di un recente disco in cui Enzo Iacchetti ripropone alcune canzoni di Giorgio Gaber, tutte risalenti al periodo pre-teatro canzone (quello iniziato con Il signor G). Nel disco, Iacchetti “rivisita” – oggi si dice spesso così – le canzoni originarie spesso modificando alcuni passaggi del testo. Un’operazione discutibile e opinabile – proprio nel senso che se ne può discutere e si può formarsene un’opinione in merito: nessuna volontà da parte mia di esprimere un giudizio negativo – e che lo stesso Iacchetti ha così commentato: «Questo disco gli farebbe piacere, ma solo perché è mio. Fosse di un altro, mi sa di no».
 
A chi piace il verborino?
 
Può darsi. Quello che certamente non farebbe piacere a Gaber, e a Umberto Simonetta, autore del testo della canzone, è riascoltare un passaggio di La ballata del Cerutti (1961) con queste parole: «s’è beccato un bel tre mesi il Gino / ma il giudice è stato buono / gli ha fatto un lungo verborino / è uscito col condono». E non è un errore del cantato: anche nel testo riportato nel libretto le parole sono precisamente queste.
Verborino : una parola inesistente in italiano, che Umberto Simonetta non ha mai scritto e Giorgio Gaber non ha mai cantato. La frase corretta, infatti, è «gli ha fatto un lungo fervorino» (dove fervorino, derivato dal verbo fervere, è «un discorsetto di ammonimento e di esortazione»).
Come è possibile che Iacchetti, e tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione del disco, peraltro approvato dalla famiglia e dalla Fondazione Gaber, non si siano resi conto dell’errore? La spiegazione più severa è che nessuno conosca l’esistenza della parola fervorino (e vabbè, forse hanno fatto le elementari negli anni Settanta): ma possibile che a nessuno sia venuto in mente di cercare la parola verborino su un qualsiasi vocabolario italiano, così da scoprire che quella parola non esiste?
 
Dallo spartito a Internet
 
Il punto, però, che è anche l’oggetto di questa nostra conversazione, è un altro. Il testo che Iacchetti ha utilizzato per cantare La ballata del Cerutti è stato, ovviamente, preso da Internet. E infatti, su Internet, digitando nel più frequentato motore di ricerca la frase «un lungo verborino» escono 46 corrispondenze, tutte riferite a La ballata del Cerutti (o a qualche parodia della canzone). Digitando «un lungo fervorino» ne escono una ventina, anche queste quasi tutte riferite a La ballata del Cerutti. Sfortuna di Iacchetti, che ha pescato il testo sul sito sbagliato? Moneta cattiva che scaccia quella buona, anche qui? No, il fatto è che i siti che riportano la lezione corretta sono quelli che fanno riferimento agli spartiti musicali, quindi alla lezione autentica e depositata del testo di una canzone.
Gli altri sono quelli, e sono tanti, che – peraltro illecitamente, e cioè senza l’autorizzazione degli editori musicali, che dei diritti dei testi delle canzoni sono depositari e amministratori – riportano i testi delle canzoni “a orecchio”, cioè trascrivendoli dal disco, o nel migliore dei casi copiandoli dal libretto del Cd.
E questo, purtroppo, fa sì che i testi di molte canzoni si siano andati corrompendo, di passaggio in passaggio, e che un errore (di trascrizione, di interpretazione, di battitura) si sia moltiplicato fino a diventare vulgata.
Lectio difficilior, lectio probabilior ci insegnava al ginnasio l’ottimo don Sandro Galli, nostro professore di latino: ma «che vuol ch’io faccia del suo latinorum?», mi risponderebbero oggi in molti. Mentre altri, più terra terra, si limiterebbero a un benevolmente compassionevole «stai a guarda’ er capello!».
 
I Pooh e i capelli verderame
 
Ma sì, guardiamolo, il capello, anche quando rischia di essere confuso con un crine di cavallo (cfr. Il capello, di Edoardo Vianello e Carlo Rossi, 1961). E a proposito di capelli, andiamo a vedere che fine fa una frase del testo di Eppur mi sono scordato di te, della Formula Tre (1971), canzone firmata da Lucio Battisti e Mogol. «Non piangere, salame: dei capelli verderame sono un gioco, e non un fuoco», recita il testo originale. Ovvero: ‘quella lì, quella con la quale mi sono scordato di te per un momento, non è una storia seria: come potrebbe esserlo, una che va in giro con i capelli conciati così?’. Ebbene: prendiamo la cover pubblicata dai Pooh – mica gli ultimi arrivati, dunque, e comunque abbastanza anziani da potersi ricordare della canzone, e abbastanza organizzati da potersene procurare lo spartito – nel loro recente album Re-Generation (2008). I Pooh cantano «non piangere salame dai capelli verderame, era un gioco, non era un fuoco»: sbagliano, e sbagliano di grosso, tradendo il senso del testo originario, non solo la lezione del testo originario.
Esempi così se ne potrebbero fare a bizzeffe. E non solo setacciando Internet, la cui attendibilità sappiamo essere sempre da verificare – e da mettere in dubbio.
 
Contenta di sangue
 
Prendiamo, per dire, un cofanetto edito da una casa editrice di ottima nomea come Einaudi. Guccini – Parole e canzoni contiene, oltre a un DVD curato da Vincenzo Mollica, anche un libro «con il canzoniere completo» del Maestro di Pàvana. Un libro che Alberto Bertoni, ricercatore presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna, e coautore del recente Non so che viso avesse, edito da Mondadori e firmato da Francesco Guccini, ha definito «una raccolta di testi ne varietur», quindi «definitiva e inoppugnabile». Ebbene, a pagina 12 di questa raccolta è contenuto il testo di La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), e una stanza del testo è così riportata:
 
Ma ancora tuona il cannone
ancora non è contento
di sangue la belva umana
e ancora ci porta il vento
 
Qui, l’errore è duplice. Intanto, sparisce l’elegante latinismo gucciniano che, attraverso l’uso dell’inversione, definiva «contenta di sangue» – contenta cioè ‘sazia’, ‘satolla’ – «la belva umana»; e, banalmente e forse per effetto di trascinamento dalla rima successiva con «vento», l’aggettivo viene riferito a «cannone».
Ma di più: in questa stesura evidentemente scorretta, il terzo verso della stanza resta lì appeso, privo di significato, privo di riferimenti anche sintattici oltre che semantici.
 
Un “Meridiano” per la canzone italiana
 
E qui, bisogna che mi (vi) domandi: è davvero grave che il testo di una canzonetta venga riportato in maniera scorretta, venga travisato, venga “tradito”? Mah. Secondo me sì, perché, da amante e storico delle canzonette, le rispetto moltissimo. Se qualcuno riportasse il testo dell’idillio L’infinito di Giacomo Leopardi scrivendo «Sempre caro mi fu quest’erto colle», anziché «quest’ermo», vi scandalizzereste voi? Probabilmente sì. Anch’io, del resto. E siamo sicuri che Leopardi meriti – mutatis mutandis, e nel suo ambito – più rispetto di Umberto Simonetta, di Mogol, di Francesco Guccini, o di Giancarlo Bigazzi, o di Valerio Negrini? Io credo di no. E credo che i testi delle canzoni andrebbero, in qualche maniera, “salvati” e conservati in una lezione, questa sì, ne varietur.
L’ho proposta qualche anno fa alla Mondadori, per un “Meridiano” con i mille testi più importanti della storia della canzone italiana. Volete davvero sapere cosa mi hanno risposto? Beh, immaginatevelo...
 
*Franco Zanetti (Brescia, 1953) campa di musica dal 1974. Ha lavorato in negozi di dischi, radio private, quotidiani, periodici, case discografiche. Oggi dirige il sito «Rockol» (www.rockol.it). Scrive libri (ultimo pubblicato: De André in concerto, Mursia, 2008), produce dischi (ultimo uscito: Paolo Conte plays jazz, RCA, 2008), inventa eventi (ultimo realizzato: la simultanea di 235 bande municipali con La canzone del sole). Aspirazione: raccontare la storia della canzonetta italiana.

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