01 gennaio 1970

Doping

di Emiliano Picchiorri*

«Termine (equivalente all’italiano drogatura o drogaggio) adoperato soprattutto nel linguaggio sportivo per indicare l’uso o la somministrazione illegale di droghe o psicofarmaci ad atleti o animali durante l’allenamento o subito prima della gara, per esaltarne le prestazioni agonistiche» (Dal Vocabolario della lingua italiana Treccani)

Un antenato: la “bomba” È nato prima il doping o la Repubblica? Non è facile dirlo. Consultando il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana si apprende che la prima attestazione della parola nella nostra lingua si trova nell’appendice di Bruno Migliorini al Dizionario moderno di Alfredo Panzini, pubblicata nel 1950, quando la Repubblica di anni ne aveva già quattro. Il Grande Dizionario della Lingua italiana, però,registra questo anglicismo già nella Piccola Enciclopedia Hoepli del 1941, ma in un significato più ristretto di quello attuale: «nel gergo delle corse, somministrare ad un cavallo, che sta per correre, uno stimolante allo scopo di aumentarne artificialmente i poteri muscolari». Una più netta retrodatazione, al 1913, è segnalata dal Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio De Mauro; la circolazione dell’anglicismo nel Primo Novecento, comunque, dovette essere scarsa e ristretta al solo gergo dell’ippica, se ancora nel 1939 il Dizionario di esotismi di Antonio Jacono registrava la forma errata duping, spiegandola come derivata di to dupe ‘ingannare’. In realtà, il sostantivo proviene dal verbo inglese to dope ‘drogare’, che a sua volta trova origine nell’olandese doop ‘sciroppo’. La pratica di assumere sostanze illecite per migliorare il rendimento fisico sembra avere radici lontane, anche se il problema fu a lungo sottovalutato dall’opinione pubblica italiana, come dimostra la leggerezza con la quale il giornalista Mario Ferretti, in un’intervista del 1952, scherzava con Fausto Coppi su quelle che nel gergo ciclistico erano chiamate le bombe: Coppi dichiarava che «la bomba dovrebbe essere un paio di gambe di ricambio. È composta da ingredienti segreti, i principali dei quali sono la simpamina e la fiducia che funzioni»; poi aggiungeva che tutti i corridori ne facevano uso e «a quelli che dicono di non prenderne è bene non avvicinarsi con fiammiferi accesi». Lanfranco Caretti, nelle sue Noterelle ciclistiche (1954),definiva la bomba «la droga o eccitante che quasi tutti i corridori ingurgitano nei momenti difficili della corsa o per aumentare, sia pure artificiosamente, il rendimento»; non che fossero sconosciuti gli effetti collaterali di questa pratica: lo stesso Caretti registrava nel suo contributo il termine cotta, che designava il crollo fisico di un atleta non solo per lo sforzo prolungato, ma anche a causa dell’uso eccessivo di bombe.

Il boom medicamentoso Con il boom economico e la crescita del giro di affari intorno agli sport professionistici, aumentò, da una parte, la complessità e l’efficacia delle sostanze somministrate agli atleti (nel settimanale «Oggi»del 31 maggio 1956 si annuncia con allarme che «si è inaugurata l’era del doping scientifico»), dall’altra, l’attenzione alle misure per combattere il fenomeno: nel 1961 fu aperto a Firenze il primo laboratorio europeo di analisi per il controllo degli atleti e nel 1964, alle Olimpiadi di Tokyo, iniziarono ad essere effettuati esami tossicologici in modo sistematico. Non tardò a nascere la nuova parola antidoping, attestata in Italia per la prima volta nel 1966 e che sancisce, anche linguisticamente, la completa appropriazione del fenomeno da parte della nostra cultura: si tratta, infatti, di uno pseudo-anglicismo, cioè di una parola formata con elementi inglesi ma inesistente nella lingua di origine, nella quale si parla invece di anti-dope test. Non è da escludere, inoltre, che la parola sia entrata in italiano attraverso il francese, dove è attestata dal 1965, come è avvenuto anche per altri pseudoanglicismi quali camping e footing. Anche in spagnolo, tra l’altro, esistono le forme doping e antidoping e tale solidarietà con le principali lingue romanze ha certamente contribuito a rafforzare la posizione di questi anglicismi in italiano. Quando, nel 1971, il Parlamento promulgò una legge che puniva severamente l’uso e la distribuzione agli atleti di sostanze proibite, l’anglicismo era ormai entrato a far parte a pieno titolo della nostra lingua, come dimostra lo stato avanzato del processo di derivazione: il Dizionario di parole nuove di Cortelazzo e Cardinale, infatti, registra proprio in quest’anno i derivati dopare e dopante, mentre poco più  tardo è il composto emodoping e risale al decennio successivo il participio passato dopato. Fare concorrenza agli anglicismi, si sa, è sempre difficile, ma gareggiare contro il doping è per chiunque un’impresa disperata. Oltre che dalle già citate bombe, le quali produssero anche i derivati bombarsi (1980) e bombato (1990) ma restarono inesplose nella lingua comune, negli anni Cinquanta e Sessanta l’anglicismo era talvolta sostituito da eccitante o stimolante, termini che col passare degli anni decaddero in questa accezione perché troppo generici e non più adatti a designare gli elaborati composti chimici che si andavano affermando. Hanno incontrato scarsa fortuna anche sostantivi coniati ad hoc per sostituire l’esotismo, come drogaggio (1963), drogatura (1986) e l’adattamento dopaggio (1994).Com’era prevedibile, non ha avuto séguito nell’uso comune neanche la raffinata e ironica creazione del giornalista onomaturgo Gianni Brera, che parlò di ergogenia medicamentosa.

Un mondo drogato Tra il 1998 e il 1999 si acutizzò l’emergenza doping, sia nel calcio, dopo la denuncia fatta dall’allenatore Zdenek Zeman, sia nel ciclismo, con la clamorosa squalifica del ciclista Marco Pantani. Non tardarono a farsi sentire le ripercussioni anche sulla lingua, se nel 1999 si registra per la prima volta l’uso del verbo in senso figurato, col valore di ‘mistificare, truccare’: «Come si fa a dopare un romanzo o un libro di racconti?» si legge sul Corriere della Sera del 22 febbraio 1999 (cfr. Neologismi quotidiani di Adamo e Della Valle). L’articolo citato si riferiva a un pamphlet contro la letteratura italiana contemporanea pubblicato dal critico Filippo La Porta e intitolato Manuale di scrittura creatina. Per un antidoping della letteratura: riferendosi proprio al recente scandalo sportivo, il titolo creava un gioco di parole tra il sintagma scrittura creativa e la parola creatina, sostanza divenuta celebre dopo la notizia che i giocatori delle maggiori squadre di calcio italiane ne facevano regolarmente uso. Proprio attraverso la stampa sono salite alla ribalta parole legate al doping, catapultate fuori dall’ambito tecnico nel quale erano confinate per diventare, a volte soltanto per una stagione o due, termini di largo uso: oltre a quella di creatina, si può citare la recente fortuna di nandrolone, carnitina, epo (acronimo di eritropoietina), oppure, nel passato, quella di steroide (1960) e anabolizzante (1970). Se l’uso traslato della parola ha fatto la sua prima comparsa alla fine degli anni Novanta, il decennio successivo ha proseguito sulla stessa linea di tendenza, con un forte incremento a partire dal 2003, quando l’amministratore delegato della Juventus Antonio Giraudo, in riferimento alla presunta manipolazione dei bilanci da parte di alcune società calcistiche, parlò di doping amministrativo, neologismo che offrì il destro alla creazione, da parte dei mezzi di comunicazione, di una serie di espressioni come doping finanziario, fiscale, sessuale, morale, ecc. Una breve indagine su un qualsiasi motore di ricerca in Internet dà modo di apprezzare non solo la quantità degli usi traslati, ma anche la loro polisemia: spesso si fa riferimento a qualcosa di manipolato illecitamente attraverso sostanze chimiche (in www.vogliaditerra.com si parla di agricoltura dopata); altre volte scompare il riferimento alla chimica e resta quello alla truffa, come per i bilanci dopati; in alcuni casi sono invece le nozioni di grandezza e potenza a prevalere (in www.kwmotori.kataweb.it si usa l’aggettivo dopata per indicare un’automobile dalla carrozzeria più grande del consueto). Un caso limite è l’espressione doping naturale (in www.nonsolofitness.it), un programma di allenamento che promette risultati pari a quelli di un atleta dopato: in questo caso la distanza dal significato proprio della parola è tale da produrre un apparente ossimoro. Bastano sessant’anni, a volte, per assumere una fisionomia molto lontana da quella di origine, e ciò non vale soltanto per la lingua. *Emiliano Picchiorri, dottorando di ricerca presso l’Università per stranieri di Siena, si è occupato della lingua letteraria del Due-Trecento (Novellino, Decameron, Trecentonovelle) e dell’Ottocento (Cesari, Bresciani, Purismo).

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