20 febbraio 2009

Come dissemina il senso la poesia "di ricerca"

di Paolo Zublena*  

È difficile stabilire con certezza se la difficoltà nel praticare non si dirà una solida opera di storicizzazione, ma anche una mera mappatura della poesia italiana di oggi, e non solo dal punto di vista della sua veste linguistica, sia dovuta alla consueta presbiopia con cui lo studioso guarda inevitabilmente al contemporaneo, o corrisponda invece a una complessità dei fenomeni in atto maggiore che in passato. Vero è che in pochi momenti come negli ultimi due decenni del secolo scorso è occorsa una così spettacolare realizzazione della contemporaneità del non contemporaneo. Le poetiche dell’assenza dei grandi vecchi (tra grande stile, maniera e sordina), il manierismo dei neometrici, lo stile semplice della scuola romana (Damiani, ecc.) e dei poeti di «Scarto minimo» (rivista padovana militante della cui redazione facevano parte Benedetti e Dal Bianco), i neolirismi pretestuosamente antinovecentisti, la continuità con la grande tradizione tragico-simbolista (e meglio ancora il suo sviluppo nell’incrocio con materiale quotidiano-urbano in De Angelis), la stagione del medio Viviani – caratterizzata da un ellittico disegno drammatico-narrativo –, l’avant-pop (Ottonieri) dei poeti del collettivo KB, il plurilinguismo organizzato e l’espressionismo dei più programmatici tra gli aderenti al Gruppo 93, il post-lirismo raziocinante-geometrico del primo Magrelli, le esperienze diversamente appartate di autori che solo più tardi troveranno una canonizzazione (soprattutto lo straniamento linguistico di De Signoribus – oggi pienamente assunto nel novero dei grandi – e il raffinato e teso sperimentalismo freddo di Mesa) convivono in una apparente atmosfera di tout va bien, favorita dalla inadeguatezza di un processo di formazione del canone troppo incline all’avallo del mainstream editoriale e dal non irrelato adagiarsi dei critici su categorie interpretative tradizionali: fortunatamente, il lavoro critico di pochi e alcune operazioni recenti di antologizzazione hanno creato le premesse per una nuova lettura di questo groviglio di scritture (Testa 2005, Parola plurale, Zublena 2005 e Afribo 2007).
 
Lingua comune, ma non comune testualità
 
Sul piano della storia della lingua, uno dei luoghi comuni invalsi consiste nel riconoscere una progressiva indistinzione tra il codice della poesia, nella tradizione italiana fortemente segnato da uno scarto rispetto alla stessa lingua letteraria della prosa, e – a seconda dei casi – lo standard della lingua d’uso o addirittura il parlato.
In realtà, un giudizio di tal sorta può risultare parzialmente condivisibile soltanto se si fermi l’analisi ai livelli linguistici della morfologia, del lessico e – in parte – della sintassi. Non può che cadere quando invece si prenda in esame il livello della testualità. Ed è infatti sul piano testuale che la lingua della poesia recente realizza la sua specificità rispetto allo standard, e in parte anche nei confronti della prosa letteraria. Se infatti si eccettuano le pur importantissime eccezioni di poeti che presentano una scelta lessicale variata e composta di tessere anche molto insuete o neoconiate (con funzione straniante, come in De Signoribus, o manierista, come in Frasca), e la tendenziale perspicuità e trasparenza dei cosiddetti “stili semplici” – oltre al tentativo mimetico della vocalità di diverse esperienze post-avanguardistiche e all’opzione per codici marginali della poesia neodialettale –, ciò che individua un elemento “epocale” di contiguità linguistico-stilistica è proprio la presenza di alcuni tratti testuali. Si pensi almeno, secondo quanto riconosciuto da una decisiva analisi di Enrico Testa (2001: 114-118), basata soprattutto su Viviani e De Angelis, agli elementi che seguono: 1) «segni pronominali di tipo anaforico destituiti di antecedenti […] e, in genere, forme deittiche […] riferite a enti non direttamente riconoscibili neanche nello svolgimento tematico del discorso successivo»; 2) «incipit stranianti che fanno del testo una sequenza poggiata su una sorta di vuoto linguistico»; 3) «slogatura dell’andamento discorsivo» (anomalie della focalizzazione, disgiunzioni incongrue, cambi di modalità enunciativa, cambio di locutore anche senza marche di discorso diretto); 4) «uso anomalo dei nomi propri di persona» (anche questo un caso di inscrutabilità della referenza).
 
Il principio di esitazione
 
Si possono aggiungere: un frequente principio di esitazione che indebolisce i confini sintattici, costellando di indecidibili il processo di lettura (un nome può essere l’oggetto di un verbo che viene prima, ma anche il soggetto di un verbo che segue, ad esempio); il montaggio di segmenti testuali semanticamente estranei tra loro; il contraddire delle parentetiche; l’interruzione del discorso non più soltanto attraverso la reticenza formale retoricamente motivata, ma anche con un brusco e immotivato taglio. Si tratta di procedure che riducono la linearità del discorso e danno luogo non a una sparizione del senso, ma a una sua disseminazione, che revoca ulteriormente in dubbio il postulato di un soggetto unitario, resecando alla base l’ipotesi di un suo coerente “voler dire”.
È anzi possibile ipotizzare che, senza necessariamente occorrere tutti insieme, questi tratti caratterizzino quella che con qualche approssimazione si può definire come poesia “di ricerca” rispetto al più o meno banale epigonismo coltivato da autori anche di valore (Gezzi e Maccari, per fare due esempi tra i più giovani), o alle occorrenze dello stile semplice dall’andamento più biografico-narrativo. In questa direzione, insomma, va registrata una prossimità di codice tra poeti anche molto diversi tra loro per ragioni tematiche o stilistiche: da Mesa a Ottonieri, fino a Raos, Giovenale, ma anche Calandrone o Bonito. Le basi extralinguistiche di queste configurazioni testuali restano per tutti la tendenza alla disidentificazione della soggettività espressa nel testo poetico, e insieme l’opacità e quasi la resistenza del referente-mondo a costituirsi in un senso lineare: orizzonte postlirico che si contrappone a un mai domo e anzi ritornante lirismo, la cui natura difensiva prevede anche il rifugio nelle certezze della sintassi e della testualità tradizionali.
 
Testi citati
Afribo 2007 = Poesia contemporanea dal 1980 a oggi. Storia linguistica italiana, Roma, Carocci, 2007.
Parola plurale = Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, a cura di Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli, Paolo Zublena, Roma, Sossella, 2005.
Testa 2003 = L’esigenza del libro, in La poesia italiana del Novecento. Modi e tecniche, Bologna, Pendragon, 2003, pp. 97-119.
Testa 2005 = Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, a cura di Enrico Testa, Torino, Einaudi, 2005.
Zublena 2005 = Nuovi poeti italiani, fasc. monografico di «Nuova Corrente», LII, 135, gennaio-giugno 2005, a cura di Paolo Zublena.
 
*Paolo Zublena (Genova, 1973), formatosi tra Genova e Pavia, insegna Linguistica italiana presso l’Università di Milano-Bicocca. Ha pubblicato – oltre al volume L’inquietante simmetria della lingua. Il linguaggio tecnico-scientifico nella narrativa italiana del Novecento (Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2002) – saggi e recensioni in volumi collettanei, riviste scientifiche («Lingua e Stile», «Stilistica e Metrica italiana», «Italianistica», «La Rassegna della letteratura italiana») e militanti («Nuova Corrente», «l’immaginazione», «Istmi») sulla lingua della prosa del Cinquecento (Bembo, Della Casa), su narrativa (Gadda, Calvino, Landolfi, Bianciardi, Volponi, Del Giudice, Biamonti), poesia (Montale, Caproni, Zanzotto, Sanguineti, De Signoribus, narratività, poesia in prosa, tematizzazione del quotidiano, l’influenza di Beckett) e canzone d’autore (Paolo Conte) del Novecento, sempre privilegiando l’analisi stilistica. Ha inoltre lavorato su temi letterari (in particolare sul lutto). Il suo principale interesse è comunque volto all'interpretazione dei testi letterari attraverso l’analisi della lingua. Segue anche lo scenario letterario contemporaneo: è stato tra i curatori di Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, Roma, Sossella, 2005, e ha autonomamente curato un fascicolo monografico di «Nuova Corrente» sulle più giovani generazioni poetiche (Nuovi poeti italiani, LII, 135, gennaio-giugno 2005). Collabora con recensioni all’«Indice dei libri del mese».
 

 

 


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