Parole nuove per partecipare: cittadinanza attiva

di Valentina Grassi*
 
È ormai da tempo che si parla della crisi della politica e, in particolare, della crisi di fiducia nelle istituzioni democratiche in tutto il mondo occidentale, e la situazione è stata ancor più complicata dallo scoppio della crisi economica nel 2008. I grandi mutamenti storico-politici globali dell’ultimo secolo sono più che noti: il crollo del muro di Berlino e del modello politico-economico dell’URSS, con le ripercussioni che questo fenomeno ha avuto sugli equilibri internazionali, nonché l’emersione del terrorismo islamico come nucleo di contrapposizione politico-militare per l’occidente sono solo due dei numerosi processi che testimoniano quell’accelerazione della storia che caratterizza la contemporaneità.
 
Il contesto nazionale
 
Anche l’Italia è stata teatro di alcuni mutamenti politico-sociali che hanno prodotto una profonda crisi di fiducia verso i partiti e la classe politica tutta. Dalla fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, con il fenomeno che conosciamo sotto il nome di “Tangentopoli”, fino alla recente crisi di una “Seconda Repubblica” messa a dura prova dai processi a carico di Silvio Berlusconi, la politica nazionale si trova confrontata oggi a una situazione di grande criticità, e l’emergere di movimenti populisti quali quello dei Cinque stelle ne è un segnale evidente.
 
Un’Italia bipolare
 
La crisi non è solo nazionale, ma nel contesto italiano acquista caratteristiche peculiari. Si ricorderà come, all’alba di Tangentopoli, in Italia dominavano i partiti di massa, in particolare Dc e Pci, fortemente radicati sul territorio e ben organizzati, con ideologie chiaramente delineate e una forza di mobilitazione che ha certamente caratterizzato un’epoca. Erano partiti portatori di interessi che possiamo definire “di classe”, per usare una terminologia marxiana, e le classi, dai partiti, si sentivano rappresentate: era quella l’epoca della distinzione tra la destra e la sinistra in Italia (Bobbio 1994). Nell’immaginario collettivo, ricordiamo le figure simboliche di Don Camillo e Peppone, a rappresentare televisivamente l’Italia bipolare degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.
 
L’era di Berlusconi
 
Negli anni Ottanta si creano le condizioni per cui la televisione privata italiana passa in mano a un imprenditore che, di lì a poco, costituirà il volto del mutamento politico italiano post-Tangentopoli: Silvio Berlusconi. Le forme della rappresentanza politica, in questo passaggio cruciale, si spostano progressivamente dalle istituzioni ai media, in particolare alla televisione, e la personalizzazione della comunicazione politica tocca la sua vetta massima proprio con Berlusconi. Sostanzialmente, si opera un progressivo indebolimento della fiducia, e quindi del ruolo, di quelle organizzazioni di mediazione tra gli interessi della collettività e le istituzioni politiche che erano i partiti. Insieme alla crisi dei partiti, si innesta però anche l’irreversibile crisi della rappresentanza stessa: la costruzione della leadership e del consenso, soprattutto mediatica, non sembra riuscire a supplire a un irreversibile calo della partecipazione dei cittadini alla vita politica, di cui è segnale evidente il sempre maggiore astensionismo elettorale.
 
La crisi del sistema
 
La crisi dei partiti si trasferisce così alle istituzioni (Revelli 2013) ed è la manifestazione di una generale perdita di aderenza di quelle organizzazioni “elefantiache”, quali sono le istituzioni della democrazia moderna, che caratterizza tutto il mondo occidentale, la sua politica e la sua economia. È infatti in una costante interconnessione tra politica ed economia che la contemporaneità vive la perdita di legittimità di un sistema vissuto come “pachidermico”, a fronte di una richiesta sempre maggiore di flessibilità e adattabilità (si pensi alla crescente finanziarizzazione dell’economia in epoca di globalizzazione).
 
Giovani e povertà
 
E mentre l’elettorato italiano, tradizionalmente diviso per censo, per interessi di classe, cambia completamente volto, diventando frammentato e volatile, sono due gli strati sociali che sembrano soffrire maggiormente di scollamento tra politica e cittadini: i giovani, che vivono una condizione di precariato e disoccupazione crescente, e i poveri, con una incidenza della povertà anch’essa sempre crescente. A fronte di molte promesse elettorali, la situazione degli strati sociali cosiddetti “svantaggiati”, in Italia, peggiora sempre di più, comportando disaffezione e sfiducia verso una classe politica che dimostra di non sapere, e non volere, far fronte a una tale situazione.
 
I nuovi populismi
 
Come sempre però le crisi sono anche occasioni di svolta, tornanti tra due epoche. E la nuova epoca esprime da subito, perché già presenti sottotraccia, nuove forme di partecipazione civica e politica, che assumono, principalmente in Italia, ma non solo, due volti: quello dei nuovi populismi, strettamente legati alla mobilitazione in Rete, e quello della crescente volontà da parte dei cittadini di prendersi cura direttamente dei cosiddetti “beni comuni”. Da una parte, il Movimento 5 stelle raccoglie, con echi in tutto il paese, la sfida di far tornare a partecipare giovani e strati sociali svantaggiati, soprattutto attraverso la partecipazione on line, ma anche off line, riempiendo piazze da qualche tempo quasi del tutto svuotate. E anche i partiti tradizionali si trovano a doversi completamente “rifare il look”, puntando soprattutto sul ricambio generazionale e sulla necessità di riformare un sistema stanco e un paese sfiduciato.
 
Il Nido Marsili a Bologna
 
D’altra parte, nascono con sempre maggiore frequenza iniziative di cittadini che, dialogando in modi più o meno strutturati con l’amministrazione pubblica o agendo in autonomia, manifestano la volontà di prendersi cura di beni comuni, presenti nel loro territorio o diffusi. Sono forme di attuazione di quel principio di sussidiarietà che è sancito nell’articolo 118 della Costituzione, e stanno avendo effetti anche sul volontariato e su tutto il Terzo settore in Italia, con la sua importante tradizione. A raccogliere queste esperienze, e ad aver redatto il primo regolamento per l’amministrazione condivisa, è Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà. Tra i tanti, è significativo il caso di Bologna, primo comune ad adottare il regolamento e contesto di grande sperimentazione: recentemente è stato oggetto di riqualificazione partecipata il Nido Marsili del quartiere Navile, che si trovava a rischio di chiusura. Non è quindi più solo lo Stato a garantire la tutela degli interessi collettivi, ma emerge anche un nuovo soggetto politico, i “cittadini attivi”, che invoca a gran voce una partecipazione diretta alla vita della comunità.
 
Da leggere
 
Arena G., Iaione C., L’Italia dei beni comuni, Carocci, Roma 2012.
 
Bobbio N., Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1994.
 
Giddens A., Oltre la destra e la sinistra, Il Mulino, Bologna 1997.
 
Montanari A. (a cura di), In libera uscita. La partecipazione politica nell’Italia di inizio millennio, Carocci, Roma 2010.
 
Revelli M., Finale di partito, Einaudi, Torino 2013.
 
Rodotà S., Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari 2012.
 
*Valentina Grassi è ricercatrice in Sociologia presso l’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”. È autrice dei testi Introduzione alla sociologia dell’immaginario (Guerini, 2006) e Mitodologie. Analisi qualitativa e sociologia dell’immaginario (Liguori, 2012). Recentemente, ha pubblicato alcuni saggi sul tema della crisi dell’individualismo, sui beni comuni e sulle nuove forme di partecipazione collettiva; è caporedattrice della sezione “Beni comuni” per Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà.
 

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