Sulla cattiva strada: la lingua politica e l’iperrispecchiamento

di Michele A. Cortelazzo*

 

È ormai assodato che, dal punto di vista linguistico, la comunicazione politica dell'Italia repubblicana è divisa in due blocchi: da una parte il periodo nel quale vigeva il paradigma della superiorità, dall'altra quello nel quale vige(va) il paradigma del rispecchiamento. A fare da spartiacque, sono gli anni 1992-1994, gli anni che hanno portato a un notevole mutamento dell'assetto politico italiano, ben rappresentato dalle etichette, per quanto istituzionalmente infondate, di Prima e Seconda Repubblica.

 

Bossi, l’antesignano del rovesciamento

 

Il paradigma della superiorità si basava sul principio che la classe politica fosse un gruppo culturalmente, e quindi anche linguisticamente, più avanzato del popolo che rappresentava; un'avanguardia che sapeva guidare il popolo e comunicava al proprio interno, ma anche verso l'elettorato, con un italiano particolarmente complesso, al punto di diventare nebuloso: un italiano considerato superiore a quello dell'uditorio al quale si rivolgeva. L'elettorato spesso non capiva, ma spesso rimaneva affascinato e ammirato per quel linguaggio così elaborato, per quanto incomprensibile. Quella varietà di italiano è da allora nota con il nome di politichese. La prospettiva si è ribaltata nei primi anni Novanta, quando i politici hanno abbandonato le contorsioni del politichese, a cominciare da Berlusconi, vero promotore della rivoluzione linguistica, ma anche da Bossi, antesignano di questo rovesciamento comunicativo, e hanno optato per un italiano vicino, spesso vicinissimo a quello dell'elettorato. Da allora, il politico fa di tutto per rispecchiare desideri, pulsioni, bisogni del suo elettorato e cerca di esprimerli in una lingua piana e semplificata. Magari, non sempre il politico vi riesce, un po' come lo scorpione che punge la rana che gli sta permettendo di oltrepassare il fiume, uccidendola e condannando sé stesso alla morte per annegamento: ma è questa la natura dello scorpione, come è nella natura dell'uomo politico non essere sempre chiaro e trasparente. Comunque sia, la tendenza ad adeguarsi al livello dell'uditorio è espressione del cosiddetto paradigma del rispecchiamento e la varietà di lingua politica così vicina a quella semplice della gente ha assunto il nome di "gentese".

 

Come i mass media, vent’anni dopo

 

Questo movimento della lingua politica è del tutto analogo a quello della lingua dei mass media, e in particolare della televisione, che negli anni Settanta è passata dal ruolo di maestra di lingua a quello di specchio del plurilinguismo italiano, per riecheggiare l'analisi sviluppata da Raffaele Simone alla fine degli anni Ottanta. Insomma, la politica ha mosso gli stessi passi di tutta la comunicazione pubblica, ma con un ventennio di ritardo.

Oggi sembra che siamo ancora nel pieno del processo di rispecchiamento, accentuato dall'accresciuta possibilità di chiunque di entrare nel dibattito politico, grazie alla diffusione dei social network e, ancor di più, dall'uso che di tali mezzi fanno un po' tutti i politici di oggi: da Beppe Grillo con il suo blog, a Matteo Renzi produttore quasi compulsivo di tweet, a Matteo Salvini che ha optato principalmente per i post su Facebook.

 

Il discorso populista

 

La stessa tendenza di Matteo Renzi di abbandonare il primato dell'argomentazione, fino a lui paradigma dominante della sua parte politica, a favore della narrazione, può essere visto, oltre che come un omaggio agli standard codificati del discorso pubblico contemporaneo un po' in tutto il mondo, come un avvicinamento al pubblico, che nei suoi discorsi quotidiani principalmente narra, e solo secondariamente descrive o argomenta.

Ma lo sviluppo del discorso populista, bene esemplificato soprattutto da chi, in questo speciale, si è occupato di Beppe Grillo e di Matteo Salvini, fa fatica a restare entro i confini del rispecchiamento. Sembra che questi ultimi anni abbiano avviato una nuova fase. Sono gli anni che possiamo definire politicamente come gli anni del tripolarismo (centrosinistra del Pd, centrodestra di Forza Italia e Lega, non-destra-né-sinistra del Movimento Cinque Stelle) e comunicativamente come gli anni del doppio schermo, cioè del dominio congiunto del video della televisione e del display del telefonino come luoghi di diffusione del dibattito politico. Il rispecchiamento è diventato iperrispecchiamento: il politico non segue più le scelte linguistiche dell'elettorato, ma le anticipa; dà via libera allo scatenamento degli istinti linguistici più irriflessi e alle strutturazioni discorsive più illogiche. La politica sembra essere tornata maestra di comportamento sociale, avanguardia che addita la strada: ma è una cattiva strada, e la politica è una cattiva maestra. Lo specchio si è deformato: non è più un mezzo che rappresenta neutralmente una realtà, ma uno strumento che ne esalta gli aspetti più emotivi e meno signorili.

 

Il “parlare ostile”

 

Vedo tre ingredienti in questo iperrispecchiamento: il turpiloquio, la menzogna, la manipolazione, spesso dovuta a ignoranza, dei dati. Tutti ingredienti presenti anche in altre fasi della comunicazione politica, ma che oggi finiscono in primo piano, aiutati dal "parlare ostile" che caratterizza molta della comunicazione attraverso i social media e dal trionfo della "postverità", cioè della tendenza a prendere posizione non sulla base di fatti verificati, bensì su credenze diffuse, che acquistano credibilità per il solo fatto di essere ripetute e diffuse viralmente ormai soprattutto nei network sociali.

Non occorre fare esempi particolari dell'uso di ingiurie e turpiloquio nell'attuale fase politica, soprattutto da parte di esponenti del Movimento Cinque Stelle e della Lega Nord. Circa la menzogna, o comunque la mancanza di ogni pretesa di mantenere quello che si dice, è emblematico il caso di quei politici (Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Ernesto Carbone, ed altri) che avevano annunciato che si sarebbero ritirati dalla politica nel caso di bocciatura della riforma costituzionale al referendum dello scorso dicembre: ma alle dichiarazioni roboanti non sono seguiti i fatti. E in un periodo di scarsa attenzione ai fatti, in pochi se ne sono accorti. Circa la manipolazione dei dati e, aggiungerei, il difetto di logica, sono emblematiche molte prese di posizione del Movimento Cinque Stelle: tra le più recenti e più esemplificative, quella di Luigi Di Maio che in aprile ha diffuso l'idea che l'Italia abbia importato dalla Romania il 40% dei suoi criminali, citando come fonte un magistrato italiano e una vecchia dichiarazione di un ministro rumeno. Peccato che la dichiarazione di quest'ultimo fosse ben diversa: il 40% di mandati di cattura internazionali emessi contro Rumeni all'estero, riguarda Rumeni che vivono in Italia. I due dati non sono equivalenti, le frasi che li comunicano non sono sinonime. Ma per giorni e giorni si sono susseguite feroci diatribe su Facebook basate su questo fraintendimento (se in buona fede) o su questa manomissione (se in cattiva fede).

La questione è: la politica non fa altro che utilizzare modalità che si sono formate "naturalmente" sui social network (rispecchiamento), o induce lei stessa queste modalità, come conseguenza di un uso sempre più massiccio da parte sua della comunicazione attraverso la rete e quindi come diffusione amplificata di caratteristiche presenti da tempo, ma dissimulate, nel discorso politico (iperrispecchiamento)?

 

Letture

Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione, Bologna, Il Mulino, 2007.

Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica, Bari-Roma, Laterza, 2017.

Rita Librandi e Rosa Piro (a cura di), L'italiano della politica e la politica per l'italiano, Atti dell’XI Convegno ASLI, Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Napoli, 20-22 novembre 2014), Franco Cesati Editore, Firenze, 2016.

Raffaele Simone, Specchio delle mie lingue, «Italiano e Oltre» II, 1987, 53-59.

 

*Michele A. Cortelazzo (Padova, 1952), allievo di Gianfranco Folena, è professore ordinario di Linguistica italiana all'Università di Padova, socio corrispondente dell'Accademia della Crusca, direttore della Scuola Galileiana di Studi Superiori dell'Università di Padova. Il nucleo fondamentale delle sue ricerche riguarda l′italiano contemporaneo, in particolare l'italiano istituzionale (politico, giuridico, amministrativo), quello medico, quello scientifico. I suoi lavori scientifici più importanti sono stati riuniti in tre raccolte: Lingue speciali. La dimensione verticale (Padova, Unipress, 1990), Italiano d'oggi (Padova, Esedra, 2000), I sentieri della lingua. Saggi sugli usi dell'italiano tra passato e presente (a cura di C. Di Benedetto, S. Ondelli, A. Pezzin, S. Tonellotto, V. Ujcich, M. Viale, Padova, Esedra, 2012). Attualmente si occupa di similarità tra testi e di attribuzione d'autore: in particolare è impegnato a riconoscere le affinità tra le opere di Elena Ferrante e quelle di altri autori contemporanei.

 

 


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